Psicologia della stagnazione

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 5 dicembre 2011, www.ilmattino.it

Psicologia ed economia descrivono la stessa realtà: l’uomo. Ecco perché l’espressione “opulenta stagnazione”, usata da Giuseppe De Rita per presentare l’Italia nell’ultimo rapporto Censis, coglie esattamente anche la posizione psicologica dell’italiano medio. Opulenta, distante dalla storia familiare fatta in gran parte di agricoltura povera, e diversa anche dagli altri europei, più indebitati, con meno proprietà. Però stagnante: con pochi progetti, e scarso investimento sul futuro.

Da dove deriva la tendenza alla stagnazione?

Dal punto di vista psicologico, la stagnazione si manifesta quando la persona ha l’impressione di essere “arrivata” da qualche parte, e per il momento non ha un grande interesse a modificare la situazione, a cambiarla assumendosi i rischi sempre presenti nel cambiamento.

Nell’adolescenza, fa così il ragazzo che si è guadagnato il rispetto di compagni e professori e, (come lamentano poi gli insegnanti protestando coi genitori) “vive di rendita”: non studia più, pensando che quanto ha imparato gli basti.

Nella maturità, fa così chi ha realizzato un notevole balzo in avanti, sia dal punto di vista sociale che economico, e, come dicono i suoi superiori “si siede sugli allori”, rinunciando a sviluppare nuove competenze, cimentarsi in nuove funzioni, magari in aziende diverse.

Questa posizione di arresto ha anche un risvolto affettivo, che si presenta spesso nelle coppie di recente costituzione, quando, rassicurati ma anche già impigriti dal matrimonio, il marito smette di fare la corte alla moglie, o la moglie di badare al marito, e la relazione sprofonda (anche qui), in un arresto emotivo, con conseguente perdita di vitalità.

In tutte queste situazioni, e nelle infinite altre che si producono nella vita umana, la stagnazione presenta contemporaneamente un tratto edonistico (“ora finalmente godiamocela”), e un aspetto depressivo, che si rivela nella rinuncia alla ricerca, al cambiamento, alla messa in discussione dell’esistente.

È questo il lato ambiguo della psicologia della persona attaccata ai costumi e strutture tradizionali, a cominciare dalla famiglia, più volte (giustamente) presentata dal Censis nei suoi rapporti come fattore di stabilità. Non c’è dubbio che in Italia la persistenza e forza della famiglia abbia funzionato come uno straordinario ammortizzatore sociale, evitando che la crisi creasse fenomeni di povertà molto più evidenti e brucianti fin dal suo inizio negli altri paesi d’Europa.

Quanto però ha contato il fatto di poter usufruire dell’abitazione dei genitori, o della pensione dei nonni, sullo sviluppo di quel venti per cento di giovani che non studia né lavora? Che peso ha avuto, inoltre, la fiducia della scuola sui saperi tradizionali, nella creazione dell’attuale disoccupazione giovanile?

Il fatto è che la formazione scolastica italiana, lunga e noiosa, è ben poco utile a trovare un lavoro. Anche perché, a differenza di quanto accade nel mondo tedesco o del nord Europa, in Italia le esperienze in azienda, gli stages e tirocini in altre situazioni professionali, economiche, e sociali vengono accuratamente evitate perché bisogna “finire i programmi”. Che ben raramente insegnano a fare qualcosa; ma soprattutto non fanno capire che, dopo il diploma, occorrerà davvero lavorare, correre l’avventura della vita, imparare e fare cose completamente diverse, magari lontano da casa, e la mamma, i nonni, e l’amico assessore non potranno ormai esentarti da questa sfida.

Sono queste pigre, velleitarie sicurezze, produttive di tremende insicurezze, a nutrire l’infida psicologia della stagnazione.

