Educare i maschi e le femmine: una questione di differenze

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 14 febbraio 2011, www.ilmattino.it

I quindicenni italiani leggono meno e peggio delle loro coetanee. Il fenomeno, diffuso in tutti i Paesi, è da noi più accentuato.
Il dato (Ocse-Pisa) è stato letto in Italia come conferma dell’arretratezza dell’Italia, soprattutto dei suoi maschi. È autolesionismo fuori luogo. Il Paese in testa alla differenza di letture tra adolescenti maschi e femmine, infatti, è la Finlandia, finora prima o seconda in tutti i test dell’Ocse: matematica, lettura, scienze, e soluzione dei problemi.
Anche la Polonia, con un’ottima posizione nella classifica complessiva Ocse-Pisa (500 punti su una media di 493), ha una differenza fra maschi e femmine più alta della nostra, 50 punti rispetto ai nostri 46.
Questa classifica è dunque interessante, ma non per affermare che la scuola italiana è in pessimo stato (per dirlo non c’è bisogno della differenza tra maschi e femmine nelle letture dei quindicenni). L’interesse della questione è un altro, come dimostra il fatto che due fra i tre Paesi con differenze più elevate di noi fra maschi e femmine nella lettura sono per il resto in testa alle classifiche complessive.
La domanda è: perché mai i quindicenni maschi e femmine, diversissimi tra loro come sviluppo, capacità di concentrazione, attitudini cognitive, bisogni fisici, dovrebbero avere livelli equivalenti nella lettura?
Quest’idea che ragazzi e ragazze siano sostanzialmente uguali, e che il compito dell’educazione sia quindi ricondurli alla loro identità, invece che aiutarli a riconoscere le loro differenze, e conviverci e valorizzarle, è addirittura più antica delle ultime elaborazioni del femminismo, negli anni ’80, col suo «pensiero della differenza». E naturalmente non tiene affatto conto di tutta l’esperienza antropologica, culturale, e psicologica del «movimento degli uomini», sviluppatosi anch’esso dagli anni ’80 in poi negli Usa e in altri Paesi, sulla scorta dei precedenti lavori dello psichiatra Alexander Mitscherlich, dello psicologo e poeta Robert Bly, e del sottoscritto, tutte cose tradotte ormai da anni in gran parte del mondo.
Una delle principali differenze tra maschi e femmine, a quindici anni, l’età di somministrazione del test Ocse-Pisa, è la loro posizione rispetto al corpo. Le ragazze a 15 anni, se non sono insorti problemi particolari, sono fisicamente molto più tranquille dei maschi. A quel punto, oggi, sono sviluppate sessualmente già da circa 4 anni, il ciclo mensile le aiuta nella dimestichezza col loro corpo femminile, e non sono bombardate dal testosterone.
Come tutte le donne, sono molto più «verbali» dei maschi, hanno un uso frequente della parola, e quindi anche una maggiore familiarità con la parola scritta, e la lettura.
Per i maschi invece, soprattutto dallo sviluppo in poi (arriva un paio d’anni dopo quello femminile), è indispensabile prima prendere possesso del proprio corpo, e riuscire a trasformare positivamente la propria aggressività, con lo sport. Non hanno bisogno né voglia di letture (tranne l’indispensabile per l’apprendimento delle materie scientifiche), e la loro formazione creativa, psicologica e disciplinare avviene meglio se in quel momento possono mettere al primo posto attività fisica, sport, e le esperienze creative anch’esse legate al corpo, come musica e danza.
Per questo la Finlandia è la prima in Europa come performance scolastiche: ha un modello educativo molto fisico, con un grande spazio allo sport e alle attività pratiche, e questo non fa dei maschi degli emarginati, ma li integra e valorizza.
Solo guardando alla realtà di femmine e maschi, e alle loro differenze, si potrà educarli.

