Psicofarmaci e rockstar

Claudio Risé, da “Il Mattino” di Napoli del lunedì, 8 agosto 2011, www.ilmattino.it

Vasco Rossi ha ringraziato i farmaci per avergli salvato la vita. In molti altri casi però, dal lontano Elvis Presley al più recente Michel Jackson (ed altri dopo), farmaci regolarmente prescritti sono stati considerati causa della morte.
Qual è dunque la verità nel mondo dell’arte e dello spettacolo: i farmaci salvano, o uccidono? Sono indispensabili alla vita dell’artista, oppure si tratta di un lusso pericoloso?
Già nel greco antico “farmaco” indicava sia la medicina, che il veleno. Il mondo greco conosceva bene l’alterazione nella capacità di percezione e di visione delle persone ed associava al farmaco la magia, e il carattere illusorio dei suoi effetti. Fedra, maga, fece credere a un re di ringiovanirlo, facendolo bollire.
La questione è dunque complessa, da sempre. Non ha senso rifiutare i benefìci (spesso indispensabili) della chimica contemporanea ringraziata da Blasco.
Coi «farmaci» occorre evitare due rischi opposti: rifiutarsi di assumerli quando servono, curandosi, o prenderli quando non ce n’è bisogno, o per motivi sbagliati, avvelenandosi. Per capire meglio occorre rispondere alle domande: quanto, come, perché, quanto a lungo. «Quanto» è la «dose»: il farmaco, per non diventare un veleno, deve essere assunto nella dose giusta. Ciò è connesso alla seconda questione: il come. Vale a dire chi ti dice di prenderlo, e, appunto, in quale quantità. Nella «chimica», cui si riferisce Vasco Rossi, è indispensabile che, come nel suo caso, a prescriverla siano medici, specialisti del tuo disagio. È l’efficacia della chimica a richiedere la più grande precisione nella sua somministrazione.
Il mondo è pieno di gente che si avvelena facendosi spedire via Internet antidepressivi potenti, o euforizzanti che al fuori del controllo medico possono avere effetti devastanti.
Non c’è, però, solo la chimica. Come notava il grande filosofo Paul Feyerabend, nel mondo globale non c’è più un solo «metodo», ce ne sono tanti, che corrispondono spesso alle varie tradizioni culturali.
Esistono anche farmaci naturali, attività e stili di vita terapeutici, come provano anche i casi dei molti artisti che hanno invece trovato il rimedio in attività meditative, pratiche spirituali. O a volte, più semplicemente (ma non troppo), il rimedio è consistito nella scoperta ed impegno in attività manuali riconosciute come «vocazione», o profonde storie d’amore. Come dimostrano le esperienze delle comunità terapeutiche meglio funzionanti, c’è chi viene guarito dal lavorare il legno, chi dal fare giardini, chi dalla terra.
Il rapporto affettivo con gli altri, inoltre, è sempre decisivo. È quello che entra in crisi quando, come racconta Vasco «non hai più voglia di salutare nessuno».
Qui siamo già al quarto punto: perché stai male? Nel malessere delle star musicali, come in molte personalità artistiche, c’è un problema di eccesso, di «troppo». Troppa energia, troppo genio, troppa sensibilità. Un problema simile a quello dei «bambini prodigio», alla cui categoria molti di questi artisti appartengono fin da piccoli. È piuttosto difficile tenere in equilibrio personalità così straordinariamente dotate, che si trovano in qualche modo «in eccesso» di tutto. Il rischio diventa quello di passare alternativamente da fasi di euforia (cui spinge anche il rito dello spettacolo, e il rapporto col pubblico), ad altre di depressione.
Le sostanze allora, dalle droghe ai «farmaci» diventano un mezzo per cercare di rimanere in equilibrio. Che viene fornito da farmaci prescritti accuratamente ed in dosi precise, ma non nell’assunzione «fai da te» di sostanze psicotrope.

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8 Responses to Psicofarmaci e rockstar

  1. Vincenzo Spavone says:

    Ciao cludio.
    Permettimi di vedere la questione da un’altro punto di vista.
    In una società in piena crisi morale ed economica, dove un’intero mondo giovanile non trova lavoro e guarda al futuro con sfiducia e rassegnazione, ecco come la società consumistica e globalizzata ci informa che una grande star della musica italiana, un personaggio ricco e viziato, con tutto il successo la fama e la ricchezza accumulata , non ha trovato di meglio che entrare in depressione e “salvarsi” con gli psicofarmaci.

    La mia impressione è che esempi negativi un tempo banditi dall’immaginario collettivo, vengono oggi assunti come modelli da imitare.

