Le madri single e i bisogni del bambino

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 27 dicembre 2010, www.ilmattino.it

Nella settimana dell’icona del Bambino appena nato, accudito dalla madre e dal padre, i commenti dei media sono stati dedicati ad una notizia che presenta un’immagine diversa. In una delle cliniche pilota per le nascita in Italia, la Mangiagalli di Milano (ma metà delle donne viene da altre città), il 23% circa delle partorienti non indica chi sia il padre del bimbo. La notizia ha suscitato per lo più commenti osannanti all’emancipazione femminile. Siamo sicuri che si tratti di questo?
L’apprezzamento incondizionato di molti commentatori era dovuto al fatto che un buon numero delle madri single sembra avere un lavoro adeguato e titolo di studio. Si tratterebbe di donne appunto «emancipate», che arrivate attorno ai 35 anni e sensibili all’«orologio biologico», dopo essersi dedicate con buoni risultati alla carriera decidono di soddisfare il desiderio di un figlio, senza la fatica e la complessità di una relazione stabile, e senza comunque condividere l’esperienza della genitorialità, e i suoi onori ed oneri, con un’altra persona.
La situazione è, in realtà, molto più complessa, come risulta anche dalle storie personali raccolte nei vari centri di osservazione pubblici e privati, e da quelle ascoltate nelle psicoterapie.
Le madri autosufficienti ed affermate non hanno cancellato, purtroppo, le altre, le donne abbandonate; quelle che non possono dichiarare un padre perché lui è sparito o non vuole assumersi responsabilità. Queste donne portano spesso un elemento di novità positivo, di cui però poco si parla: la determinazione crescente, soprattutto tra le giovani, a non abortire, utilizzando gli aiuti offerti da Centri di aiuto per la vita (come quello appunto presente in quella clinica, tel.0255181923), sobbarcandosi così, anche se a malincuore, le difficili responsabilità del genitore unico.
Ci sono anche molti altri casi che spingono a nascondere il padre, per le ragioni più diverse: spesso non è libero, oppure la decisione è presa perché la madre single guadagna posizioni nelle graduatorie degli asili, o per ragioni fiscali.
Appiattire questa realtà variegata dietro l’immagine di comodo della donna «vincente ed emancipata» è una nuova violenza alla ricchezza e complessità dell’universo femminile.
C’è però una ragione più sostanziale per considerare inappropriati, comunque, i commenti che presentano come una vittoria del femminile l’immagine della madre col bambino senza padre. Come ha ricordato, infatti, la psicologa clinica Silvia Vegetti Finzi, la maternità non «riguarda solo le donne e il loro desiderio di autorealizzazione. Ci sono anche i figli, spesso dimenticati nei dibattiti sulla procreazione». E i bambini, desiderano ed hanno bisogno di avere un papà e una mamma. Lo sa bene chiunque abbia seguito le loro difficoltà, ma anche chi, lavorando sui problemi psicologici degli adulti, si ritrova a scoprire che molti di questi derivano proprio dall’assenza o dalla scarsa presenza nell’infanzia di uno o l’altro dei genitori.
Il «fare un bambino» non può essere ridotto solo alla realizzazione di un desiderio individuale, darsi un oggetto di consumo costoso e forse un po’ delicato, che ci si concede quando «ce lo si può permettere».
Il bambino, come nell’icona del Natale, presente in modi diversi anche in altre culture, è al centro di una relazione triadica, madre-padre-bambino, che lo nutre e che, a sua volta cresce, anche affettivamente e psicologicamente, per la sua presenza. Lo sviluppo positivo del bambino non dipende dalla ricchezza della madre o del padre, ma dal fatto che entrambi lo amino, e si amino. Il resto è slogan.

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6 Responses to Le madri single e i bisogni del bambino

  1. Nathalie says:

    Questo è l’articolo più intelligente, equilibrato e sensibile che ho letto su questo argomento. Lo stavo aspettando.
    A me la notizia ha procurato angoscia, soprattutto perchè pubblicata (e trasmessa in TV) nella settimana natalizia. I commenti che ho letto in Rete invece mi hanno indignato, proprio perchè molti osannavano un traguardo (ma quale?) raggiunto dalle donne.
    Credo che notizie come queste aumentano non solo il pregiudizio sempre più diffuso che all’orologio biologico non si sfugge, costi quello che costi, come se mettere al mondo un figlio – con chicchesia – sia una moda; ma alimentano anche false idee sul fatto che le donne non hanno più bisogno degli uomini, e che quindi preferiscano agire da sè, anche per le questioni più importanti della vita, come l’affettività e in secondo luogo la maternità. Il risultato? Un ulteriore colpo ai già compromessi rapporti tra uomini e donne. E, quindi, il deserto avanza…
    Anyway, io penso che di quel 22% di mamme single, molte lo diventano strada facendo. Loro malgrado.

