Tecnica e artigianato per l’occupazione

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 22 novembre 2010, www.ilmattino.it

Non è chiaro se il più pericoloso difetto degli italiani sia la vanità o l’astrattezza. Solo, infatti, con la vanità, o la testa nelle nuvole si spiega come mai mentre in Inghilterra, Spagna e Scandinavia il 50% degli studenti sceglie una formazione tecnica, da noi non si arriva neppure al 40%. Peccato, però, che soprattutto di tecnici hanno bisogno le industrie, il commercio, e i servizi: l’anno scorso cercavano 235 mila diplomati tecnici o professionali, ne hanno trovato la metà.
In compenso, migliaia di neolaureati rimangono disoccupati, o vengono assunti in posizioni precarie e sottopagate. Decine di migliaia, poi, si perdono nell’iter di studi faticosi e spesso per loro incomprensibili (licei e università), finendo con l’ingrossare un esercito di giovani che non lavorano, né studiano, drammatica incognita per il futuro del paese, oltre che per il loro.
A poco servono i richiami delle associazioni di imprenditori, indeboliti dalla mancanza di maestranze formate, e quelli degli stessi sindacati, paralizzati dall’assenza di personale che corrisponda al sistema produttivo.
Il mito del “pezzo di carta” (la laurea) rimane saldo, sostenuto soprattutto (a quanto risulta da ogni ricerca sul campo), dalle convinzioni delle famiglie, che preferiscono un figlio laureato dopo un lunghissimo iter scolastico, col rischio di restare disoccupato per anni, ad un figlio diplomato, e autonomo già prima dei 18 anni.
Il “mito laurea” è oggi smentito (tra l’altro) dalla versatilità di un’offerta di lavoro in continuo mutamento, che richiede ai giovani competenze pratiche ma anche duttilità, prontezza nel cogliere le nuove professioni (tutto il campo dell’elettronica e delle reti di comunicazione è in perenne movimento).
Gli studi superiori tradizionali, invece, con la loro lunga durata e relativa fissità di contenuti, rischiano di essere sempre scavalcati dagli sviluppi del mercato e delle nuove tecnologie. Licei e lauree oggi sono adatte soprattutto a chi è fortemente determinato a conseguirle, per suoi precisi e riconosciuti interessi; altrimenti è più formativo un rapido tuffo nel “mercato del lavoro”, che sviluppi le qualità della persona, premiando la grande elasticità della mente giovanile e la sua capacità di adattamento.
Adattamento, però, è diventata una parola proibita, impronunciabile. E’ come se il nostro paese, con la sua secolare tradizione di povertà eroica, dopo aver sperimentato il benessere si sia convinto che il denaro abbia decretato la fine della necessità di adattarsi alla vita, e inaugurato il tempo in cui è la vita che si deve adattare ai desideri dell’uomo. Non è così.
Questo rifiuto dell’adattamento alle possibilità reali sta tra l’altro distruggendo un settore storicamente importantissimo per la civiltà italiana, e dotato di grande possibilità per il futuro: l’artigianato. La bottega artigiana, con le sue straordinarie capacità di adattamento ai materiali, e di valorizzazione delle idee, è un luogo di produzione estremamente versatile ed è l’unico in grado di fare concorrenza, con prodotti fini e personalizzati, alle multinazionali standardizzate sui gusti e bisogni del consumatore medio.
I nostri grandi stilisti di moda, tutti partiti da una formazione artigianale (e molti rimasti ad essa fedeli), dimostrano appunto le enormi possibilità dell’Italia in questo campo (come del resto tutto lo sviluppo del turismo di qualità e “di alta gamma”). Ciò chiede però di metter da parte le fantasie di onnipotenza, e di guardare la vita, il mondo, adattandovisi. Un’operazione economica, ma anche artistica. Di sicuro successo.

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5 Responses to Tecnica e artigianato per l’occupazione

