Quando l’Autorità diventa inaffidabile

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 23 gennaio 2012, www.ilmattino.it

Si dice che il naufragio della Concordia sia la perfetta metafora della fine del principio di autorità. Che non esisterebbe praticamente più: da qui gli errori del Capitano, della Compagnia, degli organismi di soccorso etc.
E’ davvero così? La nostra società ha dunque liquidato ogni autorità? E’ meglio chiarirlo, perché l’uso impreciso delle parole ispira spesso comportamenti disastrosi. In questa storia le autorità c’erano, ma sembra abbiano, ognuna a suo modo, fatto gravi errori.
La questione è rilevante, non solo per le vittime, ma perché in effetti ha a che fare con come si sia modificato il principio d’autorità, con conseguenze devastanti sulla psicologia e la vita delle persone.
L’autorità ha in sé due anime diverse: la responsabilità verso sé stessi e gli altri, che ci si impegna a proteggere, e il potere, che consegue da questa assunzione di responsabilità.
Fin dall’alba dell’umanità, gruppi di uomini impauriti dai predatori e dalla natura riconobbero l’autorità di quei capi che si dimostravano capaci di fronteggiarli, e di addestrare gli altri a farlo. Da questo punto di vista l’autorità deriva dalla capacità di educare le proprie pulsioni, impaurite e distruttive, garantendo così la protezione agli altri.
Se non sei capace di concentrazione e autodisciplina, non controlli nulla né dentro né fuori di te, e non puoi essere un buon capo. Non hai autorità perché non sei in grado di assumertene la responsabilità, neppure verso te stesso.
Autorità, nelle lingue classiche, è legata all’autore, a chi fa crescere qualcosa, ai fondatori di comunità, verso le quali si assumono responsabilità di educazione, e difesa.
Anche il capitano di una nave, d’altra parte, nel momento in cui assume il comando, fonda una comunità: quella di tutti coloro che saranno, a diverso titolo, su quella nave.
Cosa è accaduto nella modernità occidentale, in modo sempre più veloce dopo le tragedie dei grandi campi di concentramento nazisti e comunisti, dove il “principio di autorità”, fu invocato dai carnefici per limitare ai capi le proprie responsabilità sull’accaduto?
L’autorità è stata vista sempre di più esclusivamente come un attributo del potere. Si sono teorizzati così cose come l’”educazione antiautoritaria”, come se si potesse educare senza insegnare all’altro ad assumersi la responsabilità di disciplinare quelle spinte personali che tenderebbero a sopraffare l’altro, o a distruggersi.
In questo processo l’autorità è stata progressivamente svuotata del suo aspetto fondante: quello educativo, di formazione e protezione nei confronti dell’altro. E’ rimasta però, l’autorità, ed anzi ha continuato ad aumentare, nel suo aspetto di potere verso gli altri.
Non solo, infatti, ha continuato a crescere l’estensione e l’autorità delle burocrazie, nelle quali già all’inizio del secolo scorso Max Weber vedeva il grande pericolo per le democrazie. Ma le tradizionali figure educative: i Maestri, i Capitani, i Saggi, coloro la cui autorità derivava dalla capacità di insegnare, far crescere, e proteggere gli altri, sono diventati dei burocrati. Persone che arrivano pressoché automaticamente, per anzianità o regolamenti impersonali, alle posizioni di autorità, e che spesso non sono in grado di proteggere neppure sé stessi dalle spinte distruttive elementari che la vita non risparmia a nessuno, soprattutto se ha una posizione di visibilità o privilegio.
Non è che l’autorità manchi: si è moltiplicata come una metastasi, e, quando non è apertamente aggressiva, è egoista e indisciplinata. Quindi non fonda comunità, ma, per vanità o brama, rischia di distruggerle.

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4 Responses to Quando l’Autorità diventa inaffidabile

  1. Anarch says:

    stupendo e illuminante articolo! che accende veramente la luce sul dramma di oggi!
    Se dopo i campi di concentramento è difficile “pensare Dio”, figuriamoci il padre.
    abbiamo di fronte lo spettacolo della catastrofe, e non si vedono capitani.
    per questo – da tempo – io sono per l’ammutinamento (come l’equipaggio sulla Concordia).

    ps: leggendo la chiusa mi sono tornate in mente queste parole di Geminello Alvi sulla repubblica delle rendite:

    “per meriti sindacali o arbitrari, che sarebbe poi lo stesso, si crearono per giunta nuove fasce dirigenti. Così chi lavorava sul serio, oltre a guadagnare meno si trovò pure intorno la schiera di incravattati promossi dirigenti senza merito. Il dislivello aumentò anche dentro le imprese. E dilagarono non solo cognomi raddoppiati, fazzoletti sbuffanti e sopracciglia pettinate dei nuovi capitalisti. Venne pure il fastidio di vedersi girare intorno, con più soldi in tasca, a comandare, il collega più stolido”

    siamo circondati!

  2. marta says:

    …allora sta a tutti noi individui, che siamo comunità, non permettere di essere distrutti. credo anche che ci siano i primi importanti segni per un cambio di rotta, per esempio il governo Monti, per il momento, lo vedo come un inversione del processo di “autorità distruttiva”..
    meglio sempre non “arrendersi” e non smettere di pensare al “Padre come visione che trasforma le pulsioni” (Risè).
    grazie, Marta

  3. Federico says:

    nella parte finale dell’articolo, dott. Risè, lei evidenzia un aspetto della trasmissione dell’autorità (“Persone che arrivano pressoché automaticamente, per anzianità o regolamenti impersonali, alle posizioni di autorità”) che non ho riscontrato frequentemente. Anzi, dietro la nomina mi sembra che nella gran parte dei casi avvenga evidentemente una cooptazione, una selezione. E questo passaggio, prendendo spunto proprio dal capitano della nave Concordia, forse è un altro punto cruciale. La propagazione (“la metastasi”), l’errata selezione (utile e necessaria) da parte di una gerarchia già malata. Come si può fare di Schettino un comandante, chi deve essere colui che l’ha selezionato all’interno di un gruppo di potenziali candidati? Mi sembra pure di aver intuito che la nave Concordia era l’ “ammiraglia”, quindi Schettino era considerato un comandante idoneo al posto di maggior responsabilità. Se a Schettino “l’inchino” fosse sempre riuscito, sarebbe stato lui il futuro selezionatore?

    Grazie
    Federico

  4. piero says:

    Per me si potrebbe creare un neologismo. “Schettino” sono tutti quelli che non rispettano le regole e perciò fanno disastri. Mi sembra la buona metafora dei tempi moderni, senza regole o peggio, credere di essere furbi per il fatto di eludere le regole. Purtroppo cresciamo in una società che esalta quelli che sembrano i più furbi. I veri eroi sono quelli che rispettano e fanno rispettare i limiti. Ecco l’atavico problema di chi crede che la felicità è andare oltre i limiti. Torniamo alla consapevolezza dell’importanza delle regole.

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