    Se tale messaggio è sfuggito ai più, a me la cosa ha fatto molto riflerttere e sarà di incoraggiamento per mettere in campo iniziative sempre più efficaci per contrastare l’assunzione pericolosa di farmaci proposti come soluzione a tutti i malesseri di questa società.
    Vincenzo Spavone

  2. Redazione says:

    Caro Vincenzo,
    un prete che conosco bene, impegnatissimo nel donarsi agli altri senza riserve, con una vita piena di impegni e soddisfazioni ad altissimo livello, è entrato poco tempo fa in una grave crisi depressiva che sta affrontando con l’aiuto di uno psichiatra. Anche la mia esperienza personale mi insegna che le vie del Signore sono infinite e non disdegnano neppure gli psicofarmaci. La scienza moderna, che procede dalla osservazione della natura, è un dono di Dio, come lo siamo noi e l’artista “maledetto”. A ognuno la sua croce.
    Guido

  3. antonello says:

    Effettivamente un Blasco può essere um modello di identificazione pericoloso: quando ero ragazzo per imitarlo mi nascondevo ad ubriacarmi in garage apposta per stare male e cantare vita spericolata. Mi viene però da dire che i giovani probabilmente queste cose le fanno non tanto quando c’è crisi ma quando si sta troppo bene. Se c’è crisi, penuria, necessità primarie, le persone stanno allerta e vive per sopravvivere e darsi da fare, tanto è vero che nel periodo della guerra non c’era certo il tempo di farsi le canne o prendere psicofarmaci (e non a caso i nostri genitori hanno una voglia di vivere maggiore di noi e non si lamentano mai). Per quanto riguarda gli psicofarmaci concordo con Guido: ho letto per problemi personali dei libri sulla depressione maschile dello psicologo A. D. Hart e lui, psicologo cristiano di ispirazione paolina, accetta proprio come “dono di Dio” le medicine che spesso salvano la vita alle persone gravemente sofferenti. Anche lui, come Risé, sottolinea la questione necessità/dosi/tempi… perché l’obiettivo è salvarsi per poi camminare sulle proprie gambe. anton

  4. thomas says:

    Al di là del fatto che S.Paolo esclamasse vantandosi: -Noi siamo pazzi a causa del Signore!-, si potrebbe anche accettare l’ipotesi che, oggi più che mai, sia quasi impossibile evangelizzare senza incorrere in qualche “disturbo”.

    Questo non perchè la Verità debba essere assoggettata alle nostre balle.

    A mio parere l’insorgere di questi “disturbi” o “depressioni”, soprattutto fra gli uomini di Fede, nella maggior parte dei casi sono l’espressione della loro parte sana.

  5. antonello says:

    Veramente Hart parla della depressione degli uomini in termini di identità di genere (in quanto maschi) a prescindere che siano di fede o meno. anton

  6. Carmelo says:

    Mah..l’articolo parte da un fatto ben preciso: le inaudite parole di Vasco sulla sua depressione e uso di psicofarmaci. Parliamo quindi di Vasco, siamo lontani mille miglia dalla fede. Poi è verissimo che ci sono uomini di Dio (santi) con manifestazioni psichiche di estrema sofferenza. Cosa significa tutto ciò? Che la psiche è complessa e che il malessere può insorgere all’interno dei più disparati contesti (fede o vita spericolata). Spesso mi è capitato di parlare con persone che sono state colpite da gravi forme depressive e, in periodi successivi, le ho sentite parlare della malattia come di una “grazia”. Rispetto molto questo punto di vista e tendo sempre a non giudicare il dolore umano perchè è sempre personale e unico e quindi non affrontabile per categorie generali. Mi piace però ricordare (anche alle persone che assumono queste posizioni) ciò che spesso ho sentito dire al prof.Risè circa quello che lui chiama “istinto di guarigione”, presente in ogni paziente, come di quella parte che di più manifesta il divino dentro l’uomo.
    Non saprei dire di più su un argomento così immenso.
    Concordo poi sul fatto che gli psicofarmaci siano utilissimi nelle fasi emergenziali: sono degli autentici salvavita (se vogliamo anche “doni di Dio”). Il problema però viene dopo; perchè gli psicofarmaci salvano sì all’inizio, ma non risolvono niente,e così facendo tendono a deresponsabilizzare il paziente.

  7. thomas says:

    Infatti Antonello, stavo rispondendo soprattutto a Guido sulla difficoltà, da parte di un uomo di Fede, di predicare il Vangelo in un sistema come il nostro.

  8. Redazione says:

    La giusta preoccupazione di @ Carmelo, quella della dipendenza dal farmaco, rientra nella questione che nell’articolo ho definito del “quanto” e del “come”.
    Se prescritto correttamente, infatti, il farmaco viene costantemente monitorato, per vedere quando è poi possibile “scalarlo”, diminuirlo, e infine toglierlo. Ciò naturalmente dipende anche da altri fattori, tra i quali, importantissimi, il paziente, i suoi obiettivi, il suo stile di vita. La convinzione di C.G. Jung, a mio parere fondato, è che nessuna trasformazione è possibile senza una profonda esperienza spirituale. Che, certo, può avvenire in molti modi:l’espressione artistica è uno di quelli. Basta pensare a tutta l’arte (anche musicale) che ha accompagnato lo sviluppo del Cristianesimo (e alla sua latitanza oggi, ahimé, in quell’ambito).
    Saluti a tutti, Claudio

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