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22 Responses to Educare i maschi e le femmine: una questione di differenze

  1. claudia64 says:

    GRAZIE!!! Come mamma di un 17enne e una 15enne, ogni giorno in prima linea con le differenze adolescenziali a 360°, non posso che respirare aria fresca leggendo queste parole!!! E mi vengono in mente i colloqui con i docenti (anzi con LE DOCENTI, visto che sono tutte donne)… Non si fa che rimarcare che la classe di mio figlio (prevalenza di maschi) in generale va peggio di quella di mia figlia (prevalenza di femmine)… Ci sarà pure un perché se i maschi sono un po’ più apatici verso la scuola…?… E se, anche molto banalmente, ci fossero più insegnanti uomini …?

  2. Enoc says:

    Invece gli adolescenti maschi hanno bisogno eccome di letture, hanno soltanto bisogno di essere motivati, la teoria della differenza qui esposta è grossolana e falsa.

  3. Enoc says:

    Spiego e argomento meglio, a beneficio non del prof. Risé, che certo so di non poter convincere, ma di chi lo legge qui, perché si ritrova teorizzazioni pronte da utilizzare come alibi per la pigrizia dei propri figli:
    il fulcro dell’argomentazione con cui viene qui propagandata per i maschi una scolarità maggiormente improntata sulle attività fisiche e sulle materie scientifiche, sono i parametri del test Ocse-Pisa… ma su quali discipline? “Matematica, lettura, scienze, e soluzione dei problemi”… un quadro molto incompleto (carente di molte delle discipline e abilità che la scuola da sempre insegna e mira a sviluppare), oltreché sbilanciato su quelle più vicine alle attitudini maschili (di femminile c’è soltanto la lettura, con un ruolo implicitamente inferiore). Con questo noterei allora che le differenze non vanno negate, e tantomeno represse, ma neppure assecondate con programmi che le sviluppino col falso pretesto della “valorizzazione”, creando universi che non saranno mai in grado di comunicare tra loro, come appunto le culture proto-femministe e i contemporanei “movimenti degli uomini”.
    Perché uomini e donne hanno il loro più alto potenziale nelle loro qualità comuni o vicine, il che non vuol dire identiche, ma per svilupparle devono farlo insieme e similmente, che non implica l’omologazione. La valorizzazione delle differenze porta soltanto all’incomunicabilità.

  4. Dario says:

    Io credo sinceramente che gli uomini e le donne siano diversi (io ho il pene, loro la vagina, loro hanno i seni e io no, il loro corpo calloso è molto più sviluppato del nostro…) e penso quindi che una qualche differenziazione, cioè offerta diversificata, nella coltivazione dello sviluppo dei giovani (non solo nella scolarizzazione, cioè) ci debba essere, dato che c’è così chiaramente tra noi. A me piace pensare che questo produrrebbe persone diverse (cioè ragazzi dalle diverse attitudini trasformate in diverse capacità) il più possibile, mentre un sistema standardizzato non riuscirebbe a coglierle (e un sistema adirittura parametrizzato solo su un sesso mi sembrerebbe una mostruosità: perché non parametrizzarlo sui ragazzi allora, e dire che sono le ragazze ad essere in ritardo su tutto? -faccio notare che questa è la mostruosità che si sta facendo parametrizzando la lettura su quella delle femmine). A me il diverso non spaventa, ma attira: mi piace parlare con chi non la pensa come me, per esempio, perché le mie idee già le conosco. Fatta questa premessa, mi sembra un articolo prezioso questo di Risé, come dimostra l’intervento della madre di famiglia, perché esce dal puro dibattito sull’interpretazione dei dati ed affronta con estrema concretezza l’argomento dell’educazione nelle scuole oggi: niente teoria, ma pratica. Ci sarà una ragione se la donna con figli esulta sentendosi dire che suo figlio ha magari ancora tutta la vita davanti per leggere, o no? La ragione è che evidentemente il povero ragazzo è sotto pressione e magari comincia a sentirsi pure un fesso (!). Ho regalato a Natale 3 libri al mio compagno di banco del liceo che fa l’operaio, i turni e ha una famiglia e li ha già finiti. Sono saggi di psicologia, tra l’altro, non tre numeri introvabili di tex. Io veramente credo nel valore delle differenze perché è unificante: è proprio perché una donna è un mistero diverso da me che le vado incontro con curiosità. Nessuna chiusura e incomunicabilità, ma per favore (!), il diverso è quello che m’interessa, l’imprevisto la chiave dell’evoluzione. Ma questo è un altro tema.