  1. Dario says:

    “Il meglio deve ancora venire! Ma non lo aspetto…gli vado incontro! ;)” Questo è lo stato in facebook di oggi, di una ragazza di 23 anni felice e realizzata. L’ho conosciuta due estati in vacanza e vorrei condividere la sua storia. Dopo il diploma (cioè 5 anni fa) lei ha cominciato a lavorare nell’officina di famiglia a Torino: un gommista. Nei primi anni, guadagnando, si è emancipata e con i suoi soldi ha coltivato una sua passione (la vela, i cui corsi andava a fare a Milano, per poi partire al mare d’estate). Quest’estate, dopo 4 anni di lavoro nell’officina dei genitori, ha deciso di fare un lavoro estivo su una nave da crociera inglese, unendo l’utile al dilettevole. Questo autunno, visto che d’estate ha migliorato l’inglese lavorando sulla nave da crociera inglese, ha fatto uno stage in Inghilterra presso una società di marketing che organizza eventi e vivendo lì, in inghilterra, in condivisione con altri giovani, oltre al divertimento di un’esperienza del genere, ha migliorato ancora l’inglese e, ovviamente, imparato i fondamentali di una professione rivendibile ovunque. Ha fatto dai 18 ai 23 anni le esperienze che desiderava, che le hanno dato soddisfazione e adesso, a 23 anni, finita l’esperienza dello stage, sta pianificando altre attività, con l’entusiasmo e la fiducia in sé che si è conquistata sul campo. Riuscendo ogni volta nelle prove che si è proposta di superare, ma che si è scelta lei, nelle quali sentiva di poter realizzarsi e di avere le capacità, l’interesse. Io l’ho conosciuta e dal mio punto di vista non era portata per gli studi, perché, per esempio, non sapeva spiegarmi il perché una barca a vela si muovesse, nonostante i corsi e nonostante la sapesse condurre (!), ma non ha dovuto sorbirsi noiosissime università che non le interessavano, non ha dovuto subire l’umiliazione di non passare gli esami troppo difficili per lei e le sue attitudini, magari. Insomma, il suo percorso di vita, anziché una serie di fallimenti e frustrazioni è stata (e sarà ancora, come promette lei stessa nel suo stato di facebook), una serie di piccoli/grandi passi concreti, scelti, riusciti, desiderati. Questa ragazza “testona” che ha lavorato subito, senza l’uzzolo di mettersi a studiare, che tanto non le andava, adesso sa benissimo l’inglese, molto meglio, ne sono sicuro, delle sue amiche laureate, ma che non sono mai uscite da Torino, ha già fatto uno stage in marketing e si appresta a fare altre esperienze, quelle che le piacciono. Evvai, ragazza, la vita ti aspetta!

  2. Ciao Claudio…passo ancora a ritrovarti…ancora e sempre. Passi da Roma?
    Giorgio

  3. Claudia says:

    D’accordo col prof. Risé….bisognerebbe però che tutto questo fosse preso in considerazione anche dal ministero dell’istruzione, che sta trasformando le scuole superiori il più possibile in licei (ad esempio, nella mia provincia e limitrofe, gli istituti d’arte, gli istituti zootecnici o le scuole magistrali), sempre più ricchi di materie di cultura generale e sempre più poveri per quanto riguarda le materie di laboratorio e specializzazione.
    c

  4. Constato con un misto di piacere e tristezza e spiego che in alcune aree geografiche dell’italico stivale, la sottocultura del pezzo-di-carta è viva e diffusa così come l’unghia lunga del mignolo della mano destra. Segno distintivo degli scrivani. Che poi il pezzo-di-carta ottenuto sia dovuto a studio ed impegno piuttosto che a frode e corruzio-collusione è irrilevante, che poi suddetto pezzo di carta non sia usabile nemmeno per uso igienico è un dato. Semmai è utile per partecipare a qualche concorso pubblico truccato ed ottenere un posto di nullafacente.Qui si generano voti e favori, per pochi soldi, peraltro di tutti gli altri che lavorano, producono e pagano le tasse. I politici lo sanno, ma chi di loro avrà mai il coraggio di divenire impopolare, ovvero perdere i voti comprati con tale metodo?.
    Intanto i laureati in lettere&filosofia stanno a casa, le imprese affamate di personale qualificato assumono gli Indiani, puliti, colti, istruiti e senza unghia del mignolo lucidata e smaltata.
    Il popolo dei laureati-ignoranti in discipline inutili al paese tende a crescere, Lemmings vicino al baratro!
    Buona fortuna comunque.

  5. antonello says:

    Sono daccordo con Emilio, tranne che su un punto dove in fondo dice, dopo aver citato le discipline umanistiche: “Il popolo dei laureati-ignoranti in discipline inutili al paese tende a crescere”. Faccio parte appunto dei precari insegnanti di Lettere eppure non mi pare siano discipline inutili al Paese: ho lavorato presso istituti tecnici (es Itis) e con quei ragazzi ho davvero percepito come la letteratura possa modificare e toccare il cuore umano (incontro ancora dopo anni gli studenti e mi parlano dell’Innominato o di Primo Levi). Inoltre è davvero curioso come si possa convincere i ragazzi a non eccedere nell’uso di Internet e simili citando loro Seneca e il De Brevitate Vitae sull’uso intelligente del tempo… antonello

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