Quali opportunità per uomini e donne?

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 24 gennaio 2010, www.ilmattino.it

Le «pari opportunità» tra uomini e donne sono ad una svolta. Dopo più di 30 anni, si teme che siano state usate per garantire opportunità simili a chi, nei due gruppi, raggiungeva per meriti diversi posizioni di vertice abbandonando ai propri problemi chi non ce la faceva. Donne, soprattutto giovani cresciute in famiglie disfunzionali, e uomini espulsi da famiglia e casa per un divorzio chiesto dalla moglie, sono oggi pari nel dipendere dalle mense per poveri e dai dormitori pubblici.
L’aver aggiunto «nuove povertà» maschili alle tradizionali difficoltà femminili non aiuta le donne, ed aggrava invece le difficoltà di entrambi i sessi, precipitandoli in un arcaico «vinca il più forte» (che compare, infatti, spesso e senza pudore, nelle polemiche mediatiche).
Il nodo vero, profondo, delle dispari opportunità ancora vigenti è la famiglia, e la diversa posizione di uomo e donna nei confronti della prole, e quindi nel mondo del lavoro. Una situazione di pari opportunità reale, e non di facciata, nasce non da burocrazie e propaganda, ma dal sentire profondamente che al di là dei rispettivi e diversi ruoli biologici, i due, uomo e donna, padre e madre, hanno nei confronti dei figli uguali responsabilità e doveri. Il decidere come modularli durante la loro crescita è forse il principale banco di prova della forza e unità della coppia, e non compito dello Stato che deve solo riconoscere, non per convenienza politica, ma perché ne è convinto, l’uguaglianza tra i due. E fornire i mezzi e le condizioni perché essa sia reale.
Un nuovo piano del governo inglese guidato da David Cameron va in questa direzione, attentamente messa a punto nei due anni in cui il premier inglese si preparava alle elezioni. Il piano prevede che sia unicamente la coppia, e non le rispettive situazioni ed opportunità di lavoro, a decidere chi dei due starà a casa per i primi dieci mesi dopo la nascita del bambino.
I mariti potranno dunque essere a fianco della moglie nel primo periodo dopo il parto, e dopo, d’accordo con la madre che riprende il lavoro, rimanere a casa per quaranta settimane. Nelle prime sei settimane la retribuzione sarà pari al novanta per cento di quella precedente.
Un piano di aiuti, anche se massiccio come questo, non significa granché se non è inserito in una cultura e una visione del mondo e dei due generi, femminile e maschile, che lo sorregga.
In Italia gli assegni parentali per gli uomini esistono (7 mesi), ma sono ben poco utilizzati anche perché previsti come alternati a quelli per le madri, viste come le vere titolari della cura e crescita del bambino.
Si sta diffondendo però un modo di sentire diverso. Come dimostra l’osservazione del mondo dei padri separati, dove in gran parte dei casi la mancanza dei figli è il fatto di più destabilizzante sofferenza rispetto alla perdita della moglie e della casa, gli uomini del nuovo millennio hanno una relazione coi figli molto diversa dai loro padri e dei loro nonni. Tra figli e carriera sono spesso più interessati ai figli; e considerano la carriera il faticoso pedaggio da pagare per poterli crescere dignitosamente.
Intanto, sempre più spesso le donne, specie nelle zone in cui le opportunità di lavoro sono maggiori, sono soprattutto interessate alla carriera professionale, un mondo relativamente nuovo per il genere femminile. Senza nulla togliere al loro amore per i figli, in cui non pensano, tuttavia, di investire la loro vita.
È ora di smettere i manifesti ugualitari che però lasciano le donne a casa e gli uomini in azienda. Meglio aiutare ognuno a stare dove vuole, e vedere che succede.

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6 Responses to Quali opportunità per uomini e donne?

