Ecoterapie contro la depressione

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 11 aprile 2011, www.ilmattino.it

Siete depressi? Fate una bella camminata nella natura, vi farà meglio della maggior parte delle pillole a disposizione. È questo l’orientamento di una buona parte della nuova psicoterapia anglosassone che ritiene lo sviluppo di buona parte dei nostri disturbi depressivi provocato dalla vita artificiale e sedentaria che facciamo. Ricerche psichiatriche e osservazioni cliniche confermano questa convinzione. La depressione aumenta nei quartieri poco verdi e senza giardini.
A Milano, al recente convegno Grandi città e salute mentale, sono state presentate le correlazioni tra la zona urbana in cui la persona vive e la sua salute psichica. Nelle zone periferiche più degradate, dove manca il verde e la sicurezza è carente, si sviluppa più depressione. Soprattutto, ma non solo, tra le donne (il 66% è in cura, contro il 34% degli uomini), e gli anziani.
La riscoperta della relazione tra degrado e carattere artificiale dell’ambiente in cui si vive, e sviluppo di forme depressive segna un cambiamento rispetto agli orientamenti terapeutici degli ultimi quarant’anni, che avevano guardato alla depressione come a una malattia di natura organica e biologica. Secondo questi nuovi orientamenti si torna a osservare anche l’aspetto sociale di questi disturbi, derivante dal modello di cultura delle società postindustriali e dagli stili di vita proposti.
I disturbi depressivi, come tutti i principali disagi psicologici, non sono d’altronde riducibili a inferiorità economiche e sociali. Anche nelle zone ad alto reddito compaiono forme di depressione e malessere psichico, quando gli stili di vita adottati non prevedano una sufficiente cura di sé e abitudini fisiche che sviluppino energie, ma al contrario le distruggano. Come accade nel frequente consumo di alcolici e droghe da parte dei giovani dei gruppi più agiati della popolazione, spesso residenti in zone urbane particolarmente servite e attrezzate anche dal punto di vista del verde. Parchi e giardini però in questi casi non vengono per niente utilizzati, per via di un ritmo sonno- veglia capovolto e dello stordimento cronico in cui si trovano le persone dove la ricchezza non è accompagnata da sufficiente attenzione al benessere fisico e a un’adeguata relazione con la forza rigenerante della natura.
Le verifiche sperimentali sembrano confermare che il movimento, praticato sistematicamente nell’ambiente naturale, può curare altrettanto bene che farmaci sintetici, ma con un effetto più duraturo per via delle modifiche profonde che queste abitudini provocano negli stili di vita delle persone. Ricerche svolte, ad esempio, nell’Università di Essex, in Inghilterra, hanno dimostrato che una “dose” di movimento quotidiano nella natura, durante una depressione leggera o media, può essere altrettanto efficace che una cura farmacologica.
L’esercizio fisico nella natura, che può essere anche una semplice camminata, purché fatta regolarmente e col pensiero rivolto allo sviluppo di un maggior benessere psicologico, cura anche per via dell’attivazione dei centri della gratificazione cerebrale, e la produzione di endorfine.
La maggiore attenzione alle ragioni ambientali della depressione, nell’insieme, spinge le persone ad assumere un atteggiamento più attivo verso l’ambiente e il proprio corpo. Si tratta di una posizione più produttiva dell’affidamento passivo a farmaci, il cui uso è indispensabile, ma non serve se non ci si prende cura di sé.
Al di là di traumi, o fattori genetici, la depressione si evita difendendo i due partner della nostra psiche: l’ambiente, e il corpo.

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10 Responses to Ecoterapie contro la depressione

  1. Roberto Bera says:

    Per me che abito a Torino, questo è vero. Eppure conosco persone che abitano nelle frazioni di montagna della Carnia – luogo bellissimo, boschi, prati, case graziose con fiori, gatti cane e giardino – che invece soffrono di depressione.
    Forse perchè hanno dei rapporti con vicini difficili?
    A me sembra che l’immersione nella natura generi anche un senso di “piccolezza”, di vuoto, di solitudine di fronte ad un grande ignoto, che se non si riesce a sentirsi comunità, senza “religione” può lasciare un senso di vuoto.
    Ho letto anche un racconto di Mauro Corona, (in Finchè il cuculo canta) in cui una ragazza che abitava presso le dolomiti, finisce male, presa dalla depressione.