  2. Roberto Bera says:

    condivido completamente il suo pensiero, ma vorrei sottolineare una cosa. “Avere un lavoro adeguato e titolo di studio” non sempre indica un equilibrio personale, un livello culturale ed umano adeguato. Le mie nonne avevano la 5 elementare eppure, entrambi mogli di reduci del 15/18, hanno affrontato le gravi difficoltà di mogli di reduci con una maturità eccezionale. Noto invece attorno a me, persone che il “lavoro di cellule grige” che riescono attivare nella professione non lo applicano nei casi della loro vita privata, dove paiono spesso sprovveduti. Non so spiegarmi il perchè di questo sdoppiamento, ma sarebbe un discorso lungo.
    Buon anno
    Roberto

  3. Maddalena says:

    E’ deplorevole pensare alla donna che, allo scadere dell’orologio biologico, arriva a sentirsi autosufficiente ai fini della procreazione da usare il maschio solo come “veicolo” per la fecondazione, dimenticando il senso profondo della genitorialità nella sua componente uomo-donna, e lo stupore e la gratitudine che accompagna ogni nascita. Nell’immagine della
    donna “vincente ed emancipata” e col bambino “artificiale”e senza padre, viene meno un diritto fondamentale: quello del bambino che, privato del “diritto di sapere” come e da chi è nato, cresce in un’atmosfera di inganno. E’ vero che la madre genera, ma la figura del padre, aldilà della componente psico-affettiva ed educativa, riveste un forte significato antropologico e come tale dà forma vera, somiglianza, e un forte imprinting sociale. Senza la figura del padre viene a mancare il significato pieno dell’origine, della biografia e di quei legami che rappresentano molto di più di un fattore biologico. Scrive in proposito l’antropologo La Cecla nel suo libro Modi Bruschi: “Si tratta di un’ottica relazionale e non produttiva, un’ottica in cui i corpi sono concepiti non come produttori o proprietari di altri corpi, ma come produttori di effetti fisici e simbolici su altri corpi e sui propri: gli affetti e i legami ‘embodied’, incorporati nelle ‘somiglianze di famiglia’.

  4. Lucia says:

    A me non piacerebbe crescere un figlio da sola. Sono sotto i trent’anni, non so ancora se mi sposerò e avrò dei figli nel futuro, anche se mi piacerebbe tanto. A me come compagna e come madre piacerebbe avere accanto un uomo la cui presenza non fosse giustificata solo per il sostegno economico. Non mi piacerebbe nemmeno che lui mi considerasse solo una padrona di casa. Penso che anche la vita delle nostre nonne riporti l’immagine di uomo a metà, così come di donne a metà. Anche loro in fondo mi sembrano donne che hanno fatto a meno dei loro uomini (come compagni, come persone) e uomini ritagliati in un ruolo importante ma pur sempre parziale (che portano lo stipendio a casa). Penso che siamo figli di quella storia là. Nonne forti e nonni spesso lontani ma presenti in spirito (vuoi per guerre, vuoi per lavoro). Però mi sembra che sia tempo per qualcos’altro. Anch’io credo come dice il prof Risè che il benessere di un bambino passi da due genitori che lo amano e – sottolinierei – che si amano (‘prima ancora’ di essere genitori e ‘per’ essere eventualmente genitori).

  5. antonello says:

    Anni fa tenni alcuni incontri pubblici aperti a tutti in una biblioteca dal titolo “Crescere figli nella società senza padre”. Naturalmente intendevo sottolineare le difficoltà di famiglie in cui il padre viene meno (decesso, separazione etc). Ricordò che partecipò una donna che a un certo punto interruppe la mia relazione dicendo “Scusate ho sbagliato, credevo fosse un incontro x dare consigli a chi intenzionalmente vuole figli senza un uomo/padre tra i piedi, me ne vado senza disturbare”. Comunque alla fine degli incontri tornò, disse che aveva ascoltato, ci aveva ripensato e, a fronte del disagio dei fili senza padre che avevo delineato, aveva cambito idea e era andata a cercare l’uomo con cui aveva concepito, per hiedergli di esserci. Una bella storia antonello

  6. cesare says:

    Mi piacerebbe capire se i Centri di Aiuto alla Vita, assolutamente meritevoli, oltre ad aiutare le donne ad accettare la maternità e diventare madri, sviluppano, o hanno provato,a sviluppare anche specifiche azioni che, contestualmente all’aiuto alla madre, aiutano anche il suo compagno ad accettare la paternità e diventare padre: la vita è dono di entrambi. Aiutare la Vita non può che prevedere l’aiuto sia della mamma per quanto sconfortata e indisponibile, sia del suo compagno, il papà del nascituro, per quanto irresponsabile, o impaurito e fuggitivo. Oppure i maschi che fuggono o che vogliono che la loro compagna abortisca, non sono raggiunti da alcun intervento? non possono anche i padri essere aiutati a superare gli ostacoli che incontrano a diventare papà a fianco delle loro compagne? Ci sono donne sole, ma maschi soli non ci sono?

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