  1. L. says:

    Guardo alla mia storia (il mio compagno pensa che un figlio meriti il meglio di ciò che un uomo può dare ma con me è tutto un voler apparire sicuro e un attendersi conferme come se fossi là solo per giudicare), mi guardo intorno (ultimanente mi ha colpito Elton John che è tanto contento che suo figlio l’abbia reso padre), leggo questo post, che rimescola un po’ le carte. Una mia grande perplessità è che gli uomini pensino al rapporto con un figlio ancora prima di aver chiarito il proprio rapporto col femminile e con una donna (specie la loro, quella in carne e ossa). Nella voglia di paternità, tutta rivolta al valore di crescere un figlio, ci vedo una grande assenza del rapporto con me donna. E i casi dei padri separati che lontani dalla moglie, il rapporto con la quale li ha delusi a morte, riscoprono e rivendicano la propria umanità e i figli ( e solo i figli), non nascondo che mi inquietano. Come se solo i figli meritassero il meglio della loro umanità e fossero gli unici in grado di apprezzarlo (mi domando che succederà quando arriverà l’età della contestazione..). Mi giro e mi rigiro in questo scenario, in cui si oscilla tra l’essere elette a giudici o streghe (come se non avessimo di meglio da fare o non avessimo anche noi la nostra di umanità che voleva essere accolta e accogliere) ma non riesco a trovare un po’ di sollievo.

  2. Redazione says:

    Però Lucy… Se gli uomini guardano soprattutto alla donna (come il suo che aspetta conferme ogni momento) non va bene, se scoprono l’importanza dei figli, e a guardano a loro, neppure. Cosa dovrebbero fare? E poi, non è che i padri separati possano aspettarsi granché dalla madre dei loro figli. In genere (ormai in due casi su tre, nella grandi città d’occidente, è lei che li ha buttati fuori di casa)…. Prescrivere cosa dovrebbero fare donne e uomini è difficile; non mi compete. Io ho apprezzato il governo inglese che in questa legge consente Pari Opportunità non di propaganda o di cartapesta, lasciando ai due la scelta su chi vuole essere il genitore di riferimento. Claudio

  3. L. says:

    Può sembrare che esca un po’ fuori dal tema delle pari opportunità ma trattandosi di coppia e di contenuti di sostanza credo che la questione che pongo sia tutt’altro che marginale. Anzi piuttosto centrale. Sapersi rapportare nella coppia è importante e sottovalutato e credo che non sempre, anzi forse quasi mai, abbiamo avuto un esempio dalla generazione precedente e da quella ancora prima. Guardando alla storia personale sia mia che del mio compagno, penso che abbiamo avuto famiglie normali, includendo nella “normalità” anche il fatto che tutto il parlare tra genitori (specie davanti ai figli) fosse di questioni pratiche o riguardanti i figli stessi oppure si parlava ai propri figli richiedendo un attenzione a se stessi che era quella che non si trovava in coppia. Tra loro invece la comunicazione personale di coppia era proprio sottointesa (silenzio) o celata, specie davanti ai figli. La grande diffusione delle separazioni perpetua questa realtà ancora oggi, con l’aggravante dello scontro giudiziario tra genitori. Credo che sia importantissimo invece imparare a parlarsi, non solo per la coppia, per rimanere persone, ma anche per i figli, per avere l’esempio di come essere persone e portare la propria originalità anche in un contesto strutturato come la loro famiglia futura. Sennò avranno in mente cos’è un genitore, ma non il valore di essere persone per sè e per gli altri. E su questo conta l’esempio tra genitori. L.

  4. Redazione says:

    Verissimo! Infatti una cosa interessante di questo progetto di David Cameron ( come anche di quello delle tasse sui genitori che non si mettono d’accordo sulla separazione, di cui parlo nel post precedente), è che i due devono parlarsi, decidere insieme chi sarà il genitore di riferimento per il bimbo.

  5. cesare says:

    Chi non s’aspetta l’inaspettato….Dunque, contrariamente agli stereotipi, c’è qualcuno che apprezza come straordinaria opportunità e non come svilente condanna, lo stare con i figli piuttosto che inseguire il mito della carriera. E pensa un pò, sono i padri! vedremo se questo desiderio/diritto paterno, al dunque sarà riconosciuto e rispettato o finirà dove questa società, ferocemente antipaterna, ha fatto finire tutti gli altri: nel nulla.

