La ricetta inglese per la famiglia: tassare il divorzio

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 17 gennaio 2010, www.ilmattino.it

Durante le vacanze di Natale si sono impennate le richieste di separazioni e divorzi. Come nelle vacanze estive. Quando la morsa del lavoro si rilascia, e diventa più pressante l’ansia di «divertirsi», subito e più che si può, si butta all’aria il matrimonio, troppo impegnativo per essere «divertente».
Rottura dei matrimoni, e conseguenti traumi ai bimbi coinvolti, sono fra i maggiori costi economici e sociali dell’Occidente. L’Inghilterra ha presentato la sua ricetta per il problema.
È un progetto che David Cameron aveva già preparato prima di vincere le elezioni, preoccupato dai costi umani e sociali che lo scioglimento della famiglia trasferisce allo Stato. Che in questo momento, non ha soldi da buttare nel raddrizzare situazioni prodotte da genitori intemperanti, padri e madri in fuga, senza attenzione per la propria prole, oppure interessati ai figli in modo maniacale, possessivo, o per bieca convenienza economica (gli assegni di mantenimento dell’ex coniuge più ricco).
Questa la proposta: i genitori che non riescono a mettersi d’accordo in modo chiaro su assegni, visite ai figli, e altri impegni conseguenti alla separazione e divorzio, dovranno pagare una tassa. Il governo del paese più liberale del mondo in materia di costumi familiari e procreativi ha infatti, riconosciuto che la situazione della famiglia inglese è “tragica”.
In Gran Bretagna sono tre milioni e mezzo i figli con genitori divorziati. La loro vita non è facile, e ciò spiega perché (come dimostrano le ricerche condotte nei paesi anglosassoni) questi ragazzi, pur desiderando sposarsi, non osano farlo, traumatizzati dall’esperienza dei genitori. Uno su cinque di questi “figli del divorzio” nel giro di tre anni ha già perso ogni contatto con almeno uno dei genitori, e non lo rivedrà più.
Il ministro inglese del Welfare, Maria Miller, ha però ricordato che ormai esistono precisi studi che dimostrano inequivocabilmente che i figli cresciuti da un solo genitore hanno molte più probabilità di cadere in una serie di problemi poco piacevoli, dalle difficoltà scolastiche alla droga, dai guai col lavoro a quelli con la giustizia. L’osservazione empirica, non ideologica, delle conseguenze di un’abitudine al divorzio ormai incontrollata ha modificato la posizione di chi governa. Anche se il divorzio nacque proprio in Inghilterra, dove nella seconda metà del 1600, si approvò la prima legge divorzista, presentata da un Lord che voleva liberarsi della moglie.
Gli inglesi sono pragmatici: se una legge, e una tendenza prima appoggiata, non funzionano, verificano, e cambiano.
Tony Blair nel 1995 fu il primo a prevedere (tra gli applausi dei media e delle cliniche) la donazione del seme, e l’anonimato per il donatore. Poi, il primo maggio del 2006, un altro governo Blair abolì l’anonimato per il donatore. L’Authority britannica per la bioetica, approvò ricordando che “nessuno, neppure lo Stato, può privare un cittadino di conoscere il nome di chi gli ha dato la vita”. A cosa era dovuto questo rovesciamento di posizione? Il fatto è che in quei 10 anni, molti figli avevano sviluppato nevrosi gravi per non poter soddisfare il bisogno profondo di sapere chi era il padre, e molti medici erano alla ricerca dei padri per curare le malattie genetiche dei figli: il nome del padre era indispensabile.
Ogni individuo ha bisogno di un padre e di una madre. Quindi, anche se il divorzio a volte è indispensabile, se si riesce a evitarlo è meglio. L’Inghilterra, dove è nato l’empirismo, che riconosce la necessità del procedere “per tentativi ed errori”, non ha vergogna di ammetterlo.

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One Response to La ricetta inglese per la famiglia: tassare il divorzio

  1. armando says:

    C’è da precisare una cosa importante. la stragrande maggioranza dei figli cresciuti con un solo genitore, sono cresciuti con la sola madre. E che le leggi divorziste, o meglio la loro applicazione, hanno attribuito alla moglie/madre tutta una serie di prerogative tali che i mariti padri, volenti o nolenti, sono stati esclusi dalla vita dei figli.
    Se i pragmatici governi britannici sono ora in grado di correggere certe storture, ben venga. Ma se fossero stati meno ideologici al tempo del varo di quelle leggi, avrebbero fatto meno guai. Così è stato, ad esempio, nel caso della legge che garantiva l’anonimato al “donatore” (in realtà venditore) di sperma. L’assunto ideologico dominante e così politicamente corretto che più non si può, era quello che la paternità non contasse nulla, nè per il figlio nè per il maschio. Che importa fosse contraddetta dall’evidenza e dalla psicologia? L’importante era agire in conformità all’ideologia. Correggere quell’impostazione è meritorio, ma non è mai troppo presto, e dubito che il pragmatismo anglosassone si renda davvero conto di cosa è accaduto sul piano culturale e dell’inconscio collettivo.

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