L’equivoca “empatia” e la caccia ai vampiri

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 28 giugno 2010, www.ilmattino.it

Forse negli ultimi cinquant’anni abbiamo sopravvalutato le virtù dell’empatia (sentire come l’altro, mettersi nei suoi panni). L’abbiamo messa al centro di tutto: educazione dei giovani, rapporti coi dipendenti, con gli stranieri e i diversi, relazioni uomo-donna. Adesso però ci accorgiamo che sempre più spesso un giovane sgridato cade in depressione (e a volte si toglie la vita), sul lavoro ci si sente «empaticamente» controllati, l’intolleranza cresce, e fra maschi e femmine è guerra.
Sembra proprio che l’ubriacatura di empatia sia stata soprattutto un modo di aggirare i conflitti che crescevano in una società in rapido cambiamento.
Con lo slogan dell’empatia ad ogni costo chi deteneva il potere (i politici, i genitori, gli insegnanti) doveva mettersi nei panni dell’altro (il giovane, la donna, il diverso di qualsiasi tipo, lo straniero). In questo modo, però, si è in fondo occupato lo spazio proprio di questi «altri», impedendo loro di farsi davvero carico delle propria diversità. Si è così reso più difficile alle identità «altre» di rafforzarsi e sviluppare le proprie capacità di resistenza e discussione nei confronti del potere.
La scuola ne è un esempio: a furia di «empatia» molti insegnanti hanno spesso perso l’abitudine di insegnare (e di imparare cosa insegnare), e gli studenti sono rimasti in gran parte ignoranti, e per giunta depressi.
Questo «alleggerimento» della posizione dell’altro, infatti, l’ha reso ancora più debole e dunque sempre più scontento. I giovani che per un quattro si buttano dalla finestra sono, di solito, «bravissimi ragazzi», che non hanno mai litigato coi genitori, o quasi. Anche gli altri giovani, detti «antagonisti» o «disobbedienti», che si mettono in fondo alle piazze gridando dai megafoni «fascista» o «buffone» a chiunque parli, membro del governo o capo partigiano, o parente delle vittime di stragi hanno in fondo perso la capacità della parola, di distinguere tra le situazioni, partendo dalla propria identità, ormai annegata nel brodo di empatia/tolleranza/disinteresse.
L’empatia in cui sono cresciuti ha loro impedito di trovare veri argomenti contro l’autorità; ma quindi anche verso le proprie debolezze o passività. Facendo spazio «empaticamente» alla posizione di insegnanti e genitori, non hanno più spazio per sé: per credere nelle proprie trasgressioni, e in questo modo riconoscerne le criticità, consumarle, e poi gettarle via.
Non a caso il cinema e la letteratura di fantascienza da più di vent’anni presenta (con sempre maggior successo) questi personaggi invasivi, i Cyborg, gli Avatar, che ti entrano dentro e poi ti controllano. Anche la nuova popolarità della figura del vampiro, che cibandosi di te ti rende simile a lui, ripresenta questa situazione, che è contemporaneamente un desiderio ed una grande paura: l’amore come fusione con l’altro, dove tu perdi la tua identità e diventi immortale, ma anche morto alla vita della luce, acquisendo un’identità fredda e notturna.
Un Narciso fantasma, che ai aggira nottetempo vestito di nero, a volte anche elegantemente, come i ragazzi che frequentano i sempre più popolari blog degli aspiranti vampiri, alla ricerca di qualcuno che succhi il loro sangue, e insegni a loro a fare altrettanto.
Come rimediare dunque? Forse rileggendoci gli avvertimenti del filosofo francese Paul Ricoeur, che all’«equivoca empatia», che allora cominciava a diventare popolare, contrapponeva cinquanta anni fa il «rispetto» (con la sua connaturata distanza) dell’altro in quanto diverso da te, unica strada per arrivare ad una vera e profonda simpatia.

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8 Responses to L’equivoca “empatia” e la caccia ai vampiri

  1. Anonima says:

    Ho apprezzato molto questo post. Quello che più mi ha interessato è stata la valutazione del tanto osannato concetto di empatia da un nuovo punto di vista. Concetto osannato anche da me, nel senso che ne ho sempre fatto un pallino, a maggior ragione in quanto donna: tutta l’educazione basata sul comprendere gli altri, tirar fuori le emozioni, sospendere il giudizio, evitare ad altri la sofferenza, prevenire i bisogni, dare e darsi, aiutare aiutare aiutare. Tutte cose preziose e sacrosante, per carità. Tuttavia mi rimaneva sempre un imprecisato senso di insoddisfazione: 1) nonostante le promesse, limitandosi a quanto sopra rimaneva comunque difficile incontrarsi realmente con l’altro, con conseguente frustrazione – e il perchè ora comincia a dipanarsi; 2) all’empatia troppo scintillante manca quella dimensione di giudizio e quindi di distinzione che permette di rapportarsi alla realtà in tutti i suoi aspetti e all’altro come diverso da sè (e io diversa da lui/lei).
    Un po’ di rispetto: che sollievo.

