Tea party

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 8 novembre 2010, www.ilmattino.it

Riprendersi lo Stato. È questo il sogno che ha animato i «tea party» americani, e provocato nelle elezioni del due novembre la sconfitta dei democratici di Barack Obama, accusati di elitarismo e lontananza dal popolo americano, dal suo stile comunicativo e dai suoi bisogni. In fondo, è questo anche il senso più autentico del malessere europeo, e italiano, al di là delle questioni e mitologie personali di Berlusconi o Sarkozy. Cosa sta davvero facendo, per noi, chi detiene il potere?
Gruppi sempre più numerosi di persone sospettano che i politici non siano al servizio di chi li ha eletti, ma impegnati nella costruzione del proprio potere personale, del proprio mito, della propria ricchezza.
Critiche subito liquidate come populismo, ma che in realtà hanno forse a che vedere con un problema di democrazia insufficiente.
In America come in Europa, ad aggregare i movimenti di protesta non sono, infatti, quelle rivendicazioni generiche (contro gli immigrati o la crisi economica), o quei rancori ti tipo ideologico-religioso (anticomunismo, antiabortismo), delle tipiche proteste populiste. Il malcontento esprime un sentire diverso: gli eletti, al governo e all’opposizione, non si preoccupano di rappresentare le idee, i bisogni, lo stile di vita, i costumi di coloro che li hanno votati. Sono distanti da loro, e i pochi e confusi appuntamenti elettorali non bastano a farli veramente incontrare.
Così, i tea party americani hanno costretto i politici ad ascoltare la gente. Gli intellettuali hanno deriso la stupidità del movimento, ma chi non ha voluto ascoltarli ha perso seggi che sembravano saldissimi.
In Europa tutto è complicato da una storia politica più lunga, e da un dibattito politico più sofisticato. Inoltre il territorio è più piccolo, e problemi come l’immigrazione inaspriscono più duramente che negli Usa le contrapposizioni. Tuttavia anche qui l’elettorato non si sente adeguatamente rappresentato dalle persone che ha votato.
Questa crisi di rappresentatività è determinata anche da alcune tipiche contraddizioni della società di massa, e del suo sistema di comunicazione. La lontananza delle élites politiche contro cui l’elettorato protesta, è promossa e in qualche modo richiesta dagli stessi elettori, attraverso la mitizzazione dei protagonisti politici tipica delle culture di massa. I leader, ma anche i loro compagni di movimenti e iniziative politiche, per diventare veramente popolari devono accettare di diventare mitici, star, persone dalla vita in qualche modo straordinaria, eccessiva, diversa dal signore del piano di sotto o della villetta a schiera accanto alla propria, ai quali nessuno si sognerebbe mai di dare il voto, proprio per la loro ordinarietà.
Nella società di massa, fin dai tempi dei fratelli Kennedy e di Ronald Reagan, l’élite politica si mischia con la società dello spettacolo e fa essa stessa spettacolo. Anzi, con l’aumento della ricchezza e l’impoverimento della cultura politica, la classe politica assomiglia sempre di più (in tutto il mondo occidentale, e non solo qui), a un’appendice della società dello spettacolo, e le sue foto compaiono sempre più spesso sui media di gossip e show.
Lo stile di comunicazione del politico di successo, ed il suo bilancio personale, è diverso da quello di chi lo elegge: se fosse uguale, non verrebbe mai eletto. Il suo spettacolo però, è più difficile, e meno divertente di quello del divo: ne fanno parte l’amministrazione pubblica, e il benessere dei cittadini.
Ecco perché, quando gli elettori non si divertono più, vogliono mandarlo a casa. Magari con un tea party.

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