Matrimoni, lo sfarzo batte la passione

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 7 giugno 2010, www.ilmattino.it

C’è una diminuzione di passione nelle coppie che decidono di metter su famiglia in Italia, e questa rubrica (che si occupa appunto di passioni), lo documenta puntualmente. Il diffondersi delle coppie ”no child“, senza bambini, oppure di quelle che decidono di vivere in luoghi separati, pur essendo insieme, si accompagna ad altri fenomeni che mostrano un calo di intimità. Ad esempio i matrimoni diminuiscono, ma gli invitati aumentano, le cerimonie diventano più sfarzose, di immagine.
Secondo i dati Istat, rispetto agli anni ’70, oggi quasi la totalità dei matrimoni è festeggiata con ricevimenti o pranzi nuziali, che nel circa il 60% dei casi supera i cento invitati. Inoltre più di sette su dieci delle nuove coppie festeggia con un viaggio di nozze all’estero, e quattro di loro escono dall’Europa.
D’altra parte, malgrado l’aumento della popolazione, questi matrimoni (diventati sempre più eventi sociali), sono diminuiti fortemente di numero, passando da 400 mila a 250 mila all’anno. C’è una relazione tra lo sviluppo degli aspetti più esteriori del matrimonio, e la sua diminuzione? Dall’osservatorio dell’analista si direbbe di sì.
Inutile nascondere che l’analisi e la psicoterapia fanno da sempre, seppur discretamente, il tifo per il matrimonio. Non per ragioni ideologiche, ma perché è un fattore di stabilizzazione dell’affettività, dello stile di vita e quindi (come dimostrano le statistiche), anche di buona salute; un aspetto, questo, che dovrebbe stare a cuore a qualsiasi terapeuta di buonsenso.
Ebbene quando dopo un difficile lavoro il paziente finalmente riconosce l’opportunità del matrimonio, l’organizzazione del pranzo e/o ricevimento diventa subito fonte di ansie infinite per la nuova coppia.
In genere è la famiglia della sposa che preme per festeggiamenti in grande stile. Forse pesa su questo atteggiamento il fatto che la donna (come del resto l’uomo, ma per la donna la cosa suscita maggiore ansietà) arriva al matrimonio sempre più tardi.
Nel giro di vent’anni l’età nella quale la donna giunge in Italia al primo matrimonio è passata dai 25 ai 30 (una delle più alte del mondo), e la maggiore pubblicità data alle nozze comunica quindi un traguardo raggiunto, sia per lei che per la sua famiglia, e spiega l’investimento sociale (ed anche economico) sull’evento.
L’uomo però è per solito più introverso, meno portato alla verbalizzazione, e poiché anche lui arriva alla cerimonia non più ragazzino e dopo aver superato un bel po’ di perplessità sul grande passo, tutto questo peso (e spesso spesa) sullo spettacolo matrimoniale lo rende ancora più perplesso, e insicuro.
La trasformazione del matrimonio in evento sociale, con annessi viaggi aerei e transoceanici che a volte sono anche i primi per la coppia, carica di nuove prove un passaggio in sé non semplice.
Al nuovo territorio affettivo si aggiunge così anche un nuovo spazio geografico, di costume, a volte culinario (con annessi maldipancia), di cui questo delicato passaggio farebbe volentieri a meno.
Tanto più che la grande maggioranza dei primi matrimoni, tra italiani, è ancora celebrata in chiesa: 80 su 100. Ciò farebbe pensare che, per molti dei nuovi coniugi, l’aspetto sacramentale è ancora, forse, più importante di quello turistico; ma non è così, spesso, per le famiglie, eccitate dall’evento a lungo sperato e dal suo uso sociale.
A volte, poi, non è così neppure per la Chiesa e i suoi ministri, attenti quanto le famiglie agli aspetti secolarizzati dell’evento, e spesso più impegnati nel matrimonio come socializzazione della coppia, che nell’intensità delle letture.

