Internet, e i nostri sensi

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 29 novembre 2010, www.ilmattino.it

La rete Internet, il luogo virtuale che sta diventando la nostra casa, dove ognuno di noi passa ogni giorno sempre più tempo, sta modificando anche i nostri sensi, che cambiano a loro volta il cervello e quindi i comportamenti. Non è, d’altronde, la prima volta che la vita modifica i sensi, e dunque l’uomo.
Per esempio i nostri progenitori usavano molto l’odorato, il naso. Infatti abbiamo un migliaio di recettori dedicati appositamente all’olfatto. Mentre la vista ne ha tuttora solo tre.
I recettori visivi sono però destinati probabilmente ad aumentare in modo vistoso, visto che oggi con la Rete e gli strumenti digitali l’uomo usa sempre di più gli occhi, la vista, e sempre meno il naso, indispensabile invece ai nostri progenitori per «fiutare», e non solo i pericoli, ma anche i luoghi, i percorsi, i piaceri.
L’uomo nell’epoca di Internet usa sempre di più la vista, perché passa sempre più tempo di fronte ad un video. È questo strumento, che rappresenta anche il luogo dove abita in modo sempre più esteso la sua mente, e attraverso il quale egli svolge sempre più attività, ad incanalare la maggior parte delle sue relazioni col mondo. E quindi a sostituire in modo sempre più marcato gli altri sensi, tranne appunto la vista e i polpastrelli delle dita, impegnati costantemente sulla tastiera.
Ad esempio la gran parte del lavoro, anche manuale, si svolge oggi attraverso il computer: dove prima si toccavano e spostavano attrezzi, materiali, oggetti di vario tipo, oggi si digita e si clicca su tasti o mouse. Questo modo di lavorare ha tolto di mezzo attività e sensazioni fisiche che sollecitavano l’attenzione del corpo (con tutti i suoi sensi) agli oggetti e agli elementi naturali, e davano luogo a sensazioni come la stanchezza, ma anche la pienezza di un’attività fisica e psichica equilibrata. Naturalmente possiamo sostituire alcuni di quei movimenti con altri fatti in palestra ma alcune attività sensoriali rimarranno fatalmente escluse. Non c’è assolutamente bisogno di una particolare attenzione corporea mentre si corre su un tapis roulant o si pedala su un attrezzo fisso. Potremo sviluppare singole masse muscolari, ma non l’insieme delle funzioni sensoriali. Intere attività di coordinamento tra i sensi vengono così progressivamente ridotte.
L’equilibrio ad esempio, esperienza dei sensi di grande valore psicologico nel mantenere la coesione della personalità, perde importanza quando stai per ore seduto davanti a un video. Lo stesso accade all’attività (correlata all’equilibrio) di grounding, o radicamento nella realtà, ciò che nel linguaggio comune si identifica col tenere i piedi per terra, rimanere aderenti alla situazione e alle cose.
Difficile tenere i piedi per terra quando navighi su una rete ampia come il mondo, anzi molto di più, come l’insieme dei mondi virtuali e immaginari.
Ogni attività, dal fare la spesa al cercare un partner, dal tradurre una parola in una lingua straniera al cercare un dato o un evento, tende ad essere trasferita sulla rete, che in effetti rende la cosa più rapida, spesso più precisa e magari più economica. Il prezzo più alto però è quello pagato dai nostri sensi.
L’olfatto (il «naso», anche in senso metaforico) tende a scomparire. Il tatto è ridotto alla digitazione, con enorme impoverimento dell’esperienza relazionale, cui buona parte di questo senso era dedicato.
Malgrado l’enfasi sulla libertà sessuale, i giovani toccano meno, e sentono meno. Il movimento, altro «senso» secondo molti importante, si contrae, sostituito dall’immobilità davanti al video.
Attenzione: senza i sensi l’uomo si ammala.

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3 Responses to Internet, e i nostri sensi

  1. Dario says:

    Elementi di naturalità cui l’uomo sembra tendere:
    http://dailymotion.virgilio.it/video/xrgu0_supplique-pour-etre-enterre-a-la-pl_creation

    La Camarde qui ne m’a jamais pardonné,
    D’avoir semé des fleurs dans les trous de son nez,
    Me poursuit d’un zèle imbécile.
    Alors cerné de près par les enterrements,
    J’ai cru bon de remettre à jour mon testament,
    De me payer un codicille.

