Il successo del piccolo borgo antico

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 5 settembre 2011, www.ilmattino.it

Il grande successo turistico italiano di quest’anno? I piccoli paesi, col loro borgo secolare ben mantenuto, pochi abitanti, case storiche, botteghe artigianali: la memoria italiana dal Medio Evo in poi.
Non solo da noi, d’altra parte, è forte la nostalgia del borgo, del nucleo abitativo tradizionale, raccolto in un fazzoletto di metri quadri, e amato innanzitutto dai suoi abitanti. Quando il grande si rivela pericoloso, inquinato, stancante, si riscopre di nuovo che “piccolo è bello”.
La Francia ha avviato già da anni, con crescente successo, la certificazione dei Villaggi più belli di Francia, con la loro guida e la loro promozione turistica. Ed anche in Italia, i Borghi più belli d’Italia (oggi 202, ma già con una lista d’attesa di 300 desiderosi di entrare), sono ricercati sempre di più come meta turistica, viaggio romantico, sogno di una vita diversa (hanno tra l’altro il loro Festival proprio in questi giorni, a Castell’Arquato e Vigoleno, sulle colline piacentine).
Non è solo un fenomeno di marketing, quanto la spia di bisogni diversi, di una condizione psicologica complessiva nella quale si trovano sempre più persone, di ogni età.
Evidente nella ricerca del borgo tradizionale è la ricerca di un rapporto più equilibrato, con la natura. Negli antichi borghi europei (anche la zona alpina di Svizzera e Austria ne ha conservati di bellissimi), la natura (montagna, mare, boschi, colline), occupa un posto centrale, anche dal punto di vista economico. L’uomo, però, vive del mondo naturale ma senza devastarlo, rispettandolo, ammirandone la bellezza e mettendosi al servizio della sua conservazione e buona salute.
Questo sentimento profondo: per vivere bene occorre amare la natura, servirla e proteggerla, è esattamente il contrario della posizione della modernità, fondata sull’idea di un asservimento della natura all’uomo, ritenuto ben più saggio e potente del mondo naturale. Una posizione già annunciata, col suo gusto per la violenza, dal particolare illuminismo del Marchese di Sade, che sosteneva che la natura è crudele, e quindi l’uomo deve essere più crudele di lei.
Il mito della grande potenza e saggezza dell’uomo ha perso molta della sua credibilità nei grandi fenomeni delle dittature europee, delle guerre mondiali, della Shoah, delle crisi economiche ricorrenti (nell’ultima delle quali ci troviamo oggi).
Dal punto di vista dell’abitare, poi, la credibilità del primato dell’uomo sulla natura è stata persa nell’esperienza delle grandi città. Quei centri urbani in cui l’uomo ha schiacciato la natura e le ha tolto ogni presenza significativa sono invivibili: le persone si ammalano, si deprimono, sviluppano infinite allergie, smettono di amare la vita e corteggiano la morte in vari modi: dalle perversioni distruttive, alle droghe, alla criminalità.
Ecco perché la vacanza, la rigenerazione, la “ricarica delle batterie” del corpo-psiche dell’uomo, diventa oggi il borgo.
L’altra grande ragione è la ricerca di una bellezza armoniosa, nella quale si rispecchi l’equilibrio del rapporto tra cultura umana e natura. L’idea di bellezza che ha dominato l’arte negli ultimi decenni, cerebrale, squilibrata, con forme disarmoniche, non è più amata, se non dai circuiti finanziari che la commerciano.
Le critiche di intellettuali come Jean Clair, Marc Fumaroli, Roberto Calasso, segnano un cambiamento di sensibilità, che la crisi economica non fa che accelerare.
Quando i soldi sono finiti abbiamo bisogno che le immagini ci appaghino, non ci pugnalino. Anche per questo amiamo la bellezza degli antichi borghi italiani, con le loro eterne armonie.

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