  5. TulsaOK80 says:

    Enoc, credo che nessuno voglia favorire l’incomunicabilità tra uomini e donne; semplicemente in un contesto importante come quello scolastico potrebbe essere una questione di “comodità” separare i maschi dalle donne; probabilmente tra soli maschi (docente uomo e discepoli maschi) e quindi tra sole donne (docente donna e discepole femmine) ci si comprende meglio e subito. Ma è solo una questione di “comodità” ed efficacia scolastica. Poi le occasioni di confronto- incontro tra i due sessi non mancano di certo oggi. Questo è un po’ il mio pensiero, magari mi sbaglio.

  6. armando says:

    Chi come me ha superato la sessantina non può non trasecolare di fronte a certo allarmismo o certe ricerche tese a stabilire una gerarchia di bravura fondata sul presupposto dell’uguaglianza “ontologica” fra maschi e femmine. Quando andavo a scuola io, anni 60, era pacifico che le ragazze fossero più brave, specie nelle materie letterarie, più studiose e più diligenti, ed anche che leggessero più romanzi (non saggi, e non per caso) di noi maschi. Ma nessuno (maschi e femmine, allievi e insegnanti) si sarebbe mai sognato lontanamente di dedurre da ciò nulla che non fosse risaputo da tempi immemori, e cioè che le tappe di sviluppo psicofisico nonchè le attitudini e le passioni di maschi e femmine sono differenti. Tantomeno noi maschi ci sentivamo inferiori alle ragazze perchè conseguivano volti più alti. Sapevamo benissimo, dentro di noi, che non quello era il discrimine per istituire gerarchie di valore secondo il sesso.
    Addirittura, al tempo delle scuole medie inferiori, quando in classe eravamo solo maschi,invidiavamo i ragazzi della seconda media parallela alla nostra perchè il professore di Lettere faceva loro mettere in scena le battaglie dell’Iliade con tanto di stecche a T (quelle per il disegno) usate come spade. Impossibile se in aula ci fossero state anche ragazze. Poi il termine differenza è diventato quasi una bestemmia. Ne consegue che se il presupposto è che m. e f. sono identici nei loro processi di crescita e nelle loro inclinazioni, ogni differenza concreta deve essere 1)o stigmatizzata come frutto di discriminazioni sociali oppure 2)Essere presa a dimostrazione della superiorità degli uni (raramente) o delle altre (frequentemente). Balle colossali.
    Le differenze, che non implicano affatto gerarchie o diseguale dignità, esistono ancora oggi, eccome se esistono, ed aggiungo che quando sono libere di manifestarsi sono liberatorie per tutti. Voglio raccontare solo un episodio vissuto pochi anni orsono, durante un mio percorso analitico di gruppo su cui non mi dilungo, dicendo solo due cose necessarie. Avveniva in uno spazio protetto, e per fare in modo che a “parlare” fosse il corpo ci era inibita la parola, riservata ad una fase successiva di riflessione. Il tema proposto dall’analista fu di giocare ai pirati (nota: eravamo tutti adulti, con prevalenza di donne naturalmente e consapevolmente emancipate). Immediatamente e spontaneamente accadde che: dapprima i maschi si dedicarono a “costruire” coi materiali disponibili dei similvascelli mentre le femmine si dedicarono alla “costruzione” di comode dimore. Contemporaneamente gli uni e le altre si addobbavano personalmente da guerrieri e da femmine fatali. Poi venne il bello, perchè i pirati si proposero di rapire le fanciulle e queste facevano (apparente) resistenza, in un crescendo giocoso di fughe e acchiappamenti, di messa in scena di (false) ferocie belluine e di (altrettanto false) indignazioni per le virtù muliebri insidiate. Dopo due ore eravamo tutti e tutte stremati ma allegri, stanchi ma “liberati” dalle sovrastrutture sociali e culturali che impongono comportamenti e atteggiamenti sulla base di una ideologia, che quasi sempre è in contrasto con gli istinti di fondo, costretti ad essere rimossi e dimenticati, anzichè valorizzati ed elaborati culturalmente. Ovvio che nessuno pensa di riportare tal quale nel reale quel vissuto simbolico, eppure proprio in quel vissuto libero si può scoprire l’essenza “animale” (in senso positivo) dell’essere maschi e femmine, che mai andrebbe dimenticata se si vogliono costruire relazioni equilibrate e soddisfscenti per tutti.
    armando