    Personalmente ho notato anche l’effetto della musica. Rossini un anti-depressivo abbastanza efficace, Alban Berg lo ritengo pericoloso da ascolare in certe situazioni.

    Professore, se volesse venire in Carnia (nei rari giorni in cui ci sono perchè vivo a Torino) mi avvisi.

  2. Maddalena says:

    Nel 2030 la depressione sarà al primo posto tra le malattie debilitanti nei paesi ad alto reddito e al secondo posto a livello mondiale. Così il direttore del Dipartimento di salute mentale dell’OMS di Ginevra, Shekhar Saxena, ha aperto il meeting internazionale della salute mentale “Beyond the Walls”, in corso in questi giorni a Trieste.
    L’ambiente che ci circonda è senza dubbio una componente fondamentale del nostro benessere psico-fisico; il verde, l’azzurro, i colori della natura, sono di maggior stimolo rispetto al grigio delle zone industriali e delle periferie. A patto però che quest’ambiente sia vissuto dal punto di vista emozionale, e non subito. Siamo in sintonia con l’ambiente se siamo in sintonia con noi stessi; è vero che nell’articolo si parla di “depressione leggera o media” ma, e lungi da me dal formulare facili diagnosi, il pensiero, per esempio, delle meravigliose montagne valdostane mi riporta con la mente ad una mamma di Cogne e a quanto debbano essere invece parse a lei ostili quelle vette e quei boschi. Anche nei paesini della Carnia, Roberto, dai quali si scende al mattino per recarsi al lavoro nel distretto industriale intorno a Udine e si rientra solo a sera, sono venute meno tutte quelle relazioni interpersonali che permettevano alla comunità di farsi carico dei bisogni dell’altro aprendo una breccia a condizioni di isolamento a volte straziante. L’angoscia che spesso accompagna la depressione, aggredisce ogni altra possibile emozione e anche i prati verdi possono diventare deserti.
    La Natura va ascoltata, amata e partecipata, anche se non sempre capita. Così come ascoltato deve essere il cuore del depresso, prima di tutto da se stesso, facendo esperienza anche e soprattutto con il proprio dolore. La prima funzione degli antidepressivi, invece, va esattamente nella direzione opposta: mettere a tacere definitivamente il suo cuore. E questo è il modo migliore per non entrare in dialogo, prima che con gli altri, con la propria profonda interiorità e lasciarsi trasportare in una spirale fatta di apatia e di abbandono da sé.

  3. Carmelo says:

    Anch’io frequento spesso le montagne della Carnia e constato come luoghi così belli producano tante energie, ma non preservano, in assoluto, da malattie fisiche e psichiche, e da forme depressive in particolare. Certamente l’ambiente conta, ma, come segnale il prof. Risè nell’articolo, non è l’unica variabile. A mio avviso (è una mia personale opinione non corroborata da dati scientifici) gioca molto anche il fattore genetico. L’isolamento atavico di popoli che vivono nelle vallate, lontano da contaminazioni con altri popoli, favorisce forme di chiusura e indebolisce i fattori genetici che garantiscono maggiore salute. Come ho sentito di recente sostenere da Eugenio Scalfari(a proposito dell’ondata migratoria magrebina) il meticciato, il mescolamento dei popoli, a livello generale, è un fattore di salute fisica e psichica.

  4. antonello says:

    Certamente in un articolo non è possibile mettere tutto ciò che riguarda un argomento così complesso. Eppure mi ritrovo con Risé e cito almeno due filoni di ricerca che vanno nella stessa direzione: 1) Richard Louv nel libro L’ultimo bambino nei boschi, da psicopedagogista, spiega gli effetti negativi su corpo e psiche dovuti al “deficit di natura” che ogi viviamo. Tra i sintomi depressione, iperattività, indebolimento del sistema immunitario. E mostra nvece il benessere vissuto dai bambini che fanno regolarmente l’esperienza della natura 2) Archibald D. Hart, psicologo di noti libri sulla depressione maschile, l’ansia e gli attacchi di panico, ha più vlte indicato la via della natura come remedium capace di sostituire pillole, antidolorifici, antiinfiammatori etc. L’esperienza della natura aiuta il cervello a produrre i natural tranquillizer (le endorfine di cui Risé)che ristabiliscono gli equilibri neurobiologici. Certamente se uno sta male deve andare da un medico, però c’è una domanda: non è che oggi certi farmaci (dagli antibiotici agli psicofarmaci) vengono prescritti con troppa facilità? Magari basterebbero meno stress e più passeggiate. Ma bisogna avere la forza di cambiare stile di vita, di essere vicino alla wilderness (direbbe Risé),di essere meno TypeA-Personality (come appunto dice Hart) antonello