  6. L. says:

    @claudio. La mia speranza è che la comunicazione si approfondisca al di là della decisione di chi deve rimanere a casa, i genitori sono pur sempre due e in due sono un riferimento. Penso che in un’ipotesi di regolamentazione come quella prospettata dal premier inglese ciò sia tanto più necessario perchè la decisione rispetto al genitore di riferimento nei primi 10 mesi di vita dovrà coesistere con il fatto che i genitori sono sempre due e che la forza del riferimento genitoriale è in questa dualità. Dunque dialogo per decidere ma anche per salvaguardare il ruolo dell’altro genitore, la coppia nella sua unità e le rispettive individualità, dentro e fuori la coppia stessa. Entro però nel merito di questa storia della decisione. C’è anche il fatto che questa legge non rispetta nè le donne nè i bambini. Nè gli uomini, perchè chi l’ha detto che, se la madre sta col bimbo, il tempo che il padre gli dedica diventa del tutto superfluo ? Cmq, secondo me nei primi 10 mesi di vita è importante in generale che madre e figlio possano stare a stretto contatto. Il fatto di mettere la necessità di una decisione sul genitore di riferimento non tiene conto di certe dinamiche. Del resto, proviamo a pensare ad un caso inverso ma nell’ottica inglese possibile: si potrebbe paradossalmente pensare ad una legge per la quale (viste le esigenze della carriera) si lasci ad una coppia la scelta su chi debba essere il genitore di riferimento nella fase dello sviluppo, quando il figlio/la figlia si identifica con il proprio genere. Non so a voi ma a me suona assurdo. Penso che quella legge inglese sia tutt’altro che un passo avanti e sia ancora figlia di una visione carriera-centrica, perchè non nasce per rispettare l’apporto che il genitore può dare al figlio ma per rispettare i tempi della carriera così come oggi li si pensano. L’avrei apprezzata di più se avesse cercato di rompere i ritmi rigidi della carriera lavorativa così come oggi la si concepisce per coordinarla davvero con le esigenze del crescere un figlio da parte di una coppia. Mi sembra invece che questa legge, lasciando intatto un certo modo di lavorare e di vivere, costringa la famiglia ad assorbire il costo e il peso di questo contesto, nelle scelte e nelle conseguenze. Mi chiedo infatti quale logica di rispetto ci sia dietro una legge la cui premessa è che si possa fare il genitore di riferimeno per il bimbo ‘a turno’ (e non contemporaneamente e ognuno davvero secondo la propria propensione di genere e individuale all’interno della coppia) e che si possa passare sopra – facendolo apparire intercambiabile – all’importanza del tipo di cura che una donna dedica a suo figlio nei primi 10 mesi di vita. Apprezzo quella eurodeputata che si porta la figlia da allattare al parlamento europeo: http://www.corriere.it/gallery/politica/09-2010/ronzulli/1/eurodeputata-mamma-_0d134104-c643-11df-89af-00144f02aabe.shtml#1. In quest’immagine c’è una donna che allatta il suo bambino e che continua ad offrire il suo apporto alla società. E’ inutile demonizzare il lavoro (quello femminile e quello maschile), questa infatti penso sia una premessa implicita di tanti discorsi sulla conciliazione famiglia-lavoro. Ma credo che non si possa ignorare che fino a questo momento il lavoro è stato pensato come se potesse avere ritmi indipendenti da quelli vitali e personali: quella foto invece richiama una realtà più profonda, che i due piani coesistono, che una donna (un genitore) allatta il suo bambino e lo tiene con sè da neonato e che è ora che anche l’organizzazine del lavoro tenga conto in modo nuovo della genitorialità, non semplicemente giustapponendo le leggi della divisione del lavoro alla famiglia e facendo conto esclusivamente sulla flessibilità e sulle possibilità di adattamento da parte della coppia, della donna, dell’uomo e del bambino, adattamento ad un contesto che rimane rigido e intatto. Non penso che sia più fattibile.

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