    Trempe dans l’encre bleue du Golfe du Lion,
    Trempe, trempe ta plume, ô mon vieux tabellion,
    Et de ta plus belle écriture,
    Note ce qu’il faudra qu’il advint de mon corps,
    Lorsque mon âme et lui ne seront plus d’accord,
    Que sur un seul point : la rupture.

    Quand mon âme aura pris son vol à l’horizon,
    Vers celle de Gavroche et de Mimi Pinson,
    Celles des titis, des grisettes.
    Que vers le sol natal mon corps soit ramené,
    Dans un sleeping du Paris-Méditerranée,
    Terminus en gare de Sète.

    Mon caveau de famille, hélas ! n’est pas tout neuf,
    Vulgairement parlant, il est plein comme un œuf,
    Et d’ici que quelqu’un n’en sorte,
    Il risque de se faire tard et je ne peux,
    Dire à ces braves gens : poussez-vous donc un peu,
    Place aux jeunes en quelque sorte.

    Juste au bord de la mer à deux pas des flots bleus,
    Creusez si c’est possible un petit trou moelleux,
    Une bonne petite niche.
    Auprès de mes amis d’enfance, les dauphins,
    Le long de cette grève où le sable est si fin,
    Sur la plage de la corniche.

    C’est une plage où même à ses moments furieux,
    Neptune ne se prend jamais trop au sérieux,
    Où quand un bateau fait naufrage,
    Le capitaine crie : “Je suis le maître à bord !
    Sauve qui peut, le vin et le pastis d’abord,
    Chacun sa bonbonne et courage”.

    Et c’est là que jadis à quinze ans révolus,
    A l’âge où s’amuser tout seul ne suffit plus,
    Je connu la prime amourette.
    Auprès d’une sirène, une femme-poisson,
    Je reçu de l’amour la première leçon,
    Avalai la première arête.

    Déférence gardée envers Paul Valéry,
    Moi l’humble troubadour sur lui je renchéris,
    Le bon maître me le pardonne.
    Et qu’au moins si ses vers valent mieux que les miens,
    Mon cimetière soit plus marin que le sien,
    Et n’en déplaise aux autochtones.

    Cette tombe en sandwich entre le ciel et l’eau,
    Ne donnera pas une ombre triste au tableau,
    Mais un charme indéfinissable.
    Les baigneuses s’en serviront de paravent,
    Pour changer de tenue et les petits enfants,
    Diront : chouette, un château de sable !

    Est-ce trop demander : sur mon petit lopin,
    Planter, je vous en prie une espèce de pin,
    Pin parasol de préférence.
    Qui saura prémunir contre l’insolation,
    Les bons amis venus faire sur ma concession,
    D’affectueuses révérences.

    Tantôt venant d’Espagne et tantôt d’Italie,
    Tous chargés de parfums, de musiques jolies,
    Le Mistral et la Tramontane,
    Sur mon dernier sommeil verseront les échos,
    De villanelle, un jour, un jour de fandango,
    De tarentelle, de sardane.

    Et quand prenant ma butte en guise d’oreiller,
    Une ondine viendra gentiment sommeiller,
    Avec rien que moins de costume,
    J’en demande pardon par avance à Jésus,
    Si l’ombre de sa croix s’y couche un peu dessus,
    Pour un petit bonheur posthume.

    Pauvres rois pharaons, pauvre Napoléon,
    Pauvres grands disparus gisant au Panthéon,
    Pauvres cendres de conséquence,
    Vous envierez un peu l’éternel estivant,
    Qui fait du pédalo sur la vague en rêvant,
    Qui passe sa mort en vacances.

    Vous envierez un peu l’éternel estivant,
    Qui fait du pédalo sur la plage en rêvant,
    Qui passe sa mort en vacances.

  2. Dario says:

    Supplica per essere sepolto nella spiaggia di Sète.

