Austerità e cambiamento

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 19 luglio 2010, www.ilmattino.it

L’incertezza è il tempo del malessere. I comportamenti anomali, i disagi psicologici più insidiosi, individuali e collettivi, si sviluppano quando non riusciamo a capire se siamo nell’abbondanza o nella povertà, nello sviluppo o nel declino. Da questo punto di vista, la recente dichiarazione del ministro dell’Economia Giulio Tremonti: «L’austerità è una necessità e una responsabilità per tutti», apre per gli italiani un quadro psicologico preciso, in cui collocare le proprie esperienze.
Il ministro ha voluto «volare basso», dicendo di non sapere se l’austerità sia un’ideologia. Forse potrebbe essere anche interpretata così (e ciò sarebbe pericoloso), ma quel che è certo è che si tratta invece di una condizione, una situazione concreta, cui non ci si può sottrarre e che può quindi aiutare ognuno di noi a misurare le proprie forze e verificare il proprio stile di vita. Non è piacevole, tuttavia sapere quale fosse la situazione del Paese e di tutti era assolutamente necessario; impopolare ma opportuno.
Solo adesso che l’inquietante parola, austerità, è stata ufficialmente pronunciata, si potranno davvero mettere in moto nuove energie, comportamenti diversi, un nuovo modo di esistenza.
La psiche individuale, da cui poi nascono i comportamenti collettivi, è fatta così: ha bisogno di sapere. È ciò che gli psicologi chiamano «presa di coscienza», indispensabile appunto per assumersi quella «responsabilità» di cui ha parlato anche il ministro, indispensabile per costruire comportamenti virtuosi.
Non ci si può prendere delle responsabilità per ciò che non si sa, che non è chiaro. La psiche ha bisogno di scenari ben definiti per muoversi, organizzare le forze, fare piani per il futuro. Per questo, tra l’altro, qualità indispensabile nel buon maestro è quella di «costruire scenari», possibilmente appassionanti, piuttosto che tediare gli studenti con noiosi «moduli» di apprendimento.
Nel primo dopoguerra, con le città mezze distrutte, i risparmi bruciati, una rivoluzione industriale in atto, era chiaro cosa si dovesse fare: ricostruire, produrre, concorrere sui mercati internazionali. Quello che al mondo apparve come il «miracolo italiano» nacque così: come risposta ad uno scenario ben definito di povertà, bisogno, ed insieme enormi opportunità. Che vennero prontamente colte, attraverso un grande sforzo collettivo.
Oggi pesa sull’Italia un’ambiguità di fondo: siamo ricchi, o siamo poveri? Dobbiamo indebitarci e spendere, o lavorare duramente e risparmiare? Quest’incertezza è tra le ragioni (tra l’altro) di uno dei dati più drammatici dell’Italia di oggi: l’enorme percentuale di popolazione giovanile che non studia e non lavora, trascinando stancamente studi che non completa, senza darsi nessuna seria competenza lavorativa o professionale. Condotte come questa, avallate dalle famiglie, e, quando i genitori reagiscono chiudendo la borsa, confermate spesso da una magistratura che impone di riaprirla, nascono da una situazione personale e collettiva caratterizzata dalla depressione; originata anche, però, da una rappresentazione sociale opaca, poco nitida e sincera sulla situazione reale.
Le resistenze dell’Italia ad accettare uno scenario di austerità non sono strane. La ricchezza e il benessere italiano sono troppo recenti per lasciar spazio senza difficoltà a una visione più austera. D’altronde il mondo intero stenta ad accettare che questa crisi chiuda davvero l’epoca della ricchezza costruita sui debiti, per costruirne una più solida e più giusta.
Ora, però, anche da noi lo scenario è tracciato, e lo sforzo di cambiamento può cominciare.

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8 Responses to Austerità e cambiamento

  1. antonello says:

    I suoi articoli sono sempre utili perché, anche quando sono amari, hanno un quid positivo. Ricordo infatti che lei nelle sue conferenze ha citato spesso Foucault: ad ogni sapere corrisponde un potere. Come appunto mi pare si dica in questo articolo. Sapendo davvero come vanno le cose ci si organizza. antonello

  2. Valentina says:

    Quest’articolo è eccezionale, da lettrice: grazie.
    Un commento: mi sembra, da quel che noto nelle persone con cui vivo, che una di queste difficoltà di accettare l’austerità da parte degli italiani, venga dal famoso e costante “vivere al di sopra delle proprie possibilità” di molti, cioè il volere accontentarsi il più possibile in tutto quel che piace ignorando finché si può la realtà dei propri mezzi (per poi cadere in vertiginosi momenti di arrabbiatura e depressione nel momento in cui il conto in banca va in rosso). E, tanto per cambiare, questo mi sembra l’ennesimo frutto di quell’infanzia trascorsa all’insegna dell’essere serviti e riveriti dalla mammina, per cui guai mai a rinunciare a qualcosa. provate a dire, a certi mariti, che invece di far colazione al bar tutti i giorni si potrebbe far colazione a casa, magari tutti insieme, e vedete le scintille….
    Vale

