La tecnica al servizio della regressione

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 15 novembre 2010, www.ilmattino.it

Una messicana cinquantenne ha partorito la settimana scorsa un bambino concepito col seme del proprio figlio. Non si tratta però, tecnicamente, di incesto, ma delle possibilità dell’ingegneria genetica di realizzare i desideri. Il figlio della madre-nonna, infatti, è un imprenditore trentunenne omosessuale, e il bimbo è stato concepito in provetta con il suo seme e con un ovocita donato da un’amica. La donna ha offerto il proprio utero per farlo nascere. Una storia di dono e generosità.
La nonna voleva un nipotino, e l’ha avuto. L’uomo voleva un figlio, ed è accontentato. L’amica ha donato il suo uovo con piacere. Lo scenario, molto postmoderno, è quello di una molteplicità di desideri in sé difficili, realizzati attraverso la cooperazione di persone che si vogliono bene e della sapiente ingegneria riproduttiva.
In questa fiaba tecnoscientifica, che la nonna-mamma ha detto di essere ansiosa di poter raccontare al bambino per mostrargli questa sua storia così speciale e meravigliosa, c’è però un furto. Inequivocabile, sicuro, per certi versi autonomo delle variegate obiezioni morali che molti muoveranno a questo evento, e ai suoi protagonisti. Si tratta del furto della madre. Vale a dire di quella persona con la quale il bambino rimane a lungo identificato per un non breve periodo dopo la nascita, e che secondo la psicoanalisi rappresenta subito dopo la nascita il suo stesso Sé, a partire dal quale si svilupperà il centro della sua personalità conscia e inconscia.
Questa madre-Sé, potente motore della crescita psicologica e fisica del bambino ha due aspetti: uno generativo, l’ovocita dalla cui fecondazione ha preso le mosse la vita del bambino, ed uno di custodia, il corpo che accoglie, col quale il bambino sviluppa una simbiosi pressoché totale fino alla nascita, e importante anche dopo.
In questa storia però, la ricca totalità materna, aspetto fondante della personalità del bimbo, non c’è. L’ovulo è il dono di un’amica del padre, e il misterioso corpo materno, che rappresenta la fusione tra lo sviluppo di quell’ovulo e la simbiosi col corpo-psiche del figlio, è sostituito dal corpo della nonna, madre del padre.
Lo scenario è avveniristico, ma il risultato è “reazionario” nel senso letterale del termine, perché porta la situazione del bimbo che nasce indietro di una generazione. Lo sviluppo dato dall’incontro del seme del padre con un nuovo femminile, la donna con cui si incontra e che feconda, qui avviene solo a metà: l’ovocita donato dall’amica, che non è però la donna nella quale il bimbo vive l’importantissimo periodo dello sviluppo prenatale. Questo secondo ambiente formativo difficilmente porterà ricchezze emotive ed affettive nuove, originali al figlio che nasce, perché è lo stesso in cui già il padre, nella generazione precedente, aveva vissuto la propria formazione prenatale e la propria simbiosi, con la stessa donna con la quale tocca ora di viverla al figlio.
Il tempo, aspetto fondamentale nello scorrere delle generazioni e nello sviluppo creativo, affettivo e psicologico che in esse si produce, qui è retrodatato al momento della fusione del padre con la propria madre. Evento che evidentemente ha condizionato tutta la vita del padre, che infatti rimette ora il figlio nello stesso luogo, e nello stesso tempo della propria nascita.
Al figlio della tecnica e dei favori incrociati è così negato il Sé di un materno insieme generativo e accogliente, rappresentativo del femminile fecondo di oggi e delle sue ricchezze, per affidarlo a quello, già collaudato, della madre del padre. La tecnica al servizio della regressione.

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5 Responses to La tecnica al servizio della regressione

  1. armando says:

    A me queste notizie sgomentano per gli intrecci che mi sembrano oggettivamente luciferini o volendo essere leggeri da “vaudeville” genetica. Soprattutto però sgomenta l’apparente tranquillità dei protagonisti, la buona fede dei quali non metto in dubbio. Ma proprio la buona fede, il loro considerare tutto ciò “normale” o addirittura speciale in senso buono, è la misura dell’abisso in cui stiamo precipitando. Un abisso in cui dominerà il caos e l’oscurità delle potenze ctonie. Come è scritto nell’articolo, si sta realizzando un paradosso. Il massimo della tecnica, ovvero della razionalità calcolante, è al servizio della massima regressione psichica, ovvero della più grande irrazionalità. Dietro l’apparente dominio della ragione e della scienza si stagliano forze potenti, irrazionali e antiscientifiche. Come sostiene Benedetto XVI la razionalità in senso alto non può essere contraria alle leggi di natura, pena un cortocircuito distruttivo della ragione stessa.
    A me notizie come queste evocano il richiamo alla dottrina indù dei cicli, secondo la quale l’attuale è l’ “età del ferro”, epoca terminale di un lungio ciclo regressivo (del quale, aimè, noi non vedremo la fine), solo al termine del quale l’umanità potrà entrare in una nuova “età dell’oro”. Naturalmente non so se sia davverò così, ma certo quest’epoca presenta nitidi tutti i segni di un apocalittico tramonto di civiltà. Quella civiltà che, con tutte le sue contraddizioni, aveva pur sempre posto l’uomo “creatura” e il suo rapporto con la natura e col Creatore al centro della sua riflessione. Non so che altro dire, perchè le parole nulla possono.
    armando

