Genitori, quanti errori per il bene dei figli

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 6 settembre 2010, www.ilmattino.it

Alla riapertura delle scuole vengono alla ribalta i timori dei genitori circa i disastri che combineranno i ragazzi. Si parla poco però dei timori che i figli provano riguardo ai comportamenti di madre e padre che potrebbero metterli nei guai (come è già accaduto loro in passato), rendendo difficile, più pesante e meno fruttuosa la loro esistenza. Eppure, come sa bene lo psicoterapeuta, molti problemi degli adolescenti poggiano sugli “errori” dei genitori. Quali sono i più diffusi?
Il re degli sbagli è l’aspettativa che i figli debbano corrispondere ai progetti dei genitori, piuttosto che esprimere un loro personale carattere e destino.
Si tratta della convinzione: “Noi sappiamo qual è il loro bene”, circa il quale, invece, loro non sanno nulla, finché non accettano le nostre idee in proposito.
È una posizione in parte fondata quando i bambini sono molto piccoli, ed infatti è radicatissima nelle madri. Un bimbo di pochi mesi, o anche di pochi anni, deve imparare molto per sviluppare un rapporto positivo col mondo e le cose. Questo apprendimento è lento (a causa del basso corredo istintuale dell’uomo, rispetto agli animali), ed i genitori, soprattutto la madre, svolgono in esso un ruolo decisivo.
In questa funzione di “istruttori” però, spesso i genitori non si accorgono che i figli, anche piccoli, sono tuttavia dotati di una loro personalità, carattere, di loro personali “vocazioni” creative e affettive (insomma di contenuti propri), e che soltanto l’accordo tra le istruzioni impartite (e soprattutto il modo in cui questo avviene), e la natura propria dei figli permetterà loro di utilizzare i doni e le proposte dei genitori.
Quando molta psicopedagogia insiste sulla necessità che i genitori “ascoltino” di più i figli, dice in modo un po’ sommario e sloganistico questo: i figli hanno già in sé molte delle potenzialità della loro vita, e per aiutarli a realizzarle i genitori (come poi anche gli insegnanti), devono mettersi in ascolto di questi materiali, scrutarne le prime incerte manifestazioni, senza “dettare una linea” che non tenga conto delle loro inclinazioni. Dopo le prime, spesso traumatiche, incomprensioni, i ragazzi, infatti, si rendono conto che questa specie di sordità genitoriale potrà danneggiarli anche profondamente, e sviluppano forme di ansia, paura e aggressività (a volte anche contro se stessi), legate proprio a questi timori.
I conflitti legati a questo non ascolto dei figli non sono solo dovuti a rifiuti di fare da parte dei ragazzi (che non studiano, non si muovono, non prendono iniziative), ma a proibizioni ricevute da parte dei genitori.
Tipiche (e devastanti) le proibizioni materne ai figli maschi di giocare a calcio, o praticare attività sportive che sporchino il loro abbigliamento, o mettano a rischio (anche superficialmente, con un raffreddore) la loro salute. O i divieti dettati dall’ansia da parte dei padri possessivi nei confronti delle figlie. Esortazioni a non fare che inibiscono la vitalità dei figli.
L’altro grande timore dei figli verso i genitori è che essi non si prendano davvero a cuore il loro destino. I cosiddetti “genitori amici” suscitano spesso questo sospetto. “Non dovrei essere io a dovermi occupare del disordine di mio padre”, pensa il giovane maschio dopo un pomeriggio in cui il “padre amico” gli ha aperto il proprio cuore, e: “con la scusa dell’amicizia mia madre mi costringe ad ascoltare ed occuparmi delle sue stupidaggini” protesta in terapia la figlia sottoposta allo stesso trattamento da parte della madre.
Né semidei, insomma, né amiconi. I figli hanno bisogno di genitori.

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8 Responses to Genitori, quanti errori per il bene dei figli

  1. Alessandro says:

    Quand’ero piccolo, anche nell’adolescenza, ho dovuto avere a che fare con dei genitori che non so se sia corretto definire “amici”. Che casino: sempre ad ascoltare gli affari loro, e mai che potevo io essere ascoltato. Mia madre, che si lamentava sempre di mio padre, che non poteva agire ed aiutarmi perché “altrimenti, chi lo sente a tuo padre?”; e mio padre, dall’altra parte, a dirmi: “No, per questo problema vai da tua madre” ecc. Ma quando si trattava di loro, ahi voglia a mettermi in mezzo e rompermi le scatole, strumentalizzandomi a turno. E non importava se nel frattempo avevo cominciato ad andare male a scuola, a partire dalle medie: “purtroppo Alessandro è poco sveglio”, sentivo dire a mia madre quando parlava di me con altri. Per molto tempo ci ho creduto anch’io – poi, l’esperienza universitaria mi ha fatto capire che in realtà non lo ero del tutto – In più, trasferimenti di città ogni tanto, per il lavoro di mio padre; quindi spesso solo, senza nemmeno gli amici, che dovevo cambiare continuamente. Tutto questo mi ha segnato profondamente. Poi, dopo tanti anni complessi, ho elaborato molte cose, chiarito molte nodi che avevo, anche nei loro confronti, anche con l’aiuto di specialisti, ed ho capito molte cose. Ora, solo all’età di 32 anni, pur avendo un lavoro stabile dall’età di 26 anni, mi sto staccando da miei, comprando nei prossi giorni casa – anche se in realtà con l’aiuto di mio padre, senza il quale non me la sarei potuta permettere – ed andando, alla fine, a vivere da solo.

