Liberi di studiare o lavorare

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 14 marzo 2011, www.ilmattino.it

Forse sarebbe ora, come già succede nella maggior parte dei Paesi sviluppati, di lasciar scegliere a loro, ai giovani, se studiare o no. Con l’intesa che la scelta non può essere tra scuola e far nulla, ma tra studiare e lavorare. Dopo tutto, la vita è la loro. E, come ci ricorda l’insegnante (e scrittrice) Paola Mastrocola nel suo provocatorio “Togliamo il disturbo”: «Non tutti nascono soldati o sacerdoti o studiosi. C’è anche chi nasce fabbro, panettiere, meccanico, fotografo». Infatti.
Aiutando i ragazzi ad assumersi la responsabilità delle loro scelte, compresa quella di non studiare, otterremmo almeno tre risultati. Il primo è che migliorerebbe la scuola, dove dopo l’obbligo rimarrebbe solo chi è davvero interessato, chi ha una passione per il sapere, e vuole approfondirla. Vincerebbe il buonsenso che dice che nessuno può imparare se non lo vuole. E tornerebbe nelle aule la naturale alleanza (caratteristica delle scuole funzionanti) tra professore appassionato e sapiente, e studente desideroso di imparare (premessa indispensabile perché, dopo, anche nelle università possa tornare ad imporsi la scienza).
Il secondo risultato è che una consistente massa di giovani rifluirebbe sulle scuole di arti e mestieri, sulle professionali, sugli istituti tecnici, consentendo una nuova vitalizzazione di quei settori, che sono poi i più richiesti dal mercato. Ogni anno le associazioni dell’industria e del commercio offrono migliaia di posti, per i quali la scuola italiana non ha formato nessuno.
Il terzo risultato diventerebbe allora quello di ridurre di molto il peggiore dei mali italiani: quel quarto di giovani tra i 16 e i 25 anni che non studiano, e neppure lavorano. Se, infatti, fin dall’inizio il messaggio passato loro fosse «o studio o lavoro», senza fissarsi sullo studio come obiettivo irrinunciabile delle famiglie, il passaggio dall’uno all’altro risulterebbe naturale e accettabile, e non un’indicibile tragedia. Come è adesso, con la conseguenza che i ragazzi, pressati a «riprendere gli studi», non fanno più nulla, scivolando in situazioni difficili dal punto di vista psicologico ed esistenziale.
Liberare risorse dall’«obbligo alla sapienza», su cui è bloccata non solo la scuola, ma anche la visione della vita dei giovani di oggi, consentirebbe poi di alimentare di più l’istruzione per gli adulti (le tre elle della «Long life learning»), che è invece veramente indispensabile nella versatile società postmoderna, dove le richieste e le competenze variano continuamente.
È inutile, infatti, costringere a studiare chi non ne sente il bisogno e la necessità, ma è invece necessario che quando qualcuno cambia idea (magari dopo qualche esperienza di lavoro), possa farlo con strutture formative adeguate, come accade nei paesi sviluppati, dove le abilità richieste sono soprattutto la prontezza e la flessibilità.
Giovani e adulti devono però collaborare per uscire dalle strettoie create da un’idea di cultura e istruzione vecchia di almeno mezzo secolo. I genitori devono spingerli a chiedersi cosa vogliono fare, assumendosene poi la responsabilità. Anche i giovani però devono appassionarsi alla propria libertà di immaginare affermazioni diverse da quelle dei loro padri e madri.
Occorrerà, probabilmente, rinunciare agli stanchi riti annuali di occupazione delle loro scuole ostinatamente materne, per uscire nel mondo, assumersi obblighi, impegni, sfide. Abbandonare l’attuale rapporto malato con un mondo adulto «che li compatisce, e ne alimenta il vittimismo», per riprendersi la libertà di scegliere se studiare o no. Insomma diventare grandi.

Annunci

4 Responses to Liberi di studiare o lavorare

  1. Maddalena says:

    Ma spesso loro non sanno scegliere…Uno dei sintomi della mancanza di certezze dei nostri tempi dove il futuro non è più una promessa. “Fai la maestra!”, si diceva un tempo, posto fisso e tre mesi di vacanze all’anno. E non importava se non c’era la vocazione all’insegnamento. Nelle generazioni precedenti, l’ingresso al mondo del lavoro era una certezza e questo andava nella direzione di un rafforzamento dell’identità dei giovani e degli adolescenti, oggi spesso in balia tra il non sapere chi sono e il non riuscire a realizzare i propri sogni. Che fare quando non c’è la passione per lo studio ed il sapere? In una scuola dove non sempre i professori sono “appassionati e sapienti” e dove si svolgono programmi ministeriali pensando unicamente ad istruire anziché ad educare, si guarda all’orientamento molto distrattamente, quasi con fastidio, come ad una perdita di tempo. I test che riguardano l’orientamento e che vengono eseguiti negli ultimi anni delle scuole medie secondarie di primo e secondo grado, sono una semplice elaborazione di dati, privi di ogni approfondimento. Se ad un maschio piacciono i motori o è interessato a computers e microchips (e sfido a trovarne uno che non lo sia), viene suggerito il proseguimento di studi tecnici come perito meccanico o informatico. Però se contemporaneamente è attratto dallo studio delle lingue straniere, potrebbe scegliere anche un linguistico…I genitori di oggi hanno capito che è finita l’epoca del “Liceo classico o scientifico a tutti i costi”, ma manca un serio approccio all’orientamento da parte della Scuola, in sinergia con famiglie e studenti, che se “toglie” tempo all’oggi dei programmi scolastici, in realtà rappresenta una grande risorsa ed un investimento in direzione del futuro dei nostri giovani.

  2. Federico says:

    Mi sembra che un grosso contributo alla questione sia fornito allo stesso tempo da quegli adulti che con i loro atteggiamenti denigrano il mondo del lavoro. Le piccole frasi quotidiane che denigrano il lavoro ed esaltano il dolce far niente creano una mentalità per la quale lavorare è una tragedia, una cosa insopportabile.

    Inoltre da credente considero il lavoro di grande utilità. Non so se ha a che fare con l’argomento, ma dopo il peccato dell’uomo Dio da come “rimedio” e luogo di redenzione proprio il lavoro.

  3. antonello says:

    Come insegnante vedo invece che i ragazzi, anche se non tutti, le idee ce le hanno, e qualche passione/interesse pure. Lo vedo già in alcuni ragazzi della terza media, un momento importante in cui si decide il futuro. A me capita di avere anche ragazzi in gamba, che hanno voti molto alti. I genitori vorrebbero vederli al liceo, dati i voti, ma loro magari vogliono studiare come cuoco o parrucchiera e ne sono convinti. Di solito li assecondo perché alla fine della terza media avrei voluto fare l’elettrotecnico, già avevo molte conoscenze autocostruite. Invece hanno voluto che facessi il liceo e, anche se tutto è andato bene, me ne sono pentito amaramente. Ancora oggi ne sento il desiderio e credo di avere sbagliato tutto. antonello

  4. Sandro says:

    >>>>>>>>>
    Ancora oggi ne sento il desiderio e credo di avere sbagliato tutto. antonello
    >>>>>>>>>

    Non sei il solo a pensarlo.
    Per il resto devo dire che condivido l’articolo di Claudio Risé.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: