Il Padre rimosso

(di Claudio Risé, da “L’Osservatore Romano”, 17 ottobre 2010, www.vatican.va)

“Mi aveva fatto venire i nervi”, si è giustificato l’uomo che ha ridotto in coma un tassista a Milano. “Mi ha insultato, e ho sbroccato”, ha spiegato il giovane che con un pugno ha ucciso un’infermiera a Roma. Per capire cosa stia accadendo si comincia a parlare di pulsioni (come ha fatto il sociologo Giuseppe De Rita sul “Corriere della Sera” del 13 ottobre). Un concetto psicologico abbastanza specifico, che indica le spinte istintuali dirette a soddisfare immediatamente un bisogno della persona.
Il discorso si fa così più concreto: ci sono spinte, bisogni reattivi, spesso irrazionali, legati alla sfera dell’aggressività, che escono con più frequenza e forza di prima, suscitando inoltre sempre meno reazioni nei presenti, che raramente, e tardi, intervengono per fermarle. A cosa è dovuto, però, il diffondersi di manifestazioni incontrollate di spinte distruttive?
Si ha l’impressione di assistere all’organizzazione di un intero sistema della violenza pulsionale: c’è lo scoppio aggressivo, agito da una o più persone; l’evitamento da parte dei presenti, che pensano solo a non essere coinvolti (o a guardare da postazioni sicure, se la situazione lo consente, soddisfacendo altre pulsioni, voyeuristiche); e infine l’utilizzo spettacolare realizzato dai media dell’effetto di orrore, ma anche di altre sensazioni di natura pulsionale, istintivo-emotiva piuttosto torbide.

[continua a leggere]

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21 Responses to Il Padre rimosso

  1. Fabio says:

    Non sono uno psicanalista, perciò il mio approccio a certe tematiche è molto più “terra terra”.
    Personalmente non credo che certi fenomeni possano essere ricondotti unicamente alla questione del Padre rimosso (che sicuramente c’entra). Nel caso del tassista ridotto in fin di vita da un uomo di diciannove anni più giovane, ritengo che alla base ci sia l’antico detto “homo homini lupus”… Non è certamente una novità il fatto che gli uomini si siano sempre scannati fra di loro: oggi come ieri (anzi, un tempo era pure peggio).
    Invece, per quanto riguarda il giovane romano che ha sferrato un pugno in faccia alla donna romena, (dopo esser stato provocato) credo ci sia da prendere in considerazione due fattori:
    1) In ciascuno di noi (uomo/donna/bianco/nero/giallo/cristiano/musulmano/buddista/induista ecc.) c’è un fondo di razzismo, ragion per cui di fronte ad una persona proveniente da un altro Paese, possiamo assumere atteggiamenti più aggressivi e cattivi.
    2) I ragazzi di oggi vivono in un’epoca post femminista, dove concetti (obsoleti) come “cavalleria”, “una donna non si tocca nemmeno con un fiore”, ecc. ecc., non hanno più alcun senso.
    E, del resto, non si capisce perché dovrebbero averne, visto e considerato che oggi le donne fanno le poliziotte, le carabiniere, le soldatesse, le pugili. ecc., pertanto di femminile hanno più ben poco. Per non parlare del fatto che in ogni luogo non si fa altro che decantare la (presunta e inesistente) “superiorità femminile”.

  2. angela says:

    Segnalo un interessante sito per quanto la mia scelta possa apparire bizzarra. Anticipo subito che necessita una forte dose di distacco dai luoghi comuni per vincere la tentazione di cambiare argomento al primo sguardo. Al secondo sguardo infatti, la cosa potrebbe farsi interessante, spece se proiettato nel discorso più ampio che da tanto tempo si affronta in questo Diario. Non sono cattolica ma gli spunti di questo sito aprono a soluzioni oltremodo interessanti. In particolare la sezione delle parole chiave. Il discorso in particolare si fa prezioso perchè parte dalla constatazione del mondo oggi: mentre l’uomo nei secoli passati affidava il destino a Dio, ora è chiaro che l’uomo stesso è stato in grado di modificare la natura, incidere nella storia, plasmarla. Non ci si può più affidare al sacro in modo astratto e semplicistico, sarebbe un allontanarsi da se stessi e dalla realtà. C’è una nuova consapevolezza, quella della ‘autonomia’ dell’essere umano, rispetto al divino. E’ giunta l’ora che ognuno riprenda contatto con la propria scintilla di creatività e che non per connettersi vagamente ad una entità superiore ma per scegliere di essere e di portare nel mondo la propria originalità (creatività) migliore, che corrisponde ai più profondi desideri di gioia personale (che si scopre riguardano anche gli altri). Un ribaltamento molto interessante: Dio non più lassù, ma diffuso nelle diversità di ciascuno di noi. Se qualcuno volesse approfondire segnalo appunto: http://www.angelavolpini.it/

  3. angela says:

    O meglio, Dio non più SOLO lassù, ma diffuso nelle diversità di ciascuno. Che in questo modo si riconosce figlio e in quanto tale riconosce il Padre. E il senso di comunità.

