Sangue versato e carte bollate

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 25 ottobre 2010, www.ilmattino.it

Lo Stato non può sempre nascondersi dietro procedure burocratiche, spacciandole per leggi. Ci sono casi in cui deve scoprirsi, e dire come la pensa. È quanto sta accadendo per il brigatista Prospero Gallinari, che dopo 30 anni dei vari ergastoli che sta scontando, ha chiesto la liberazione condizionale, utilizzando la legge che lo prevede come molti suoi compagni delle Br hanno già fatto, e ottenuto. Lo Stato in questi casi domanda ai parenti delle vittime se perdonano l’assassino.
La cosa avviene con una trafila burocratica fredda e impersonale, priva di ogni proporzione con la gravità e il senso dei fatti su cui decide. Mostra bene quindi come le procedure burocratiche siano inadatte a dirimere questioni che per l’uomo si collocano nella sfera del sacro, come quelle che riguardano il sangue versato, il sacrificio della vita, i vissuti dei superstiti.
I parenti delle persone uccise dagli ergastolani che hanno scontato almeno 26 anni di prigione e che chiedono di essere liberati, ricevono, infatti, per posta un avviso a presentarsi al commissariato di zona. Qui un funzionario, a nome del magistrato che segue la richiesta di liberazione, chiede loro di riempire un «verbale di sommarie informazioni in relazione alla circostanza se intende concedere il perdono a…», segue il nome di chi ha ucciso il loro parente.
Nel caso di Gallinari (uno dei carcerieri di Moro), gli avvisi sono stati recapitati in tutt’Italia, poiché è stato ritenuto colpevole di tutte le uccisioni commesse dalle Brigate Rosse nei due anni (dal ’77 al ’79) in cui ha fatto parte della direzione esecutiva della formazione.
Non sappiamo cosa abbiano risposto gli altri parenti delle vittime. La risposta della figlia dell’operaio e sindacalista Guido Rossa però, ucciso a Genova nel 1979 (dopo aver accusato un impiegato di diffondere volantini brigatisti), aiuta a capire l’inadeguatezza morale di questa procedura seguita dallo Stato e dalla magistratura come se fosse legge, mentre è soltanto un modo di nascondere la responsabilità del magistrato dietro un dispositivo burocratico.
Sabina Rossa (deputato Pd), presentatasi al commissariato al posto dell’anziana madre, ha messo a verbale: «Non intendo fornire dichiarazioni, in quanto la richiesta in oggetto non è riferibile e un preciso articolo del codice penale. Inoltre contesto nel metodo e nel merito la richiesta».
Non è infatti giusto coinvolgere i parenti delle vittime nella decisione di liberare chi le ha uccise. Esiste una legge dello Stato che prevede di farlo, i magistrati la applichino, assumendosene la responsabilità.
Il sangue versato per aver fatto il proprio dovere, come Guido Rossa che aveva denunciato un’attività eversiva, non può essere liquidato chiedendo una firma sotto un foglio scritto in burocratese ai parenti, depositari diretti di quell’esperienza, personale ma ricca di significato per la comunità.
Le due strade, quella della legge, laica e uguale per tutti, e quella dei sentimenti profondi, personali, e sacri, devono procedere separate, senza mescolarsi e intossicarsi l’una con l’altra.
La cultura occidentale ha risolto già ai suoi albori la questione, quando, nell’Orestea di Eschilo, Pallade Atena, presidente e fondatrice del tribunale, manda libero Oreste (che aveva ucciso la madre per vendicare il padre), ma fa costruire un tempio sotterraneo per le Dee Erinni, testimoni del sangue, che ne chiedevano la condanna.
Due modi di sentire diversi, quello laico della legge dello Stato, e quello sacro e personale degli affetti e del sangue versato, che ognuno onora nel suo profondo.

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