Attraverso il senso di colpa. Per una terapia dell’anima

E’ uscito per le Edizioni San Paolo l’ultimo libro di Paolo Ferliga (www.paoloferliga.it): Attraverso il senso di colpa. Per una terapia dell’anima.
Pubblichiamo di seguito la Prefazione di Claudio Risé.

Il senso di colpa comincia molto prima della psicoanalisi, e il notarlo è uno dei non pochi meriti di questo libro. Basta ricordare il turbamento dei progenitori Adamo ed Eva, l’ingovernabile tormento di Giuda, il vagare folle di Oreste (limitandoci a tre vicende fondative della cultura ebraica, di quella cristiana e di quella greca), per vedere come questo sentimento e processo psicologico sia elemento costitutivo tanto di ogni cultura e civiltà, quanto della stessa personalità umana.
Esso, infatti, rappresenta lo strumento psicologico che consente all’essere umano di restare in contatto (e per così dire misurare, soffrendolo), col male che produce. E poiché, come giustamente ricorda lo psichiatra Gaetano Benedetti (che molto opportunamente Ferliga cita in esergo al libro): “tutti siamo (almeno nel pensiero e nell’inconscio) facitori di male”, l’attività psicologica svolta dal senso di colpa (col sentimento, il riconoscimento -più o meno esplicito-, e la misurazione del male compiuto), è indispensabile per garantire un certo equilibrio psichico, ed evitare la progressiva scissione tra il soggetto che fa il male e il suo rappresentante di superficie (l’ego, se proprio vogliamo un colpevole) che, invece, fa finta di nulla. Ricacciando il senso di colpa nell’inconscio, da dove puntualmente ritorna sotto forma di sintomi, somatizzazioni, nevrosi e disturbi psichici di diversa natura e intensità.
Qual è allora la ragione della recente ostilità, culturale ed anche psicologica, che si oppone al solo menzionare il senso di colpa, ed a considerarlo utile strumento di trasformazione dei nuclei problematici della personalità? Perché l’affermazione di Carl Gustav Jung (anch’essa premessa al libro, quale programma di questo lavoro): “solo gli sciocchi si interessano delle colpe degli altri”, sembra quasi paradossale in un modello culturale dove “le colpe degli altri” sono diventate tutto: obiettivo di indagine, spiegazione psicologica dei propri guai, programma politico, spettacolo, oggetto della comunicazione di massa?
Ho l’impressione che la questione sia di grande rilievo, non quindi riducibile a sociologia o psicologia culturale, ma abbia piuttosto un carattere sistemico, inerente alle caratteristiche profonde del nostro tempo, del nostro mondo, e del suo modello antropologico.
René Thom, il grande matematico francese autore della Teoria delle catastrofi, ha osservato che ogni crisi (annunciatrice ed a volte agente della successiva catastrofe), si presenta innanzitutto a livello soggettivo. Il soggetto “in crisi”, descrive Thom, presenta un “indebolimento… dei suoi meccanismi di regolazione, che percepisce come una minaccia alla sua esistenza”.
Ora, io considero il senso di colpa uno dei più importanti meccanismi di regolazione del corpo e della psiche umana, e il libro di Paolo Ferliga mi sembra illustrare con precisione e profondità questa sua natura e funzione.
Dalle storie presentate dall’autore appare anche chiaramente, mi pare, come possa cambiare, nel corso della terapia, il vissuto dell’analizzando verso il senso di colpa. Dall’ipotesi iniziale che sia il senso di colpa stesso a minacciare la propria esistenza, col corrispondente tentativo -reattivo- di rovesciare ogni colpa sugli altri, l’analizzando passa così all’intuizione che è invece proprio il diniego del senso di colpa a metterlo in pericolo, e si impegna quindi nel tentativo, coraggioso e faticoso, di trasformazione e riconoscimento di sé, senza escludere nulla, colpe comprese.
Questo processo terapeutico può sottrarre il soggetto che vi si avventuri, individualmente, alla crisi in cui si trovava. Non ci dice però (non può farlo, e non è certo suo compito) che ne sarà degli altri, di un modello culturale che teme e rifiuta il riconoscimento delle colpe personali, e del loro senso, per dedicarsi alla rappresentazione ossessiva delle “colpe degli altri”. Sappiamo invece qualcosa (il libro ne parla, sulla scorta di Jung), di come questo modello collettivo che pretende rimuovere il timor Dei gravi ancora, comunque, sul nostro eroe, l’analizzando che ha accettato di prendere su di sé il peso del male compiuto.
Egli pagherà la sua azione con un nuovo, doloroso seppur fecondo, senso di colpa: quello indotto dal fatale allontanamento voluto da coloro che non sono in grado di reggere il riconoscimento di alcuna colpa, perché se ne sentirebbero distrutti. Nell’attuale cultura del narcisismo, la maggioranza.

Claudio Risé

L’Autore del libro
Paolo Ferliga, psicoterapeuta di formazione junghiana, insegna Filosofia e Storia al Liceo classico Arnaldo di Brescia e Psicologia dell’educazione alla Facoltà di medicina dell’Università Bicocca di Milano. Fa parte del gruppo condotto da Martin Kalff a Zollikon (Zurigo) per la Sandplay Therapy.
Negli ultimi anni ha focalizzato la sua attenzione sull’identità di genere, in particolare maschile, sull’importanza del padre nella psiche individuale e collettiva, sul rapporto tra psicologia del profondo, filosofia e religione. Nel 2005, come risultato di queste ricerche e della sua esperienza clinica, ha pubblicato il libro Il segno del padre nel destino dei figli e della comunità (Moretti&Vitali, Bergamo). Per ulteriori informazioni: www.paoloferliga.it.

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One Response to Attraverso il senso di colpa. Per una terapia dell’anima

  1. Furbizio says:

    Ci voleva proprio questo libro, mi ha incuriosito fin dal titolo e l’ introduzione mi ha convinto
    Buon fine settimana

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