  4. Luciano says:

    Sono l’autore del sito di Angela Volpini, la ringrazio per averne apprezzato i contenuti, se vuole mi può contattare.

  5. Luciano says:

    La ringrazio per aver apprezzato i contenuti del sito di Angela Volpini, se vuole mi può contattare

  6. armando says:

    Sinceramente,Angela, scritto così equivale a dire che di Dio, del Padre, non c’è più alcun bisogno. L’esatto opposto di quanto si sostiene nell’articolo. Ed anche, permettimi, poco realistico, perchè non mi sembra che la causa della violenza stia in un rapporto astratto col divino, ma proprio nella mancanza di quel rapporto. In altri termini, può l’uomo affidarsi interamente a se stesso? Pensarsi non come creatura ma come creatore, senza con ciò pensarsi onnipotente, fino a sentirsi svincolato da ogni norma etica e morale? Perchè vedi, quella creatività, quella spinta all’amore di cui parli esistono, certamente, ma esistono insieme e contemporaneamente e in ciascuno di noi, insieme al loro opposto.
    armando

  7. armando says:

    Un Dio Padre diffuso nella natura e in ciascuno di noi come definito da Angela, diventa così annacquato da essere superfluo. Al contrario, i guai secondo me iniziano quando l’uomo da creatura inizia a pensarsi creatore, ossia in grado di determinare interamente se stesso e la propria storia.
    Quelle qualità umane che Angela descrive esistono, vero, ma esistono insieme a qualità opposte. Se Dio non c’è, diceva Dostoijevsky, tutto è possibile.
    armando