  7. Carmelo says:

    Alle belle considerazioni di sopra, vorrei aggiungere l’aspetto, segnalato nell’articolo, del pesante condizionamento, in quella fase critica (14-15 anni) del testosterone, e quindi della pulsione sessuale. Molto più potente, in quel periodo della vita, per i maschi piuttosto che per le femmine.E’ necessario che ovviamente venga contenuta e ordinata, ma anche,almeno simbolicamente, in un certo modo agita. Per cui un maschio che a quell’età stesse solo a leggere libri e saggi di filosofia, bè, un pò dovrebbe preoccupare dei genitori assennati.

  8. Enoc says:

    Le differenze invece hanno in sé il germe della gerarchizzazione, come insegnano sociologi e psicologi da sempre; ciò non significa che la producano per forza, ma è una tendenza pressoché inevitabile, pertanto la coltivazione e valorizzazione marcata della differenza producono incomunicabilità, se non conflitto, anche per effetto di rafforzativi densi di carica emozionale come l’orgoglio (così fu per l’orgoglio proto-femminista, come oggi lo è per il proto-“orgoglio gay”, forme immature e sottilmente aggressive di reazione alla discriminazione dovuta alla carenza di diritti e di spazio sociale: nelle manifestazioni dove si riuniscono tra loro regna la pace, mentre quando c’è il confronto si finisce subito a litigare), che sarebbe dannoso anche se bilaterale (ciascuno dei due sessi s’inorgoglisce per le proprie prerogative, in questo contesto l’equilibrio e la relazione “soddisfacente” sono una pura illusione prodotta dalle rimozioni).
    Queste cose le davamo per assodate, almeno presso gli ambienti di gente istruita, per chi come me ha fatto la scuola e l’università negli anni ’80 e ’90: la prevalenza delle femmine nelle materie umanistiche e dei maschi nelle materie scientifiche c’era sempre, ma non era così netta come sarebbe stata se si fosse stati scolarizzati con percorsi distinti, e una volta adulti tra uomini e donne ci si capiva quasi perfettamente, pochi avevano ancora l’impressione che l’altro sesso fosse un mistero; gli uomini molto bravi nelle materie umanistiche e dotati di capacità empatiche e quant’altro è storicamente più appannaggio delle donne, erano una minoranza ma cospicua, e non erano effemminati, come non mi sembrano affatto effemminati gli uomini che proprio qui sfoggiano grande erudizione e abilità proprio in quelle discipline, e anche per questo motivo li rispetto malgrado la divergenza d’opinione: probabilmente avranno da obiettare che si esprimono in maniera diversa da come farebbero molte donne loro colleghe, ma io trovo che non sia “così” diversa, e mi sembra di vedere che non facciano un grande sforzo.
    Ecco perché sostengo che una buona educazione all’avvicinamento tra i sessi, che ripeto non vuol dire omologazione, non può essere barattata con la presunta “comodità” di un sistema scolastico all’insegna della separazione: diventare uomini, come diventare donne, non dev’essere “comodo” perché diventare adulti richiede una maturazione e ogni maturazione richiede uno sforzo, non ci si può adagiare sul determinismo della differenza come un alibi per evitare le cose per cui siamo meno portati (anche perché spesso non è vero, come io riscontro anche dalla mia esperienza). Certamente poi dobbiamo fare i conti con un retaggio di disuguaglianze che oggigiorno tende anche a favorire troppo le donne in certi ambiti, ma dobbiamo accettarlo come un fardello storico, un po’ come nei confronti dei neri o degli ebrei, per cui sappiamo che un insulto rivolto a loro è giudicato giustamente più grave di un corrispettivo che potremmo rivolgere ad etnie e gruppi privi di quel retaggio (se apostrofiamo un uomo bianco come “mozzarella” è ben più difficile che si offenda). Questa fase passerà, se non ci arroccheremo nelle teorie deterministiche del passato e nella nostalgia romantica dei ruoli storici, ma nel frattempo dovremo sopportarla, il che non significa stare zitti e rinunciare a far notare quando siamo bistrattati, ma le conquiste migliori le realizzeremo con temperanza e soprattutto insieme alle donne, non separatamente.