  3. Venator says:

    “Presa di coscienza”, “responsabilità”, “costruire scenari”: mi pare qui si descriva un mondo paterno e maschile che è venuto a mancare, forse in Italia più che da altre parti. Non solo perché come giustamente evidenziato nell’articolo siamo un Paese a ricchezza recente, qui il “processo di infantilizzazione e decivilizzazione” (come lo chiama Hoppe) è andato più a fondo con il socialismo di mamma-stato, tanto ci pensa lei, la Bestia, mica devo costruirmi un futuro. Infatti per generazioni, che hanno svuotato la cassa, è stato così. Ben venga la catastrofe, allora!
    Chissà che si mettano pure in soffitta certi santoni keynesiani, quelli del “mangia e bevi e sii felice [magari indebitandoti], ché nel lungo periodo siamo tutti morti”, perché nel “lungo periodo” ci siamo arrivati. Cioè alla “fame” della traduzione di Hayek (“pane oggi, fame domani”). saluti

  4. Dario says:

    🙂 Venator al vetriolo, bravo!

    Trovo molto interessante tutto l’articolo e in particolare questo fatto: cioè che “l’enorme percentuale di popolazione giovanile che non studia e non lavora, trascinando stancamente studi che non completa, senza darsi nessuna seria competenza lavorativa o professionale” indirizzi verso una prospettiva un po’ tetra il futuro del nostro povero Paese. Al di là delle citazioni che, ne sono certo, non sono fini a loro stesse (così mi sembra almeno: mi sembra diano una lettura psicologica e filosofica molto interessante), infatti, investirei nel comunicare questi semplici concetti (i fatti, cioè quelli del virgolettato), ovunque fosse possibile: non solo in questi blog decisamente (e purtroppo) di nicchia.

    Sarebbe bello se ognuno di noi, insieme al ministro dell’economia, si facesse portavoce di questi pensieri e creasse attorno a sé un clima di maggior riflessione (e relativa azione) su questi argomenti.

    Con gli amici, o i parenti.

    (e adesso schiaccio il bottone “Say It!”, qui sotto, così allegro e simpatico)

  5. armando says:

    L’Italia ha difficoltà ad accettare il termine austerità già da molto tempo. Quando, ideologia a parte, il PCI era una cosa seria e non quell’ectoplasma senza identità che è il PD attuale, il problema già esisteva. Berlinguer ne parlava a cavallo fra gli anni 70 e 80, e fu sbeffeggiato dagli “alternativi” di allora (indiani metropolitani ed extrasinistra che ripetevano a mo’ di presa in giro il termine usato da Amendola, “sacrifici, sacrifici…”), appoggiati dai fautori della “Milano da bere”.
    Ho l’impressione che, mutati gli attori, la storia si ripeta anche nelle contrapposizioni all’interno della stessa area politica di riferimento, nella speranza che a Tremonti non sia riservata la stessa accoglienza di allora a chi si faceva promotore di stili di vita più sobrii. Giustamente Claudio si auspica che l’austerità non diventi ideologia del pauperismo. Il pericolo può esserci, se non altro come contrapposizione all’ideologia dell’indebitati e godi e spendi tanto qualcuno provvederà, che ha imperversato per decenni.
    Non si tratta infatti di disprezzare la ricchezza e il benessere, quanto di perseguirli in modo virtuoso. E di goderne virtuosamente i frutti sapendo che non sono sganciati dal lavoro che è stato necessario per procurarsela e che in ogni caso sono altro dagli effimeri segni del consumo compulsivo e coatto. In un’unica parola: sobrietà, termine e nello stesso tempo stile di vita che contiene già gli anticorpi del realismo e della concretezza.
    Quello che invece stento a capire, ma ho qualche anno e non sono cresciuto con merendine, cellulari e findomestic, è che ci sia bisogno delle parole (vere) di un ministro per sapere quale sia la verità. Mi sconcerta, e testimonia di quanto sia facile, a forza di esaltare le “magnifiche sorti e progressive” della modernità, far perdere alle persone il senso del reale.
    armando

  6. paolodel1948 says:

    e perchè quando lo disse enrico berlinguer nel 1974 (mi sembra quello il periodo) venne quasi linciato?

  7. Redazione says:

    Beh, ci sono stati altri 25 anni buoni di espansione, durante i quali la crescita sul debito ha consentito, tra l’altro, lo sviluppo di interi subcontinenti sottosviluppati, come India e Cina. Il meccanismo si è saturato e snaturato a metà degli anni 90, e lo videro in pochissimi (D’Alema teorizzava allora la “fine delle classi sociali”). Oggi è proprio finita, e bisogna (finalmente) cambiare. Claudio

  8. Fabio says:

    X Valentina

    Noto che non perdi mai occasione di sparare ad alzo zero sugli uomini…
    Ascolta, ma da donna, una sana autocritica no?
    Vuoi che ti faccia l’elenco delle donne che spendono e spandono il loro denaro, nonché quello del marito?
    Oppure vuoi che ti rammenti che quella italiana è la società mammista per eccellenza, e pertanto le principali responsabili di certi comportamenti dei figli e delle figlie (sì, le figliE…), sono proprio loro?
    Insomma, ma voi donne siete capaci di assumervi la responsabilità di qualcosa?

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