  2. Alessandro says:

    Proseguendo – altrimenti sembra solo uno sfogo – dico che quando sarò genitore se c’è una cosa che farò sarà quella non dare più importanza al lavoro che alla famiglia, sopratutto rispetto ai figli, alle loro istanze ed ai loro desideri, principalmente di tipo esistenziale, impegnandomi perché non abbiano timori a raccontarmi tutto quello che li passa per la testa.

  3. armando says:

    Tutto terribilmente vero, articolo di Claudio e commento di Alessandro. Lo dico da padre che quegli errori li ha fatti, vuoi per immaturità vuoi perchè all’epoca sembrava giusto così (e le due cose sono in connessione). Spero solo che i giovani padri di oggi sappiano trarre insegnamento dagli errori nostri, pur con tutte le difficoltà che abbiamo loro procurato.

  4. Alessandro says:

    Ah, su questo ne sono certo, Armando: quando sarò padre, mi verrà automatico, credo. I miei genitori erano persone profondamente immature, che hanno avuto anche loro situazioni familiari complesse, tutto sommato; persone piene di insicurezze, poco coraggiose, prese ognuno dai loro problemi, individuali e di coppia. Fu mia madre, comunque, quella che mi fece apparire mio padre come un mostro, quando in realtà era “solo” debole, e che ha cercato soddisfazioni quasi esclusivamente nel lavoro. D’altra parte, mia madre faceva di tutto a non presentargli i problemi che si venivano a creare, mettendo la testa nella sabbia, in molti casi strumentalizzandomi, raccontandomi cose non vere sul suo conto. Pur in questa gran confusione, mio padre è stato comunque il più onesto nei miei confronti; a differenza di mia madre, totalmente passiva e confusionaria, ma per certi aspetti ferocemente manipolativa, ho riconosciuto in lui, col senno di poi, ricostruendo i fatti, la volontà che comunque aveva nel farmi stare meglio, seppur in modo crudo, a volte bruscamente. Solo che l’influenza di mia madre, in realtà la figura più forte, non mi faceva vedere le cose nell’intera complessità, anzi: mia madre per molto tempo, nonostante tuto, l’ho considerata la santa della situazione, che subiva le prepotenze del marito, che in realtà ha mai fatto niente di terribile, anzi. Via via mi sono riappacificato con entrambi.

  5. Luca says:

    A me dispiace un po’ invece, perché della mia famiglia piuttosto problematica (anoressie, separazioni, liti furibonde in casa) alla fine non riesco ad arrivare ad una quadra “riappacificante”, che mi permetta una ricostruzione dei ruoli avuti da ognuno e di come mi abbiano influenzato. Un po’ ci sono ancora dentro, quindi, mentre vorrei averne una visione più distaccata, esterna.

  6. armando says:

    Penso che la “riappacificazione” coi propri genitori sia un processo difficile ma necessario, nonostante i loro errori. E se è vero per genitori “normali”, ancora di più per situazioni di particolare sofferenza.
    Alla fine “perdonarli” significa anche perdonare se stessi, il che non significa, ovviamente, non riconoscere magagne, insufficienze, errori che abbiano commesso.
    armando

  7. Sandra says:

    …e io invece faccio parte delle figlie (sempre meno, nell’era del permissivismo) di un padre possessivo e ansioso (? …scopro in questo articolo…) che vietava quasi tutto. E che mi ha appunto bloccato nella mia vitalità. Ricordo ancora oggi ‘Sandra, no, non lo fare; non si fa… e così via’.
    Aggiungiamoci l’inascolto totale di tutti i miei pianti, scambiati per capricci; i miei drammi derisi e creduti giganti per debolezza…
    Mia madre, poveretta, anche lei ‘succube’ di mio padre, non ha potuto fare poi molto.
    E a poco più di 30 anni, di nascosto ho iniziato un’analisi per capirci un po’ di più e guarire dai miei disagi…che apparentemente nessuno immagina, talmente sono abituata a soffocare tutto.
    Complice del grande regalo che mi son fatta è stata la lontananza geografica dalla casa natale e un’indipendenza economica, raggiunta per fuggire da quella gabbia.
    L’occasione? La delusione fortissima da parte di un uomo, molto più maturo di me, che forse mi ha amato o forse mi ha usato solo per il sesso.
    In effetti, nessuno mi ha insegnato ad amarmi e a distinguere il sesso dall’amore o riconoscere chi fa per noi…

  8. Lestat says:

    Scrive Sandra:
    “L’occasione? La delusione fortissima da parte di un uomo, molto più maturo di me, che forse mi ha amato o forse mi ha usato solo per il sesso.”

    Ma basta, Sandra, con questa storia degli uomini “che vi usano solo per il sesso”, che non se ne può veramente più.
    Ti rammento che alla fine della fiera siete voi donne a dettare le regole, le modalità e i tempi, per non parlare del fatto che non fate altro che sostenere, ovunque, di essere “più intelligenti, più furbe, più mature, più bla bla bla” degli uomini.
    Perciò basta con i vittimismi.

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