  8. Luciano says:

    Rispondo ad Armando: quando parli degli “opposti” che albergano entrambi nell’animo umano, questo è vero, ma non bisogna leggere ciò come il classico dualismo fra bene e male in eterno conflitto fra loro, pergiunta in un terreno di battaglia che è l’uomo, il quale rimane disorientato e senza strumenti concreti per “governare” e venire a capo di questa battaglia. Secondo me, la spiegazione e il superamento della dicotomia “bene-male” (la chiamo così per comodità di linguaggio) sta nell’approfondimento del concetto di “libertà”. Avere dentro di noi gli “opposti”, e averli nel medesimo tempo (qualcuno potrebbe definirli anche “virtù e vizio”, “anelito all’amore e tentazione di onnipotenza”), è (drammaticamente) la condizione necessaria per poter esercitare la nostra sovranità e la nostra autonomia, attraverso la nostra scelta. Dio (a parte gli interventi di carattere eccezionale) ha già fatto la Sua parte nella Storia, nel momento in cui ha “scelto” di creare il mondo e l’uomo; fin da quel primo momento, nel Suo Progetto d’Amore, Egli vi ha inserito l’uomo. E da allora attende che noi rispondiamo a quell’Amore. Allora non si tratta di fare a meno di Dio, di “autosalvarci”, ma semmai di assomigliare sempre di più al Creatore: perchè Armando dici che i guai iniziano quando l’uomo, da creatura, inizia a essere creatore? Pensate alla vicenda di Maria, la quale, secondo Dante, accetta liberamente che il suo Creatore (Fattore) diventi sua creatura (Fattura). E in che cosa dovremmo essere simili a Dio se non in questo? Pensate che la scelta di Maria non possa essere anche la nostra? Gli “opposti” continueranno a confliggere dentro di noi disperatamente, fino a quando non faremo la scelta dell’Amore, ma prima occorre scoprire che siamo Amore, che siamo nati dall’Amore e lì siamo diretti (nonostante tutto). E ogni atto di amore è una nuova creazione (questo le donne lo sanno molto bene). Allora il problema è capire che Dio c’è ancora, nonostante i tentativi di “sfratto” che Egli ha dovuto subire dal cuore umano, ma non è più fuori di noi, per questo dobbiamo cambiare l’orientamento del nostro sguardo da fuori a dentro di noi. La crisi in atto è senza precedenti, coinvolge simultaneamente e complessivamente tutte le nostre facoltà, ma ci indica un’opportunità anch’essa senza precedenti: Dio ci ha ritenuti adulti e maturi (io stesso faccio fatica a crederlo, ma è un atto di fede) per poter assumerci le responsabilità della Storia e del nostro destino, ciò significa incarnare l’amore nella nostra vita, nel nostro ambiente. Quando un uomo comincia a mettere anche solo un passo in questa direzione, state tranquilli che Dio si manifesta anche esternamente, ma quel passo, almeno quel piccolo primo passo DOBBIAMO FARLO NOIIIIIIII. Mi viene in mente l’immagine della “Creazione” di Michelangelo, dove Dio, col dito energico, tenta di creare l’uomo, il quale, con un atteggiamento molto rilassato e con aria di sufficienza, allunga il braccio ma non riesce ad arrivare a toccare il dito di Dio: Creatore e creatura sono infinitamente vicini ma non riescono a toccarsi, eppure Dio ha fatto tutto il possibile (se notate il Suo braccio e anche il Suo dito sono estremamente protesi); invece Adamo, senza scomporsi più di tanto, accenna a tendere il dito ma non completamente, basterebbe infatti che egli faccia un ultimo piccolo sforzo per toccare il dito di Dio, ma non lo fa. Fin dalla fondazione del mondo Dio attende che l’uomo tenda il suo dito. Nel mondo sta crescendo una nuova consapevolezza: siamo davanti a un passaggio di consegne, ci è stata affidata la Storia e il nostro destino di felicità; ciò comporta un rischio enorme, e cioè l’autodistruzione dell’intera umanità, interna (follia di onnipotenza, nichilismo, disperazione) ed esterna (distruzione della natura e dell’ambiente). Dobbiamo giocarci a testa alta questa partita. L’umanità ora è come un bambino che sta mettendo i primi passi verso la felicità, il sentiero è accidentato, ma la mamma è presente, a pochi passi dal figlio, gli dà sicurezza, nonostante anche Lei sia insidiata da quell’eterno serpente che tenta di morderLe il calcagno. Ecco, questa è la tentazione più forte oggi: l’istinto di morte che prevale sulla speranza. Ma la madre schiaccerà la testa al serpente e il figlio nuovo potrà nascere (oppure camminare da solo – la metafora è la stessa -). Ma come a ogni figlio che nasce gli verrà reciso il cordone ombelicale (altra metafora), ciò vuol dire che da quel momento egli comincerà a essere “padrone” della sua vita, naturalmente in comunione (si spera) con chi gli ha dato la vita.
    Quindi, tornando al quesito di Armando, può l’uomo affidarsi interamente a se stesso? Pensarsi non come creatura ma come creatore, senza con ciò pensarsi onnipotente?
    Secondo me si, può e deve: l’uomo è creatura, ma quando scopre la sua origine d’amore (radicata nel proprio desiderio di felicità), scopre anche la luce che lo guida a compiere quella scelta (d’amore), scoprendosi così anche creatore, prima di tutto di se stesso, e la tentazione di onnipotenza, che è sempre presente (ma solo come tentazione), siamo liberi di non sceglierla.
    Dio non può violare la nostra libertà, in ragione del Suo amore per noi, ma l’uomo non può esimersi dal compiere, nella propria vita, la scelta fondamentale: o l’amore (e quindi la vita) o il potere (e quindi la morte). Vi invito a leggere questo testo tratto dal sito di Angela Volpini: parla della libertà. http://www.angelavolpini.it/it/liberta‘.htm

  9. Angela says:

    Ciao Armando, il tuo punto di vista è molto efficace per arrivare alle obiezioni che mi sembra si possano affacciare alla mente di ognuno nel rapporto tra Dio e l’Uomo. Quello che a me ha interessato del discorso che ho trovato su quel sito è un dato che porta più lontano delle conclusioni a cui il tema dell “uomo a immagine e somiglianza di Dio” si è fin ora limitato. Il dato è il seguente: noi saremmo figli di Dio e in quanto tali altro da Dio. Ci riconosciamo nel padre attraverso i suoi doni, che sono quello della libertà, della creatività, ma soprattutto dell’alterità. Questa drammatica immedesimazione nell’altro dal padre, pone il problema di riconoscere la paternità nei doni, chiedersi perchè e cosa ci dicono sulla natura di chi li ha elargiti e soprattutto accettare e riconoscere la nostra alterità. Alterità che sta anche nel fatto che Dio è infinito, noi no. Per questo motivo lui non può determinare i contenuti concreti della nostra alterità ma c’è in noi la tensione verso l’infinito e la possibilità di rivolgerci nuovamente a lui e concepirlo col pensiero. Di contro, noi in quanto finiti non possiamo definire il contenuto dell’alterità dell’altro da noi, ma pensare in astratto a qualcosa di diverso da noi e donargli la possibilità della sua esistenza come altro, cioè qualcosa i cui contenuti non ci è dato determinare. Possiamo in un certo senso donare ‘alterità, a partire dal riconoscimento della nostra propria alterità e finitezza. Doniamo in un certo senso la distanza (il rispetto) che permette di riconoscersi a vicenda. Dietro la parola dono a me pare ci sia la parola amore, ma questo è un altro aspetto forse un po’ troppo vasto da esser contenuto in questo stesso commento.