  5. armando says:

    Inutile girare intorno al problema. I disturbi psichici, la depressione, come le allergie, sono robe da paesi ricchi e sviluppati, dove non per caso è nata la psicanalisi. I popoli poveri non ne soffrono quasi, perchè hanno altro a cui pensare e perchè il loro organismo si fortifica confrontandosi ogni giorno con difficoltà per noi inimmaginabili. Proprio i nordafricani o gli asiatici lo dimostrano. Viva la povertà, dunque? Certo che no. In questione è un modello di vita,e di sviluppo, che punta tutto sulla quantità e non anche sulla qualità.
    armando

  6. antonello says:

    buono quanto dice Armando. Un esempio: Nelson Mandela nella sua autobiografia racconta che il primo spazzolino da denti l’ha visto dopo i 20 anni, eppure guardate che sorriso che ha! I nostri figli hanno tutta l’igiene possibile ma come denti son messi malissimo antonello

  7. Luca says:

    Mandela non mangiava le caramelle con cui avveleniamo i nostri figli, per questo non ha carie. L’orso, invece, spesso muore di fame quando gli si cariano i denti per il miele che mangia direttamente dagli alveari e non riesce più a masticare (d’altra parte non ha predatori e la natura ci ha pensato lei ad eliminarlo: lo ha creato goloso e lui muore di mal di denti…).
    Insomma, nelle grandi città, la mancanza della natura genera sicuramente scompensi negli esseri umani, sono d’accordo, ma la natura è la natura, e ci ammazza (mi sa che gli africani vivono meno di noi, anche se noi si rovinano l’esistenza con le nostre se… mentali).

  8. Luca says:

    Nel tentativo di ridurre la mia banalizzazione di poco sopra, comunque, mi sembra interessante il punto dell’articolo: i farmaci NON sono una cura migliore di una passeggiata.
    Forse è questo il nodo: rifiutiamoci di prendere pillole e basta, perché il disagio non è necessariamente in noi, ma siamo noi a disagio in certe situazioni, cioè quando, per esempio, non camminiamo nella natura.
    In disagio non è un male che è in noi e che va estirpato, ma siamo noi ad essere a disagio in certe situazioni.
    Restiamo a contatto con la natura! 🙂

  9. Fabio says:

    Sì, Armando, ma è pur vero che nei paesi più poveri la vita media è molto più bassa, si muore per un nonnulla, si soffre la fame e la sete.
    Secondo me non può esistere un sistema “perfetto”, perché è la vita stessa che è intrinsecamente tragica.
    Antonello, io ho 38 anni e da bambino ho avuto molti problemi con i denti, a causa di una mia predisposizione alla carie, unita ad una scarsa prevenzione. Mio padre, che di anni ne ha 69, porta la dentiera, perché anche lui ebbe parecchi guai con i denti. Con le tecniche e la prevenzione di oggi avrei/avremmo avuto sicuramente molti meno problemi.
    Quello che voglio dire, è che non mi sembra il caso di demonizzare il progresso.
    Per quanto mi riguarda, preferisco vivere nell’odierna Italia, piuttosto che in Somalia o in Congo.

  10. Redazione says:

    C.G. Jung diceva che la questione natura/cultura non puà essere affrontata in termine di o/o, ma di e/e. Non è pensabile sceglierne una, servono entrambe.
    Il problema è la dose. Noi abbiamo scelto un modello culturale dove c’è un overdose di cultura, dove anzi molta filosofia moderna sostiene paranoicamente che “tutto è cultura” e che la natura non esiste, e siccome invece il vivente è natura, la vita si ammala in noi. Magari le tecniche ci fanno diventare tutti centenari, ma il nostro rapporto con la vita è profondamente malato. Claudio

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