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One Response to Psicologia della stagnazione

  1. Gabriele says:

    Molto interessante questo articolo, quasi a conferma di un mio pensiero. Penso pero’ che si stagni anche perchè siamo ad un punto dove scegliere dei cammini alternativi incontra dei muri altissimi. Resterebbe ancora una possibilità di uscirne, cioè quella di abbattere tali muri..mi sembra pero’ che quei pochi tentativi – sebbene a volte sbagliati o folkloristici -, non portino che a delle forti repressioni e alcune volte anche violente!
    Oggi ero in spiaggia e riflettevo, cosa fanno un capitano e i suoi marinai che devono affrontare un viaggio e sanno che c’è una tempesta in corso?Cosa fanno gli stessi animali allorché le condizioni climatiche possono mettere a rischio la loro incolumità?Aspettano che passi la tempesta..io credo che bisogna aspettare che questa tempesta psichica (e allo stesso tempo..) passi e mettersi al sicuro (non regredire..). Portare la nave nel pieno della tempesta significherebbe perdere anche tanti tesori che vi sono all’interno..e che servono per “ricostruire”.. alla mia età credo di aver viaggiato abbastanza nell’Occidente opulento (almeno molto più di mio padre che ha fatto la sua prima vacanza oltre i 50 anni e con me..) e ho notato che le logiche economiche sono figlie di un disegno comune (forse la Globalizzazione?) che per rafforzarsi indebolisce ovunque la piccola e media impresa, soprattutto artigiana. Mi viene in mente il mio secondo viaggio in Canada, Paese cosmopolita e naturalmente attraente. La maggior parte delle attivià economiche sono in forma di “catena” e in un ristorante (scelto perchè non a catena) sopra un lago isolato immerso nella natura, mi hanno servito pesce congelato che si compra al supermercato: i fish&crock di qualche anno fa per intenderci.
    Mi viene in mente ancora un altro episodio dove proponendo ad un noto costruttore d’auto – sono consulente – nascente di valorizzare l’origine asiatica del prodotto e il “mélange” dello stesso con le rispettive comunità locali dei dipendenti (quindi un riposizionamento addirittura Glocal), invece di spacciarlo per italiano..mi viene risposto che mirano a comunicare l’italianità del prodotto. Questo per dire che nonostante l’apertura dei mercati di questi ultimi anni (fine solo allo sfruttamento) siamo ancora chiusi…questo per dire che andare all’estero ed essere propositivi forse non ci fanno per forza uscire da questo pantano.
    Quali allora le direzioni dei giovani di oggi?Le seguenti:
    a) si iscrive ad oltranza a master che servono ad alimentare le casse delle università;
    b) entra nel mondo del lavoro che offre lavoro, cioè lo stesso che è in crisi, ma dove se ti “schiavizzi” uno stipendio a fine mese lo hai comunque;
    c) provi l’artigianato, ma l’artigiano mi sembra che non sia molto interessato ad insegnare e pagare uno stipendio tale da garantire una sorta d’autonomia al ragazzo (atteggiamento figlio anche di una svalorizzazione culturale dello stesso);
    d)ti dedichi all’agricoltura, l’unica economia reale vera in questa crisi. Come te lo compri il terreno?Come lo affitti?Come apri l’attività senza una base economica almeno sufficiente?E quanti e quali vincoli rendono i tuoi prodotti troppo cari rispetto al prezzo di mercato della grande distribuzione?
    A me sembra un po’ che il cane che si morde la coda, comunque la si metta. L’unico è andare avanti, rischiare secondo me (sfruttando se serve lo stesso sistema che sfrutta noi)..in un certo senso riciclare le ormai ceneri della vecchia economia in progetti di sviluppo GLOCALE. Semplice a dirlo..vero, ma uniamoci per provarci!
    Per quanto riguarda la famiglia: per favore ramificate interventi di educazione/informazione affinché si prenda consapevolezza della Grande Madre dilagante..
    E i ragazzi/e, per favore apritevi!Non rincorrete le false sicurezze!C’è in giro un’elevata energia, un tesoro immenso che puo’ aiutarci ad uscire dalla stagnazione..ma per il momento è diluito nella dimensione virtuale e in droghe varie.
    Io credo che bisogna iniziare da una “manovra” incisiva di rafforzamento della conoscenza. In giro c’è solo cultura del profitto demoniaco… speriamo bene..
    Saluti, Gab

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