  9. claudia64 says:

    Tornando al concreto:
    1. personalmente, pur nella mia ignoranza di psicologia, dò per scontato che valorizzare le differenze NON significa, almeno non in modo aprioristico e imprescindibile, introdurre gerarchizzazioni (convivo ogni ogni giorno con le differenze eclatanti tra me e mio marito e cerco altrettanto quotidianamente di valorizzare le differenze tra i mie 3 figli ma non intendo minimamente per questo “gerarchizzare” nessuno in famiglia!!!)
    2 tra le classi separate di un tempo, con docenti maschi per i maschi e docenti femmine per le femmine, e le attuali classi miste con un corpo docente – di fatto- prevalentemente femminile, ci saranno pure “vie di mezzo”?

  10. armando says:

    Inutile dire che sottoscrivo quanto scrive Claudia64. Le donne mi attirano in ciò che di diverso hanno da un uomo, ove attirazione significa fascinazione (in tutti i sensi) che comprende anche una certa dose di incomunicabilità sul piano razionale, ma proprio per questo una ben maggiore comunicabilità sul piano emozionale/passionale, che è poi il vero spazio d’incontro fra i sessi. Mi trovo d’accordo anche con la realistica ricerca di una via di mezzo, o di uscita da una situazione compromessa sul piano educativo, rispetto alla questione scuola. Solo la cultura dell’omologazione ritiene indifferente e ininfluente che il corpo insegnante si avvii ad essere monosessuale, come se nel suo lavoro l’insegnante si potesse spogliare del tutto della sua identità di genere. In teoria ciò è possibile in psicanalisi, ma solo perchè gli/le analisti/e dovrebbero aver compiuto un training severissimo e durissimo, e solo in teoria. Non è un caso che nella mia esperienza che ho ricordato sopra si alternavano un analista maschio e una analista femmina e che i pazienti si rapportavano ad essi in modo diverso. Non è cis’, in tutta evidenza, per gli insegnannti.
    Quanto al resto quegli ambienti istruiti che davano per assodate certe cose, evidentemente non avevano letto Renè Girard, per il quale è proprio l’omologazione (perdita delle differenze) che provoca le crisi di violenza nella società.
    armando

  11. Daniele says:

    Scrive Carmelo,
    “Alle belle considerazioni di sopra, vorrei aggiungere l’aspetto, segnalato nell’articolo, del pesante condizionamento, in quella fase critica (14-15 anni) del testosterone, e quindi della pulsione sessuale. Molto più potente, in quel periodo della vita, per i maschi piuttosto che per le femmine.E’ necessario che ovviamente venga contenuta e ordinata, ma anche,almeno simbolicamente, in un certo modo agita. Per cui un maschio che a quell’età stesse solo a leggere libri e saggi di filosofia, bè, un pò dovrebbe preoccupare dei genitori assennati.”
    >>
    Quoto tutto; è quello che penso anch’io.

  12. Dario says:

    mah, il fatto che si sappia parlare correttamente e quindi leggere senza intoppi, ma in maniera fluida un testo, e quindi si ricavi piacere dalla lettura, o almeno non si combatta con difficoltà oggettive, credo dipenda molto da quanto bene si parli l’italiano in famiglia. Il numero di libri letti credo che sia una metrica poco significativa per capire chi sappia l’italiano, figuriamoci se può significare chissà cos’altro di vagamente sessista. Io maschio ho sempre parlato il bell’italiano di una famiglia di laureati da generazioni e mi sono sempre espresso meglio in italiano di qualsiasi femmina della mia classe e letto molto, molto, meglio di loro: facevano leggere a me ad alta voce i testi in classe, e non alle femmine. Ho sempre e solo letto d’estate molti più libri di quanti mi aspettassi avrei letto (cioè due), tutti rigorosamente fuori da quelli assegnati come compiti per le vacanze, ma solo dai 16-17 in su. Poi sono diventati 3 o 4, ma fuori dall’università. Insomma, per dirla con una frase: leggevo di meno, ma avevo migliori, molto migliori qualità delle femmine perché l’italiano l’ho imparato da una famiglia che lo conosceva e senza mai leggere autori italiani, tra l’altro, quindi perché torturare i ragazzi con la lettura se l’italiano s’impara in famiglia (e disimpara alla televisione)? Perché addirittura considerare la lettura come una metrica universale per l’arretratezza dei ragazzi? Ho vissuto quasi 10 anni all’estero e lì chi era bravo in ginnastica era stimatissimo, esattamente come lo era il genio della matematica. Ho la sensazione che in Italia gli verrebbe detto che è buono solo a correre…