  10. Davide Giandrini says:

    Si Claudio!! Splendido!!

    Padre amatissimo, la menzogna, tutta profumata di parole, senza di te, la menzogna. Lasciati sentire Padre, che io ti possa sentire.

    Testori: “Senza la sua reincarnazion, siam sol e insolamente, per dirla ciara e neta, un alitar de brina, una scorengia, un pet”

    Davide

  11. Luciano says:

    Vorrei segnalare che il link posto in fondo al mio messaggio precedente (n° 8) non funziona; quello corretto è il seguente: http://www.angelavolpini.it/it/liberta‘.htm

  12. armando says:

    Luciano
    “Quindi, tornando al quesito di Armando, può l’uomo affidarsi interamente a se stesso? Pensarsi non come creatura ma come creatore, senza con ciò pensarsi onnipotente?
    Secondo me si, può e deve: l’uomo è creatura, ma quando scopre la sua origine d’amore (radicata nel proprio desiderio di felicità), scopre anche la luce che lo guida a compiere quella scelta (d’amore), scoprendosi così anche creatore, prima di tutto di se stesso, e la tentazione di onnipotenza, che è sempre presente (ma solo come tentazione), siamo liberi di non sceglierla.”

    L’uomo è libero di scegliere fra bene e male, sono d’accordo, e questa è la massima libertà che può avere e la massima assunzione di responsabilità che Dio gli ha affidato.
    Sta però di fatto che quando l’orizzonte del Sacro viene espulso dalla sua vita, l’uomo sceglie più facilmente il male. Intendiamoci, può scegliere il male anche altrimenti, ed esempi ce ne sono, ma sicuramente i grandi progetti ideologici di liberazione dell’uomo dalla dipendenza da Dio (l’uomo che si pensa creatore, ossia senza limiti)hanno sempre prodotto il male.
    armando

  13. Luciano says:

    Per Armando:
    proviamo a sostituire quello che lei chiama “Sacro” (che comunque proprio il sacro ha generato tanta di quella violenza nella storia) con una scelta radicale d’Amore, cioè trasferiamo Dio dagli altari (vissuto come idolo, separato dall’uomo) al nostro cuore (in intima comunione con noi), e poi vediamo se l’uomo è ancora capace di fare il male. http://www.angelavolpini.it/it/home.htm

  14. Claudia says:

    Non mi è ben chiaro cosa significa “creatore prima di tutto di se stesso”. Se c’è una cosa chiara a questo mondo (per tutti, atei, credenti e compagnia) è che si è al mondo per volontà di qualcun Altro, non certo per iniziativa nostra. Dunque, cosa posso creare, io, di me stesso? Al massimo posso “collaborare” col Creatore, contribuire con le mie decisioni a qualcosa di positivo per l’umanità, o collaborare (non certo creare) alla creazione di altri essere umani. Ma di me stesso, “prima di tutto” di me stesso, non posso creare proprio nulla. Scusate ma mi viene un esempio tragico ma frequentissimo: andate a dire di creare loro stessi agli ammalati di cancro, a quelli che hanno un destino pesantemente segnato dalla malattia, a cui sono state date poche speranze. O a chi perde un figlio. Non è più ragionevole affidarsi che tentare di “crearsi”?
    Non so, ma questa faccenda dello scoprirsi creatori mi sembra fuori dalla realtà e molto incartata nelle parole.
    c

  15. cesare says:

    Quando avevo diciott’anni, una grande anima delle scienze umanistiche, cui nel corso della sua lunga vita innumerevoli persone si erano rivolte per un consiglio, così mi rispose quando, con giovanile baldanza enunciai la fede assoluta nella mia “autonomia decisionale”: “Mi stai dicendo che sei in grado di sollevarti tirandoti su per i tuoi capelli e nemmeno sei in grado di impedire che uno di essi cada”.