  2. Dario says:

    A volte per evitare i conflitti e per la sopravvivenza, fare proprie le ragioni (i sentimenti) altrui è una strategia vincente, però. Chiaro il meccanismo dell’ “identificazione attraverso la tipizzazione” e il messaggio intrinsecamente positivo del rispetto, della valorizzazione, dell’altro, cioè del diverso, ma a volte occorre fare di necessità virtù, con tutte le frustrazioni che comporta. C’è sicuramente un compromesso da raggiungere tra quello che si vorrebbe essere e quello che si può essere.

  3. Anonima says:

    Una riflessione. Dal commento di Dario, da mio e dal post mi pare che rilevi l’empatia nelle sue caratteristiche che la avvicinano al controllo e al potere. Vorrei sottolineare che, distogliendo lo sguardo dal fine di evitare i conflitti, l’empatia è anche un grande strumento di conoscenza approfondita dell’altro, appunto, e di se stessi . Non basta infatti individuare l’altro con il rispetto, per conoscerlo.

  4. armando says:

    A me l’empatia a tutti i costi sembra una moda ipocrita, oltre che deleteria nel senso evidenziato nell’articolo. Ipocrita perchè: o l’altro esprime già compiutamente il suo punto di vista e dunque la necessità è di confrontarsi anche duramente ma con il sacrosanto rispetto, oppure l’altro non riesce ad esprimersi, ed allora l’empatia si risolve in un sostituirsi all’altro, anzichè metterlo nelle condizioni di dire la sua verità e con quella confrontarsi.
    Non solo, l’empatia per come la si intende e la si pratica non è affatto una predisposizione reciproca, ma a senso unico. Così l’insegnante ha il dovere morale di essere empatico verso gli allievi, ma non gli allievi verso l’insegnante. Così le donne reclamano empatia dagli uomini ma mi sembra che non siano molto disposte al reciproco. L’empatia, insomma, più che un atteggiamento universale per quanto discutibile, è il modo per “reclamare” attenzione da parte di chi, a torto o a ragione, si sente discriminato. A me sembra però evidente che chiedere “attenzione” non è il modo più forte, chiaro ed esplicito per rivendicare il rispetto. E’ piuttosto una modalità vittimistica per far sentire l’altro in colpa, e anzichè confrontarsi da pari a pari, indurlo ad accettare per vie oblique il proprio punto di vista. Con un grave risvolto della medaglia: perchè lascia vasto campo alle fregature di chi, facendo finta di essere empatico o anche solo male interpretando l’altro, accoglie le sue istanze in modo distorto ma, proprio perchè empatico, difficilmente contestabile.

  5. Redazione says:

    @ Anonima Io concordo invece con quanti pensano che è il rispetto che, illuminando l’altro anche nella sua differenza, può portare ad una sua autentica conoscenza, e a suscitare anche, quando possibile la simpatia, piuttosto che l’empatia che tende (perfino dal punto di vista neuronale, (con i “neuroni specchio”), alla fusionalità, che vedo come la tendenziale morte della relazione intersoggettiva. Grazie, Claudio

  6. Anonima says:

    @Redazione. Credo che il rispetto senza mettersi mai nei panni dell’altro sia solo tolleranza politically correct mascherata, appunto, da rispetto. Penso che quest’ultimo non debba escludere a priori quella possibilità. Insomma quel dico io è non cadiamo nell’estremo opposto. Cosa ne pensate?

  7. Guido says:

    A volte non è possibile “mettersi nei panni dell’altro”, perché l’altro fa cose che noi non siamo in grado di capire o che sono troppo lontane da noi. Credo che il rispetto della libertà dell’altro sia l’unica base possibile di una eventuale relazione.

  8. Alessandro says:

    Sono d’accordo: c’è un limite all’empatia, altrimenti si rimane invischiati con l’altro, chè è rischioso, perché spersonalizza, non solo per i soggetti più “deboli” e predisposti. Penso che la diferenza tra gli individui passa anche da questo.

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