  13. Luca says:

    @Enoc: il fatto che la discussione sulle differenze (fra i sessi) possa generare litigiosità o estremismi, non credo sia un problema di tema, ma di capacità dialettica e di rispetto. La logica dell’inclusione, dell’omologazione, è altrettanto valida di quella che valorizzi le differenze, in un contesto in cui, con pari forza e pari dignità e spazio, vengano sostenute entrambe le tesi. Se oggi questo non è possibile (come sembri temere, fino al teorizzare una via della sola inclusioni, dei punti in comune), credo dipenda dal barbaro vuoto e diseducativo livello dialettico che tocca la nostra televisione con trasmissioni alla Amici o Uomini e donne che con il rispetto e il confronto dialettico poco o niente hanno a che fare. Molto sinceramente, e un po’ terra terra, mi sembra che gli uomini e le donne siano oggettivamente diversi tra loro (io ho il pene, loro la vagina; loro hanno i seni, io i peli sul petto; io ho la muscolatura più sviluppata, loro il corpo calloso…), e credo ci sarà pur una qualche conseguenza in tutto questo. Perché non nell’età nella quale ci si avvicina alla lettura? Che male c’è? Risé fa notare che anche la nazione che è al vertice di una certa classifica, letta strumentalmente in Italia per poter dire che i maschi 15enni sono degli zoticoni perché non leggono quanto le femmine (cui prodest?!), ha comunque la stessa differenza nella proporzione di lettura (cioè sproporzione) tra maschi e femmine che c’è in Italia. Letture, queste, che instillano il dubbio all’adolescente che sia un tardone in Italia perché non legge come la migliore delle femmine (ma quando mai?!) e contro letture (quella di Risé) che fa esultare la madre Claudia nel sostenere che probabilmente i 15 anni di un maschio sono diversi dai 15 anni di una femmina (…cosa che sembra quasi… banale, forse lo sto canalizzando io). Ritornando alle differenze e agli estremismi che genererebbero, ti dirò che come persona sono sempre stato attirato dalle differenze e dal confronto con le persone che la pensano diversamente da me (perché le cose che io penso le so già!), tanto da diventare vero amico di perone con le quali ho litigato (cioè confrotato alla pari, a viso aperto, francamente, lealmente). Grazie del tuo intervento, che ha aperto il dialogo.

  14. Dario says:

    Ciao Enoc,
    spero tu bazzichi ancora questo blog. Ti giro due filmati interessantissimi, e divertentissimi (!), sull’educazione che toccani i temi che abbiamo discusso.

    (intelligence is diverse, dynamic, interactive, distinct. A cosa serve il corpo e saper ballare) http://www.ted.com/talks/lang/eng/ken_robinson_says_schools_kill_creativity.html

    (quale e se abbiamo talento, godere della propria vita, amarla. La gioia di fare quello che piace)

    Interessanti, vero?

  15. Dario says:

    cose che le televisioni non mostrano: http://www.youtube.com/watch?v=oObxNDYyZPs

  16. antonello says:

    Come insegnante (sono centinaia gli studenti che ho avuto) mi sento vicino a quanto dice Risé. Se ci si informa sul maschile (il che accade raramente), si scopre quanto sia importante la regolazione ormonale, in particolare il testosterone, durante preadolescenza e adolescenza. Ormai l’andrologia ha chiarito quanto sia importante l’attività fisica per il corpo di un maschio, specie durante i periodi di sbalzo o disequilibrio. Se non si interviene a tal fine si apre la porta all’aggressività o alla depressione. Anche oggi i giornali ci dicono che la società italiana di anrologia st osservando i problemi sessuali dei giovani che stanno davanti al pc tutto il giono pr visitare siti pornografici. Non è un caso che ai ragazzi che fanno sport questi problemi non vengono. antonello

  17. Silvia says:

    Caro Claudio ti conosco dai tuoi lavori sull’ombra e apprezzo il tuo imprintin yunghiano, ma da questo ad esaltare l’ignoranza maschile ce ne passa. Forse in testa hai il mito Giancarlo Giannini nel film della Wertmuller?

