Insegnare guardando al cervello

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 29 agosto 2011, www.ilmattino.it

Lasciamo dormire un’ora in più i nostri ragazzi: ci libereremo di molte liti e problemi, e impareranno di più. Questa tesi ha ricevuto un assist importante dai risultati di una scuola inglese che ha iniziato le lezioni alle 10 invece delle 9, ottenendo alunni meno svogliati e più tranquilli, e soprattutto un miglioramento dei voti all’esame tra il 21 e il 34%.
La spiegazione sarebbe nel ritmo sonno veglia degli adolescenti, che si addormentano e si svegliano più tardi che i bambini.
Probabilmente il fenomeno è assai meno inesorabilmente determinato dalla biologia di quanto presentato nei primi commenti. I ritmi legati alla scansione della giornata, infatti, a parte una forte componente personale (non sono uguali per tutti), sono legati a fenomeni, su cui influiscono gli stili di vita: per esempio il rapporto con la luce e l’oscurità, e la presenza di altri ritmi nella giornata.
Se l’andare a letto rimane in qualche modo associato all’oscurità, il ritmo sonno veglia rimarrà più vicino al sorgere e calare del sole, se invece l’oscurità sparisce del tutto, perché dopo il tramonto si rimane sugli schermi illuminati di Internet, o della TV, il sonno non arriva.
Decisiva è poi la presenza ritmica e regolare dei pasti in famiglia, a pranzo e cena, che sviluppano altri ritmi, come il riposo dopo il pranzo e la preparazione al sonno dopo la cena.
Questi pasti familiari diventano invece sempre più episodici e meno regolari, sostituiti da snack e altri momenti con gli amici e il gruppo dei pari d’età: ciò modifica gli altri ritmi “circadiani” (legati alla scansione della giornata), tra cui naturalmente quello sonno-veglia.
Tutto è insomma molto meno biologicamente determinato una volta per sempre, e più legato anche agli stili di vita degli adulti, e all’impegno che questi sono disposti a prendersi nella condivisione della loro vita coi figli. Dove si va dormire presto, anche gli adolescenti si svegliano prima e con meno difficoltà.
E’ poi evidente che l’assunzione di sostanze (dall’alcool alle droghe), poco menzionate in questi dibattiti, e i loro effetti sull’ipotalamo (importante nel ritmo sonno-veglia), determina e altera questo e gli altri ritmi della giornata.
Una volta ricordato tutto ciò, occorre tuttavia prendere atto della realtà: i ragazzi hanno oggi un’intensa vita serale e notturna; assumono generalmente – chi più chi meno – diverse sostanze; il buio non c’è più, ed anche il silenzio è legato più allo sfinimento e all’addormentarsi davanti a qualche schermo che all’entrare in sé stessi, lasciando spazio al sonno.
In questa situazione (ma sapendo che di questo si tratta), mandarli a scuola un’ora dopo può essere (per chi può farlo), una buona idea.
Soprattutto, è giusto ripensare, come fa Paul Kelley, il promotore dell’esperimento di Monkseaton, l’insieme dell’attività e degli spazi scolastici con maggiore attenzione a ciò che le neuroscienze vanno scoprendo del cervello umano (e che confermano ciò che pedagogie attente, come quelle che si ispirano a Dewey, a Steiner, o Montessori, già avevano intuito).
Ad esempio che si impara meglio dando una struttura ritmica alle lezioni ed alternando l’apprendimento intellettuale col movimento fisico.
Infatti Kelley fa ripetere tre volte ciò che si sta studiando, con intervalli di 10 minuti di intensa attività fisica. Ciò consente una prima installazione dei dati appresi nella memoria di lungo termine.
Questi, ed altri esperimenti educativi, sono molto importanti. La migliore conoscenza del cervello umano non può non ispirare anche una pedagogia più aderente a ciò che si va scoprendo.

Advertisements

2 Responses to Insegnare guardando al cervello

  1. egle says:

    Credo che i ritmi personali cambino con l’età, il sesso, il clima e altro ancora. Di questi si dovrebbe tenere conto almeno un pochino.Invece siamo noi a doverci adattare a ritmi imposti dalla scuola, dal lavoro e dal divertimento.
    Per rispettarci dovremmo essere in grado di ascoltarci ma questo non sempre è facile e fattibile.
    “la luna di giorno non c’è tutto l’anno!”
    egle

  2. Roberto says:

    Articolo molto interessante. A quanto pare un dato sarebbe ovvio: le “cose” che hanno a che fare con la persona umana dovrebbero tenere conto della fisiologia umana. Invece questa ovvietà pare non sia ovvia per niente a tanti “organizzatori” della società.
    In questi giorni si parla del tema delle pensioni. A me personalmente sembra assurdo che una persona smetta di lavorare da un giorno all’altro. Nel contempo mi pare idiota pensare, alzando l’età pensionabile, che una persona di 65 anni lavori “come” una di 55 o 30 anni.
    Magari lavora con più “giudizio”, ma certo con artrosi e necessità di cure in più. Eppure nessuno parla di “pensionamento soft”.
    In Italia questo sarebbe particolarmente fattibile visto gli alti contributi previdenziali. Si potrebbe porre che dopo una certa anzianità contributiva, i contributi diminuiscono (ma la pensione non si percepisce) e si ha la possilità di orari ridotti.
    In questo tempo se uno è furbo può fare ginnastiche mirate, cure termali o crearsi pian piano nuove relazioni.
    Questo secondo me aiuterebbe anche il passaggio dal lavoro alla pensione, non sempre facile: dopo i primi mesi di euforia di “cose arretrate” per molti c’è il vuoto.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: