La presenza a se stessi nel mondo che cambia

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 30 maggio 2011, www.ilmattino.it

Genitori che lasciano il figlioletto nell’automobile chiusa sotto il sole. Politici che si mettono nei guai per una battuta sconsiderata. Dimenticanze ovunque, disattenzioni diventate costume, incidenti spesso mortali. È come se, al culmine del progresso scientifico ed economico, rischiassimo tutti di diventare imprevedibili, stranamente sbadati.
Come mai l’uomo moderno, sapiente e ipertecnologico, si comporta sempre più in modo così evidentemente irrazionale e contraddittorio?
Il fatto è che oggi l’attenzione, la piena presenza psicologica in ciò che si fa, è sottoposta a sfide nuove, e difficili. L’overdose di cose che dobbiamo memorizzare, di strumenti di cui impadronirci e utilizzare, di nozioni e gesti di uso comune cui reagire prontamente, provoca anche assenze improvvise, sciatterie non previste, cadute di stile, di consapevolezza e presenza.
In quei momenti, sotterraneamente, si fa avanti l’eterna contesa tra le parti più antiche del cervello (il sistema limbico con le sue spinte istintuali ed emotive), e la sofisticata e razionale neocorteccia cerebrale, intasata di dati, che per brevi istanti può entrare in difficoltà. Ecco allora apparire (magari in un lussuoso residence internazionale) il maschio arcaico con le sue pulsioni: “io Tarzan tu Jane”, o il lottatore che riduce tutto alla dialettica “amico-nemico”; o, ancora, l’uomo che pensa al cibo e al lavoro e dimentica del tutto di accudire qualcun altro, o di valutare le conseguenze di ciò che fa, dice, od omette di fare.
Il conflitto tra gli aspetti più arcaici ed istintuali della mente e quelli più razionali provoca una scissione nell’attenzione alla realtà, nella quale qualcosa, a volte di importanza vitale, viene smarrito.
Può essere l’attenzione a una persona (il bambino sul seggiolino), una valutazione di opportunità, la registrazione di una percezione (una macchina che arriva, o qualcuno che scende dal marciapiede).
Come ho fatto a non vedere, come ho potuto dimenticare, perché l’ho detto? Sono queste, fra le tante, le stupefatte considerazioni del dopo, ma ormai è troppo tardi.
La presenza a se stessi è una complessa miscela di ricordo di ciò che occorre fare, e di attenzione a ciò che accade qui ed ora, in un determinato momento. In essa la memoria breve, la working memory, che registra i pochissimi dati indispensabili nell’istante, deve rimanere collegata alla memoria a lungo termine, dove si trovano, tra l’altro, i doveri riconosciuti, i programmi, e gran parte delle cose che si riferiscono agli “altri”.
Da qui, ad esempio, l’impressione di sbadataggine, o addirittura di egoismo, che viene spesso dal comportamento degli adolescenti (o delle personalità narcisistiche, coi loro aspetti infantili), la cui memoria a lungo termine, con i suoi codici di attenzione agli altri, non è ancora particolarmente sviluppata.
Nel corso dei secoli, la buona comunicazione tra “working memory” e memoria a lungo termine era agevolata dal procedere rituale delle giornate: ad una certa ora si faceva una certa cosa, in un’altra una differente. Oggi questo ordine, come moltissimi altri, non esiste più: nella società globale e “connessa” in ogni momento al resto del mondo, devi essere sempre pronto a fare nuove cose, diverse e inaspettate, che non c’entrano non solo con quelle cui i tuoi avi si dedicavano, ma con quelle che tu stesso facevi, poche settimane prima.
Mentre poi le grandi religioni, sia orientali che occidentali, dedicavano riti ed esercizi alla concentrazione e presenza a sé, oggi si continua ad immagazzinare nuove informazioni. Per dimenticarle al più presto.

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4 Responses to La presenza a se stessi nel mondo che cambia

  1. roberto says:

    Ha perfettamente ragione. Quando, qualche anno fa mio figlio faceva la medie, era pieno di nozioni da studiare, su cui non ritornavano praticamente più.
    Temo che la scuola attuale, tra i vari suoi difetti, valorizzi la memoria a breve a discapito di un sapere profondo.

  2. Vale says:

    Il direttore della scuola delle mie figlie incoraggia l’impiego delle nuove tecnologie nello studio, perchè (dice con testarda rassegnazione) “questi nuovi mezzi sono come uno tsunami che ci ha invaso, non possiamo farci niente, possiamo solo prenderne atto, la scuola non può RIMANERE INDIETRO”. Ottimo…
    Vale

  3. armando says:

    E’ come se, tutti concentrati sul quì ed ora, non avessimo più una bussola interiore che ci faccia orientare fra le cose importanti e le altre. E’ anche questa una manifestazione della società liquida, che si conforma al contenitore perchè priva di una sua struttura.
    Ma forse c’è anche di più. Ormai ogni nostra azione di uomini moderni è attuata attraverso uno strumento tecnico che si interpone fra noi e l’azione. Il figlio si porta a scuola in auto, i panni si lavano in lavatrice e così via. Anche le stesse frasi “sconsiderate” sono convinto siano sempre state pronunciate, con la differenza che venivano conosciute solo dagli astanti e comunque da un basso numero di persone. Ora la tecnica consente siano messe a disposizione di tutti con conseguenze potenzialmente devastanti. Diciamo che la tecnica si è impadronita di noi, ma non noi di essa. Almeno finora, ma dubito che lo sarà anche in futuro perchè è in evoluzione/rivoluzione continua che si autoalimenta, e l’uomo, le cui strutture del cervello si sono formate in millenni e quindi sono relativamente statiche, stenta a seguirle. Altro discorso è poi, anche ammesso che l’uomo sia in grado di modificare se stesso allo stesso ritmo con cui evolve la tecnica, se questo cambiamento sarebbe o meno positivo, ed a che esiti porterebbe. C’è materia su cui riflettere con calma e in profondità, proprio quello che il mondo moderno inibisce sempre di più.
    armando

  4. Maddalena says:

    Stress quotidiano, routine frenetica, impossibilità di sedimentare le informazioni… La qualità della vita nella post-modernità è decisamente scaduta in termini di riposo, di riflessione e di dedizione all’altro. Come madre mi vorrei soffermare su quei bambini dimenticati, quelli che avrebbero più bisogno di attenzione e cura e che invece sono stati inghiotti dal vuoto, dal black out di una mente portata via da chissà che cosa. Il padre credeva di averla portata all’asilo, ritorna anche in auto a prendere dei documenti, viene chiamato al telefono dalla moglie che si sincera su chi andrà a prendere la bambina a fine orario e… E’ possibile che in tutte queste ore la figura della bambina non emerga? E’ possibile che nella mente del padre non si sia formata nessuna immagine mentale della figlia? Se questo può accadere a chiunque io ho paura. Vorrei pensare che nella mente di quel padre ci fosse deficit, qualcosa che lo disturbava e per la quale non ha chiesto aiuto. So che questo non modifica la tragicità dell’evento, ma non è comprensibile che un bambino venga dimenticato senza che sia mai “pensato”. Nelle favole i bambini si abbandonano perché non si ha di che sfamarli o per la cattiveria dei genitori, ma si sa le favole sono crudeli e poi c’è sempre un lieto fine.
    Su qualche quotidiano, citando Freud, qualcuno ha parlato di “lapsus memoriae”, ma il lapsus non è la realizzazione inconscia di un desiderio? Ed ho ancora più paura.

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