  18. Rosangela says:

    non commento… tuttavia chiedetevi se i ragazzi italiani leggono tanti libri quanti i loro coetanei finlandesi: magari qualcuno arriverà addirittura a concludere che i ragazzi italiani sono “più maschi” di quelli finlandesi…

  19. Eugenio Pelizzari says:

    L’argomento è evidentemente avvincente anche se mi pare spesso frainteso. E’ arrivato anche su AIB-CUR, lista dei bibliotecari Italiani, con accuse a Risé di disincentivare la lettura nei giovani maschi o addirittura di “Maschilismo devastante”.
    Ora, secondo me, Risé dice con la sua solita chiarezza cose non solo condivisibili, ma che sotto sotto gli occhi di tutti coloro che abbiano figli e che non pieghino la realtà ad una ideologia qualsiasi. Strano che un maschio a 15 anni preferisca lo skate a Calvino? Non mi pare… Riconoscere questo, significa rinunciarte a stimolare comunque la lettura? Chiaro che no, e ci mancherebbe (del resto se a quell’età la lettura fosse un fatto così spontaneo, la tematica della promozione non si porrebbe neppure…).
    Ho fatto per anni il bibliotecario di quartiere ingegnandomi in tutti i modi, anche in collaborazione con la scuola, a stimolare la lettura nei ragazzini (perché le ragazze leggevano comunque di più, che ci sarà di strano?). E ancora mi ricordo la risposta che mi diede uno di loro quando, un bel pomeriggio di sole, andando al lavoro, lo incontrai per strada e lo invitai a venire in biblioteca. Mi disse, all’incirca: “Dì, ma non penserai davvero che io sprechi un pomeriggio della mia vita per venire in biblioteca a leggere?! Vado a fare un giro in bici coi miei amici”.
    E mi ricordo di aver pensato che probabilmente non aveva tutti i torti…
    Eugenio Pelizzari

  20. armando says:

    Non finisco mai di sorprendermi. Leggo di inni all’ignoranza maschile da parte di Risè, addirittura di suo “maschilismo devastante”, di angoscia perchè i quindicenni, ma se è per questo anche gli adulti, leggono meno delle loro coetanee (ma meno di che? Di romanzetti Harmony? Ben venga allora),etc. etc. Sciocchezze!
    Ora, lo strano è che tutta questa smania rieducativa dei quindicenni, questa voglia che siano copie conformi delle ragazze, viene proprio da coloro che, mi correggano se sbaglio, tutte le altre differenze le vogliono salvaguardare(giustamente). Differenze di culture, etnie, religione, abitudini, usi,scelte sessuali, costumi e quant’altro. Insomma si vorrebbe una società multiculturale e multitutto ma monosessuale, dove l’unica differenza inammissibile è quella fra i sessi. Le altre devono essere accettate e valorizzate (e, ripeto, giustamente), questa no, va eliminata in nome della non gerarchizzazione. Strano, no? Non si accorgono neanche che sono proprio loro a istituire una gerarchia. Se le femmine amano di più leggere e i maschi di più fare sport (per motivi detti e ridetti e mai seriamente contestati), invece che proporsi di valorizzare in ciascun sesso ciò che gli è più congeniale in quella fase della vita, subito pensano che i maschi dovrebbero essere rieducati ad una visione femminile, dando per scontato che questa sia migliore, anzi l’unica ammissibile. Poi, quando nel proseguio della vita constatano che i maschi non rimangono affatto indietro alle femmine nelle scienze, nella letteratura, sul lavoro, etc. etc., non se ne capacitano. Ma come? Le ragazze erano così brave a scuola, così diligenti, così sensibili alla cultura, leggevano così tanto mentre i maschi erano buzzurri caciarosi, e questo non si rispecchia nei premi letterari o nei premi Nobel? L’unica spiegazione, allora, non può che essere la discriminazione, il famoso soffitto di cristallo. Come per incanto quei buzzurri incolti riuscirebbero a ribaltare a loro favore la gerarchia, senza minimamente pensare che era solo nella loro testa, e che la vita è altro. Ha ritmi, tempi, interessi, inclinazioni, passioni, vocazioni che neanche si sognano di considerare, tutti presi dalla loro angusta, e davvero sessista, visione.
    armando