    La morte, che non mi ha mai perdonato
    d’aver seminato fiori nei buchi del suo naso
    M’insegue con uno zelo imbecille (il cantante è morto di cancro)
    Allora, accerchiato dalle sepolture
    Ho creduto giusto aggiornare il mio testamento

    Imbevi, nell’inchiostro blu del golfo di Lione,
    Imbevi, imbevi la tua piuma, o mio vecchio scriba
    E, con la tua miglior calligrafia,
    Annota quello che dovrebbe succedere del mio corpo,
    Quando la mia anima ed esso non andranno d’accordo
    Che s’un solo punto: la rottura

    Quando il mio spirito avrà preso il volo all’orizzonte
    Verso quelle di Gavroche e di Mimi Pinson,
    Quelle dei ragazzetti e ragazzine (difficile tradurre: loro poveri, pestiferi, mascalzoncelli, e loro… un po’ troppo coquette, ragazzette di paese un po’ troppo ammiccanti)
    Che verso il terreno natio, sia riportato il mio corpo
    In una cuccetta del “Parigi-Medirerraneo”
    Al capolinea stazione di Sète.

    La mia tomba di famiglia, ahimè, non è nuovissima.
    Detto volgarmente, è piena come un uovo,
    E, da qui a che qualcuno ne esca,
    Rischia di farsi un po’ tardi e non posso
    Dire a queste brave persone: “Spostatevi ordunque un po’,
    largo ai giovani!”, in un certo senso.

    Appena sul bordo del mare, a due passi dei flutti blu,
    Scavate, se è possibile, un piccolo buco soffice,
    Una bella piccola tana,
    Vicina ai miei amici d’infanzia, i delfini,
    Lungo questa grève (…non so) dove la sabbia è tanto fine,
    Sulla spiaggia della Corniche.

    E’ una spiaggia dove, anche nei suoi momenti furiosi,
    Nettuno non si prende troppo sul serio,
    Dove, quando un battello naufraga,
    Il capitano grida: “sono il capo qui!
    Salvi chi può il vino e il pastiss, prima,
    Oguno il suo fiasco, e coraggio!”

    Ed è là che, un tempo, allo scadere dei 15 anni,
    A quell’età in cui divertirsi da soli non basta più,
    Ho avuto la prima cotta.
    Appresso a una sirena, una donna pesce,
    Ho ricevuto dell’amore la prima lezione,
    Inghiottito la prima lisca.

    Mantenuta la deferenza verso Paul Valéry,
    Io, umile troubadour, su di lui rincaro,
    Il buon maestro me lo perdoni,
    E che almeno, se i suoi versi valgono di più dei miei,
    Che il mio cimitero sia più marino del suo,
    E che non dispiaccia agli autoctoni.

    Questa tomba a sandwich, tra cielo e acqua,
    Non darà un’ombra triste al quadro,
    Ma un fascino indefinibile.
    Le bagnanti la usarenno da paravento
    Per cambiar tenuta, e i ragazzini
    Diranno: “Forte, un castello di sabbia!”

    (se non) E’ troppo domandare, sul mio pezzetto di terra,
    Piantate, vi prego, una specie di pino:
    un pino marittimo, preferibilmente,
    Che saprà difendere dall’insolazione
    I miei buoni amici che verranno sulla mia concessione
    A farmi reverenze affettuose

    A volte proveniente dalla Spagna, a volte dall’Italia
    Tutto carico di profumi e belle musiche
    Il Mistral e la Tramontana verseranno i loro echi,
    di villanelle un giorno, un giorno di fandango,
    di tarantella, di sardane.

    E quando, scambiando la mia cunetta per guanciale,
    Un’ondina verrà sonnecchiare gentilmente (ondina è una creatura del mare)
    Come abito: meno di niente,
    Ne chiedo perdono in anticipo a Gesù,
    Se l’ombra della mia croce ci si stende un po’ su
    Per un piccolo piacere postumo.

    Poveri re e faraoni, povero Napoleone!
    Poveri grandi mancati che riposano al Panteon!
    E povere ceneri, di conseguenza!
    Invidierete un po’ l’eterno villeggiante
    Che va in pedalo sull’onda, sognante,
    Che passa la morte in vacanza.

    Invidierete un po’ l’eterno villeggiante
    Che va in pedalo sull’onda, sognante,
    Che passa la morte in vacanza.

  3. Dario says:

    La canzone è di Georges Brassens.

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