La lealtà rende più dei veleni

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 4 ottobre 2010, www.ilmattino.it

Veleni e fango sono tra le parole più usate per descrivere la politica italiana. I primi riguardano le insinuazioni personali che da noi accompagnano i dibattiti politici; il secondo le macchie gettate da queste polemiche sui protagonisti della vita pubblica.
La gente si è abituata: è delusa, ma non sembra davvero scossa. Nel mondo, però, la lealtà allo Stato da parte di politici e amministratori pubblici è considerata un indicatore importante della salute e solidità di una nazione.
È quindi il caso di domandarsi quale possa essere, nel medio periodo, l’effetto di questo stile di dibattito e azione politica sull’intero paese. L’osservazione psicologica, ad esempio, mostra con chiarezza come la dinamicità sia degli individui che dei gruppi sia legata al loro possedere obiettivi condivisi, e alla loro fiducia in un gruppo dirigente che permetta loro di conseguirli.
Vilfredo Pareto, nei suoi classici studi di sociologia ed economia politica, aveva osservato, già nel secolo scorso, come la sfiducia nelle qualità dei gruppi dirigenti portasse ad un rallentamento economico e ad una sorta di depressione di massa. In effetti le sue analisi furono poi confermate dal sorgere dei totalitarismi, che egli continuò a studiare dalla Svizzera, in cui si era nel frattempo trasferito.
Queste osservazioni non erano influenzate da moralismi, anzi Pareto polemizzava volentieri contro il “mito virtuista” del politico appunto virtuoso, cui preferiva quello efficiente. Si è tuttavia sempre dovuto notare come, appunto, “veleni” e “fango” deprimessero e rallentassero lo sviluppo sociale, economico e culturale, rendendo più difficile ai cittadini l’individuazione di obiettivi convincenti da perseguire, e di leader in grado di realizzarli.
La lealtà verso le leggi, gli altri (ed in particolare verso le generazioni che ci sono affidate: i giovani, ed i vecchi), prima che una virtù è un inestimabile bene sociale. Una qualità pratica, prima che morale, sulla quale tutti possono contare. Un Paese dove la classe dirigente è sleale, anche al suo interno, è invece un Paese che sperpera energie invece di accumularle, che investe negli intrighi invece che nei progetti, nella competizione tra individui invece che nel gioco di squadra.
Questa visione personalistica, mai economicamente produttiva, è però particolarmente disastrosa nella grande competizione del mondo globalizzato, dove ogni posizione viene conquistata a seconda del senso e della capacità di condurre “giochi di squadra” a tutto campo: sul piano scientifico, industriale, finanziario, commerciale e politico.
La capacità di danneggiare l’avversario personale con veleni e fango, decisiva nelle risse di quartiere (come ci raccontano quotidianamente i fatti di cronaca), ha invece risultati risibili a livello della competizione globale. Ed il suo effetto sulla coscienza e sull’inconscio collettivo dei cittadini è generalmente disorientante, e alla lunga potentemente depressivo.
La sfiducia sulla capacità dei capi di essere leali, inoltre, ha un altro caratteristico effetto indotto: il non fidarsi degli altri a livello collettivo, nelle famiglie, nelle aziende, nelle diverse comunità. Se la lealtà non è più una qualità o un comportamento apprezzato, perché l’altro dovrebbe comportarsi bene con me? Ciò induce nel corpo sociale una diffidenza generalizzata, un atteggiamento di sospetto, in fondo paranoide, che ostacola l’intesa sociale e quindi lo stesso sviluppo collettivo.
La riscoperta della lealtà, tra persone e istituzioni, ci può forse ridare più slancio che tagli indiscriminati nella spesa pubblica.

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One Response to La lealtà rende più dei veleni

  1. Dario says:

    Che bello questo tema e le polemiche di questi mesi tra confindustria e il governo che viene richiamato all’azione dicono che è davvero d’attualità: nemmeno un governo così filo-industria è realmente attaccato all’interesse pubblico (se pubblico si può definire la somma degli interessi dei privati che controllano i “mezzi di produzione”). Il fatto è che questo scollamento tra politica (con gli interessi che protegge) e la vita quotidiana delle persone (con le difficoltà che hanno), questo pensare al locale e non al globale (quanto ridicolo è infatti pensare ad arraffare i soldi e rubarli agli Italiani, mestiere dei governi degli ultimi 50 anni, quando il mercato globale ci sta divorando ed aprono Leroy Merlin, Darty, FNAC in Italia, mentre chiudono le messaggerie musicali e l’esselunga resta solo una realtà nazionale – cioè mentre i politici si mangiano l’italia delle tasse e le aziende straniere si mangiano l’italia delle imprese!) e questa sensazione d’inutilità del loro ruolo si percepisce e demotiva realmente. Io lavoro per un’azienda americana che fa la guerra ad altre aziende americane e io stesso ho disegnato programmi di sviluppo delle vendite che cercavano di erodere in Italia il poco spazio rimasto a quelle italiane (che si sono difese e ci hanno battuto, per maggiore competenza) e intanto nessuno pensa all’interesse del paese: alla formazione dei giovani, alla competitività, alla cultura del merito e del senso del dovere individuale. Nessuno è disinteressato, nessuno segue un ideale, nessuno ha un disegno maggiore. Sembra che tutto ruoti attorno al tutto-subito-e-via-alle-maldive, abbandonando la baracca prima che tutto crolli.

    Ma io in quest’italia ci devo restare altri 60 anni, non 10 come il buon *vecchio* silvio e non vedo nessun disegno, nessun progetto.

    La gente si deve svegliare e “fucilare” i corrotti.

    Il punto è che con pochi laureati, un livello medio d’istruzione bassissimo, un’ignoranza dilagante, temi in altri paesi sentiti come alla portata di tutti (la difesa dei propri diritti fondamentali *senza* in nessun modo scendere a compromessi, la sicurezza e l’orgoglio del proprio ruolo nella società, il fatto di poter ambire a posizioni “che contino” perché in fin dei conti chi ha posti che contano sono solo persone che si sono impegnate e hanno ottenuto quello che si meritavano) da noi, se non miraggi, sono una realtà troppo distante.

    E quando nessuna strada di merito e fatica sembra percorribile, allora si va verso la scorciatoia veline-televisione che dà soldi, tanti quanti bastano per andare alle maldive, appunto, o in costa smeralda.

    E’ squallido, occorre infondere fiducia, prospettiva, futuro. Tutto è fermo per tutti e fruttuosissimo per pochi.

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