  21. armando says:

    Sugli esiti ultimi prossimi venturi dell’ossessione per l’unisex, segnalo questa perla:
    ULTIMA STAZIONE: ANNULLARE L’IDENTITA’ NATURALE DI GENERE.
    Storm ha 4 mesi: i genitori non ne rivelano il sesso.
    TORONTO – Storm Witterick ha 4 mesi, gli occhi azzurri, i capelli biondi, le guance paffute. E’ adorabile come quasi tutti i bambini della sua età. Cosa lo/la differenzia dagli altri? I genitori, per proteggerlo da scelte che a loro parere derivano solo da stereotipi, hanno deciso di tenere segreto il genere del bambino.
    La 38enne Kathy Witterick e il marito 39enne David Stocker hanno deciso così di ‘difendere’ il bambino da scelte obbligate. Naturalmente nel sesso del bambino non c’è nulla di anomalo, i genitori e i fratelli Jazz di cinque anni e Kio di due e le due ostetriche che hanno aiutato la madre a partorire in casa conoscono il sesso del neonato, ma sanno tenere la bocca chiusa.

    Quando il bimbo/a è nato/a i gentitori hanno inviato una mail ad amici e familiari in cui spiegano: “Abbiamo deciso di non rivelare il sesso di Storm per ora – è un omaggio alla libertà di scelta”. Gli amici della coppia temono invece proprio il contrario, ovvero che in questo modo si tolga al neonato il diritto di scelta, imponendogli la propria ideologia.
    Fonti http://www.parentcentral.ca/parent/babiespregnancy/babies/article/995112–parents-keep-child-s-gender-a-secret

    Di questo passo prima o poi ci arriveremo anche quì.
    armando

  22. Rino DV says:

    Cortese Enoc, lo spirito ecumenico che pervade i suoi interventi è davvero ammirevole ma, e qui non me ne voglia, lo trovo fondato su argomentazioni che oscillano senza sosta tra due versanti: l’affermazione che non esistono differenze naturali e la messa in guardia contro l’omologazione dei Due. Una contraddizione insanabile.
    .
    Se non esistono differenze naturali non si vede perché M non possa letteralmente “diventare F” (o viceversa…)e non si capisce perché sia da temere ed evitare l’omologazione, che può esser considerata un male solo se va a comprimere e remprimere pulsioni e vocazioni originarie diverse. Se quella diversità non esiste, non è possibile reprimerla, neanche volendolo, e il problema non si pone. Eppure il continuo oscillare conduce alla conclusione di sempre: i maschi si devono adeguare.
    .
    Essi devono assumere la forma gradita* alle femmine di questo tempo e di questo Occidente. Devono ritagliare il loro modo d’essere, conformare pensieri e comportamenti ai desiderata femminili. I quali però, non avendo origine nella natura, deriveranno dalla cultura e saranno perciò tanto artificiali e convenzionali quanto quelli maschili. E allora perché elevarli a parametro?
    .
    La contraddizione non ha fine ma conduce alla sola meta oggi pensabile: plasmare il maschio. Si prende la forbice e lo si avvicina per sagomarlo sulla forma femminile.
    .
    Con l’idea che ciò conduca alla pace.
    Sbagliato, cortese Enoc, questo – se e in quanto lo si realizzi – conduce solo ad una dolorosa quiete che precede la tempesta.
    .
    Rino DV
    .
    * Gradita davvero, nel profondo, alle medesime o diventato gradimento obbligato dai tempi di “Tiffany”?

    (Chiedo venia x ev. refusi)

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