  16. angela says:

    Ho l’impressione che diverse opinioni persistano nell’….autocrearsi (proprio nel significato di arbitrio che alcuni ne hanno dato) senza affidarsi nemmeno per un momento alla lettura di quanto giudicano e allontanano a priori. Credo invece che condividiamo le stesse premesse: anzi la premessa fondamentale è che si è ‘figli’ di qualcos’altro e di qualcun’altro. O di qualcun’Altro, nel caso dei credenti. Noto anche che il richiamo alla responsabilità come una liberazione è risuonato in modo particolare alle donne (per la mia esperienza personale), mentre nel caso degli uomini è in maniera più diffusa un dovere verso se stessi e verso gli altri, trovo molto interessante scoprire questa differenza.

  17. cesare says:

    La differenza a mio avviso è che un conto è cercare un Io promosso unilateralmente a Tu (lo si trova davanti allo specchio) e un conto è cercare e trovare un Tu libero di farsi presente oppure no: quel Tu non lo passa la nostra volontà ma la sua libertà. E questo è l’alea della vita, il suo rischio, la sua sofferenza e la sua responsabilità e la sostanza stessa della libertà.

  18. armando says:

    Confesso, mi sto perdendo. Che significa “responsabilità come una liberazione”? Da chi o da cosa? Dal male, forse? Ma se per questo bastasse la volontà determinata dall’innato anelito alla felicità, come mi sembra di capire, perchè l’umanità non lo fa? Eppure detto così sembrerebbe proprio a portata di mano. Credo che la faccenda (e la psiche umana, compresa quella materna anch’essa piena di ombre) sia un po’ più complicata.

  19. angela says:

    @ Cesare. Intanto vorrei dire quanto segue. Partendo dalla mia esperienza personale mi permetto di generalizzare per il fatto che uomini lo siamo tutti: a me pare che nei difetti che attribuiamo agli altri (proiezioni?) o nei doni che riserviamo agli altri e non a noi stessi (quasi identificandoci con essi e privando fra l’altro il dono della gratuità – dipendenze?) c’è un Tu che riguarda noi. Queste parti che io allontano da me in qualche modo devo riprendermele o guardarle con distacco e riconoscerle. In ciò ci vuole un grandissimo sforzo di volontà (forse il più importante) e di attenzione (nell’ammettere innanzitutto che c’è qualcosa di noi che è altro rispetto all’immagine che abbiamo) a partire da un desiderio di pienezza della propria umanità (che si manifesta in sofferenza, insoddisfazione, inquietudine, mancanza). Con questo esercizio si concede a noi stessi di essere veramente unici e agli altri di essere veramente altro, liberi dei nostri contenuti (giudizi e pretese). E si libera noi stessi dalla sofferenza portata da quello stato di separazione, che trascina via con sè anche il senso della nostra unicità della nostra esistenza. Pienezza, libertà, unicità, responsabilità, “autocrearsi” (direi più ..riunificarsi), scelta, umanità e potere: sono tutte parole che hanno richiamato la mia esperienza e in questo senso a livello simbolico quel sito ha parlato anche di me. Tra l’altro non dicendo niente di nuovo rispetto alla narrazione biblica, che però nel suo procedere per immagini rende più limpidi i vari passaggi e le parole chiave (potere, altro, sguardo, umanità, desiderio di pienezza, volontà e scelta, creazione, dono, creatività, amore e senso).

  20. Redazione says:

    Per rispetto alla libertà dei frequentatori del blog, e alla loro posizione al riguardo, non verranno pubblicati commenti sull’esistenza/non esistenza di Dio.
    Non riteniamo che ciò che è materia di fede abbia alcunché da guadagnare dal venire dibattuto a livello intellettuale. La discussione intellettuale su ciò che l’uomo sente come vero è antropologicamente violenta, e non interessa questo blog.
    La Redazione

  21. cesare says:

    Armando@ Non ci si libera solo da qualcosa ma anche si libera qualcosa di se stessi: liberazione della propria umanità, della propria virilità, della propria paternità, ecc.. Diventare liberi nel senso di sviluppare le proprie potenzialità umane. Pensa all’esperienza fondamentale di essere padre o marito o amico o semplicemente essere chi si china per un istante su un sofferente. Ci si può negare a tutto questo: in ognuna di queste relazioni l’altro decide di te e tu decidi di lui e questo sistema relazionale è l’ambito in cui ciascuno mette e rischia tutto se stesso. Ma è anche l’ambito della realizzazione di sè, della propria liberazione. Massimo di rischio, massimo di responsabilità e massimo di libertà. Ecco perchè nella mia esperienza responsabilità e liberazione vanno di pari passo, inesorabilmente collegate al rischio e anche alla sofferenza.

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