Il futuro dei nostri figli appaltato agli indovini

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 3 gennaio 2011, www.ilmattino.it

Un tipo di consumo ha attraversato la crisi senza problemi, e si impenna sempre in queste prime settimane dell’anno: quello di responsi di maghi e indovini. A cosa mai è dovuto questo successo?
I commentatori che se lo chiedono faticano a coniugare l’irrazionalità di queste aspettative con lo sviluppo tecnico e scientifico elevato del nostro stile di vita. Il fatto è che dietro al consumo di oracoli c’è una domanda antichissima e urgente, a cui nessuno oggi risponde: chi sono io?
Chi consulta indovini ed astrologi cerca inconsciamente di vedere, nascosto nelle notizie su cosa accadrà, qualcosa di più profondo che riguarda l’identità personale: che tipo sono, cos’è che davvero mi piace, e, quindi, cosa devo fare per ottenerlo?
Queste domande vengono rivolte a detentori di saperi più o meno esoterici, come anche a psicologi, preti e medici, semplicemente perché le persone non sono più abituate a porsele direttamente, cercando di impegnarsi a rispondere attraverso l’esame e il riconoscimento dei diversi aspetti della propria vita.
In passato, il mettere l’allievo in grado di rispondere alla domanda: chi sono io, è stato, da Socrate in poi, al centro dell’esperienza educativa nel mondo occidentale. Ogni ceto sociale ed ogni cultura nazionale o regionale ha cercato di rispondervi a proprio modo.
Il buon maestro, come il bravo genitore, era chi aiutava l’allievo, o il figlio, a rispondere a questa domanda attraverso il lavoro di auto riconoscimento, parte essenziale dell’educazione. In essa, l’allievo sviluppava il senso di sé, la percezione di essere portatore di qualcosa che gli apparteneva, e che doveva curare e nutrire, o affermare e di difendere se minacciato.
Il sé raccoglie aspetti diversi secondo la personalità e biografia personale: fisici, come il corpo; psicologici, come il carattere, gli affetti; valoriali, come le cose in cui crediamo; antropologici, come la famiglia e la cultura di appartenenza. Elementi caratteristici del senso di sé sono l’affermazione personale, la difesa, l’istinto di conservazione.
Il filosofo Friedrich Nietzsche li riassunse nel termine: “volontà di potenza”, spinta vitale comune ad ogni essere vivente, umano, animale o vegetale, come dimostra lo stelo d’erba che cercherà poi di diventare ciuffo, allargando il proprio spazio originario e nutrendo gli altri steli cui ha dato origine.
Oggi né maestri né genitori aiutano più i giovani a riconoscere un “senso di sé”, insegnando loro a raccogliere le informazioni che gusti, successi, insuccessi e passioni forniscono col passare del tempo e delle esperienze. L’accento non è più sul chi sono io, ma sul come dovrei essere.
Nel frattempo l’indebolimento del corpo e dei sensi, non più impegnati in attività pratiche, la crescente dipendenza dagli altri e dai modelli collettivi, il prevalere nel tempo libero del guardare sul video (di computer, tv, videogiochi) immagini e proposte preconfezionate, giocano contro una positiva affermazione e sviluppo del senso del sé, contenitore della stessa spinta (o istinto) vitale dell’individuo. A questo senso per certi versi antico e primordiale, che l’educazione tradizionale completava con informazioni su chi siamo e cosa possiamo fare, il modello culturale dominante ha sostituito il ricevere passivamente informazioni uguali per tutti, e modelli di comportamento predisposti. Il risultato è che l’individuo, non ha più, spesso, spinte e obiettivi personali, e non sa chi veramente egli sia. Genitori e educatori non sono più abituati a dirglielo, e neppure se lo chiedono. Non stupiamoci se lo domanderà a un indovino.

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One Response to Il futuro dei nostri figli appaltato agli indovini

  1. Maddalena says:

    Dietro al consumo di oracoli c’è anche, e mai come in questo momento, la paura dell’ignoto e l’angoscia per il nostro futuro e per quello dei nostri figli. Al bivio nella scelta del proseguimento degli studi, come altri genitori, vorrei che mio figlio prendesse la via per la quale si sente chiamato. E poi? Poi dovrà probabilmente prepararsi ad affrontare la sfida di andare all’estero a lavorare e vivere. Le scelte di passione, per quanto un genitore incoraggi, non saranno ripagate.
    Il lavoro non ha più localizzazione permanente, viene richiesta flessibilità nei modelli di produzione per stare al passo con il mercato, viene meno la continuità che ha caratterizzato il passato. I legami tra le persone e le stesse famiglie risentono della rapidità dei cambiamenti e del clima di sfiducia. L’economia e la tecnica, che fino ad ora sono stati capisaldi di sicurezza, hanno mostrato la loro vulnerabilità, e mai come oggi ci si sente indifesi. Può accadere allora che, chi non ha la percezione che la propria spinta vitale e l’energia che da essa ne deriva, dovranno essere convogliate ed adattate secondo l’impronta che sta assumendo il nostro tempo, ritorni ad assaporare uno spirito primitivo, quello di sconfiggere l’ignoto e ridurre l’inquietudine che ad esso lo lega, trovando rassicurazione nella prevedibilità, e gli indovini ringraziano.

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