  2. Claudia says:

    Al di là dell’orrido contesto di questa vicenda messicana, credo che questa osservazione sul “furto” della madre significhi (in senso più ampio) che una nonna non potrà mai essere una madre. Quand’è che qualcuno scriverà un libro (magari con una presentazione a caratteri cubitali) sui danni prodotti dai nonni che – letteralmente – rubano i figli alle madri costrette alle otto ore di lavoro quotidiane? Quei nonni che confondono l’aiuto ai figli/genitori con il sostituitsi ad essi facendo “propri” i nipotini? Quei nonni che cercano di strappare i tuoi figli al tuo desiderio di presenza (in quanto madre) nella loro vita, costringendoti a penose discussioni per essere tu (madre) a portare tua figlia all’asilo almeno una volta alla settimana? Che neppure quando finalmente vai in vacanza con la famiglia (tu, marito e figli) ti lasciano in pace, raggiungendoti ovunque tu sia e mettendosi di mezzo, perchè “Avevo tanta voglia di vedere la “mia” bimba!!”? Chi è che farà un bel processo a questo genere di nonni, che una nuora vorrebbe vedere dall’altra parte del globo per sempre?
    Anche questo è un “tirar dentro la propria pancia” il figlio di un altro e costringerlo a diventare proprio. E fuori, una madre così defraudata, deve anche subirsi i commenti classici: “Come sei fortunata ad avere dei suoceri così, che ti aiutano tanto!”.

    Claudia

  3. armando says:

    Claudia, il “processo” a quei nonni dovrebbe farlo il figlio insieme a te, nel senso di porre/imporre limiti e confini per la salvaguardia della propria famiglia. E ciò vale, naturalmente, anche nel caso che gli invadenti fossero i genitori di lei. L’aiuto è benemerito e in questo certi nonni sono sicuramente molto meritevoli. Intromettersi fino a voler sostiruire i genitori è negativo. Ma mi chiedo se non sia possibile far loro capire quali limiti non superare.

  4. grazie, dottor Claudio Risè
    per questo BELLISSIMO articolo.
    qui si mostra il suo talento analitico, che io – per mia personale fortuna – ho accostato.
    qui si parla di DESIDERIO e di come il narcisistico desiderio di questi attori tutti egoriferiti (il figlio omosessuale e desiderante di essere padre, la mamma/madre/nonna desiderante sia di soddisfare il desiderio del figlio che di riprovare la maternità, la compagna desiderante di essere madre per concessione biologica) … tutti mettono in ombra il futuro di questo “figlio”, indubbiamente desiderato da un gruppo un po’ troppo affollato per poter riflettere, quando sarà adulto, prevecchio e vecchio della sua storia più biologica che affettiva
    con gratitudine
    paolo ferrario
    como

  5. Massimo L. says:

    Egregio Dott. Risé, la scienza, di cui la psicanalisi fa parte, è basata più sui fatti verificati che sulle congetture. Quando si parla della vita delle persone e le si giudica, come lei fa, ci si dovrebbe preoccupare molto della consistenza e della veridicità delle proprie affermazioni.
    Il perno fondamentale della suo scritto è che la nonna del figlio, prestatasi al parto, sarebbe la principale fonte di stimoli per il piccolo. Stimoli, a suo dire “vecchi” di una generazione per giunta “usati” già dal figlio, quindi “emotivamente poveri” per rielaborare la “ricchezza emotiva” cui le fa riferimento.
    Dunque, seguendo logicamente il suo ragionamento i nipoti di chiunque dovrebbero essere “migliori” (i.e. emotivamente più ricchi) dei fratelli.
    L’infondatezza di questa deduzione, che tuttavia discende perfettamente dal suo assunto, ne dimostra la fragilità. I legami psicologici che si formano tra la madre che partorisce e il figlio nei primi mesi sono gli stessi da milioni di anni, e non sarà di certo una generazione a stravolgerli. Il suo giudizio sarebbe ignorabile se fosse quello di un comune uomo della strada, pazientando la mancanza di mezzi culturali; ma dalla penna di un professionista della medicina, di un uomo di scienza, ne tradisce la mancanza di rigore professionale e la debolezza per posizioni ideologiche su cui degenera un giudizio -che dovrebbe essere rigoroso- verso uno sfogo dalle chiare tinte moralistiche.

    Saluti,
    ML.

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