Casa e figli “persi”: come la separazione può colpire l’identità maschile

(Intervista a Claudio Risé, di Viviana Daloiso, da “Avvenire”, 13 gennaio 2012, www.avvenire.it)

Il disagio psichico dei padri rimane ancora invisibile alla società

Padri disperati. E, tuttavia, invisibili. Non solo ai servizi sociali, ma alle comunità d’appartenenza, alle istituzioni, all’intera opinione pubblica. C’è una “leggerezza” diffusa, alla base di stragi come quella di Trapani: quella che non coglie, spiega lo psicoanalista Claudio Risé, «come il più delle volte la separazione pesi con violenza inaudita sui mariti e in particolare sui padri».

Cosa intende dire? Che gli uomini sono più fragili delle donne? Che soffrono di più?
Non mi riferisco a fragilità e sofferenza, ma al tipo di perdita che la separazione comporta per gli uomini. Questi ultimi nell’80% e forse più dei casi oltre a “perdere” la moglie, lasciano anche figli e casa.
Si tratta di un trauma affettivo fortissimo, che comporta una perdita contestuale di identità: non a caso lo step successivo è quasi sempre anche la perdita di lavoro e il progressivo impoverimento.

Sta dicendo che il fattore economico, dal suo punto di vista, non è prioritario?
Esatto. E’ anzi un sintomo del malessere, qualcosa che subentra in seguito a una situazione di disagio. L’uomo che ha compiuto la strage di ieri a Trapani non è stato spinto dalla disoccupazione, o dalla povertà, ma da un disturbo psichiatrico sviluppatosi in seguito a un trauma affettivo.

Una donna avrebbe reagito nello stesso modo?
Intanto, va detto che nessun altro avrebbe agito nel modo in cui ha agito quell’uomo. Ogni persona è un universo a parte, con le sue caratteristiche, le sue emozioni.
Certo è che la mentalità contemporanea che tende a “ugualizzare” i sessi porta anche a commettere l’errore che uomini e donne siano uguali dal punto di vista psichico. Niente di più falso.
Ai traumi, per esempio, è più facile che gli uomini reagiscano con la violenza. Come avrebbe reagito quest’uomo. Di quale entità, quel trauma e questa reazione, avrebbe dovuto stabilire un esperto, inserendo il padre di Trapani in un percorso di cura appropriato.

Ma ecco l’“invisibilità” di cui parlavamo; sembra che, nonostante fossero suonati tutti i campanelli d’allarme, nessuno si sia accorto della disperazione di quest’uomo…
Purtroppo quello dei servizi sociali è un ambito problematico.

A che problemi si riferisce?
A una visione ancora troppo ideologica delle situazioni familiari. Nel caso del padre separato, per esempio, si tende sempre a interpretare il suo comportamento come “dolo” invece che come il possibile segnale di un malessere psichico. A questo si aggiunge un’eccessiva burocratizzazione: si prendono in esame fascicoli e casi, non persone. Infine la legge italiana…

Qui cosa c’è che non funziona?
I padri sono svantaggiati, l’affido condiviso resta lettera morta. Serve una svolta, e al più presto.

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2 Responses to Casa e figli “persi”: come la separazione può colpire l’identità maschile

  1. Cesare says:

    Da tre decenni, in merito alla invisibilità e disperazione dei padri, da credente posso testimoniare, relativamente al mio campo di osservazione personale, quanto segue: di tutta la paternità spirituale che viene formalmente dichiarata fra i laici e i religiosi e che è sostanza stessa della fede cristiano cattolica (Il Padre nostro è la preghiera istituita da Gesù Cristo), non compare, nè nell’impegno culturale, nè in quello politico, nè nella predicazione, nè nella cura pastorale, se non eccezionalmente, considerazione nè attenzione alcuna ai padri concreti. Come se il ruolo paterno, la sua importanza costitutiva nell’ambito della famiglia, della formazione dei giovani e nella società, l’impegno che comporta, spesso l’enorme carico di sofferenza connesso, non esistesse e l’unica disponibilità fosse per parlarne in cronaca nera, e archiviarlo, con sudditanza acritica alla ideologia prevalente, alla voce “fragilità”. Una contraddizione sostanziale, gravissima soprattutto se chi la commette dichiara al tempo stesso di credere nel Dio che è Padre nostro, e che già Peguy, nel suo straordinario scritto dal titolo: “Il padre di famiglia: il vero avventuriero”, aveva individuato e denunciato: “C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moder­no: é il padre di famiglia (..) Tutto nel mondo moderno, e so­prattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente, contro il temerario: il padre di famiglia” (…) “Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui.” (..) “Così tutti lo disprezzano;(…) . Più di tutti gli altri, lo disprezzano i preti. Perché hanno questo (di bello), quando si accaniscono su qualcuno, ci si riaccaniscono di preferenza. Prefe­renzialmente. E quello che chiamano la carità”:
    Ancora oggi nulla è cambiato (se non forse in peggio). C’è qualcosa di inquietante e misterioso in questa universale indifferenza, ostilità e pefino odio per il padre; un sentire antipaterno che deriva evidentemente da un male le cui radici sono assai più profonde di quanto non si pensi e sono sconosciute.

  2. Paolo says:

    Uroboros: il serpente che si morde la coda.
    Tutta l’organizzazione politica, sociale ed economica odierna è costruita su presupposti antipaterni, contrari ai principi radicali della libertà e della responsabilità.
    Ci possono essere squarci di “visibilità” (una legge sull’affido condiviso, che poi rimane sulla carta, un richiamo astratto alla paternità, che non ri-conosce i padri in carne ed ossa), ma il sistema politico e sociale ed economico grandematerno rigenera eternamente la rimozione dei principi paterni della libertà e della responsabilità. Non credo sia riformabile, anche della libertà le generazioni future rischiano di non avere alcuna nozione.

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