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5 Responses to Matrimoni, lo sfarzo batte la passione

  1. Carmelo says:

    D’accordo praticamente su tutto….tra l’altro faccio parte della categoria descritta (che si appresta a sposarsi), con annesso viaggio transoceanico e annesse famiglie (mia e di lei) che ci hanno detto:”non badate a spese, pensiamo a tutto noi”. Che fare? bisogna pur arrivare a un compromesso!
    Un particolare però: il rendere pubblico l’evento (magari in maniera sobria e contenuta) riveste a mio avviso un valore simbolico importante, che è poi quello che la Chiesa, per esempio, richiama spesso. E cioè: l’amore (e la passione) non sono solo per voi, ma per tutta la comunità, e siete chiamati a donarli, ai figli innanzitutto, e a tutto il mondo.

  2. Redazione says:

    Complimenti vivissimi, Carmelo, e carissimi auguri.
    Personalmente, mi sembra che la Chiesa, massicciamente coinvolta nel processo di secolarizzazione (come gli ultimi due Papi hanno ripetutamente ricordato), confonda troppo spesso il dono dell’evento con la pubblicità dello stesso. Anche se tu esteriormente doni, ma interiormente no, non succede nulla di buono. Nell’ansia di “stare al passo coi tempi”e nel mito del “sociale”, molti sacerdoti dimenticano la dimensione interiore. E tutto ciò che la accompagna, a cui pure Gesù nel Vangelo spesso richiama: il silenzio, la solitudine, l’appartarsi. In interiore hominis habitat Deus. Questa pubblicizzazione perpetua e ansiosa, naturalmente, non giova neppure all’ approfondimento dei sentimenti. A dire queste cose si passa per reazionari, ma io faccio il terapeuta, e vedo poi le disastrose conseguenze.
    Ancora auguri affettuosi, Claudio

  3. Carmelo says:

    Grazie di cuore per gli auguri.
    Sì è vero, l’esteriorità la vedo tantissimo anch’io, compresi gli ambienti dove il dono viene, retoricamente, brandito come un vessillo. Per fortuna ci sono delle eccezioni, ogni tanto.
    A presto.

  4. Claudia says:

    Scusate se commento prima ancora di leggere l’articolo (perdono, lo faccio subito dopo!) ma ho letto velocemente nel commento di Claudio: “Anche se tu esteriormente doni, ma interiormente no, non succede nulla di buono”. Ecco, è proprio così. Lo si diceva ai miei tempi, quando da adolescente ho frequentato un po’ la parrocchia (ma lo si vive purtroppo anche oggi), ricordo che andava di moda la frase: “Amare è dimenticare se stessi per darsi agli altri”. Il problema è che se tu dimentichi te stesso, agli altri cosa dai? La verità è che non dai un bel niente, se non un atteggiamento, un’impostazione esteriore, una “posa caritatevole” che non è affatto reale carità. Almeno per mia esperienza.
    Ciao
    c

  5. Anonima says:

    Ciao Claudia,
    pensavo che la frase “amare e dimenticare se stessi per darsi agli altri” come donna mi risuona in modo particolare proprio nel senso che tu dici. Forse per gli uomini la prospettiva è un’altra, nel senso che il dono può assumere delle caratteristiche impersonali, come è stato detto in questi spazi e nel blog Psichelui. Ma per la donna donare è un atto mosso da motivazioni molto personali e implica uno stretto coinvolgimento, come nel caso di una gravidanza (la natura in questo caso rappresenta simbolicamente benissimo quel che voglio dire). Oltretutto fa passare come un precetto è un dovere quello che per una donna deve presentarsi come una scelta di libertà, che parte dall’interiorità non da un conformismo a dettami sociali, seppure orientati al bene. Quindi una chiesa che si limita a quell’affermazione ha in mente una visione forse troppo unilaterale del dono, per quanto preziosa possa essere. Come si fa a dire a delle bambine: amare è dimenticare voi stesse per darvi agli altri? Considerando poi la parte che nella vita di una donna hanno il sociale e le relazioni (e quindi il pericolo che si nasconde nelle pressioni sociali), questa retorica assume contorni ancora più stridenti con le esigenze dello sviluppo di una personalità femminile.

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