Tra i giovani e gli adulti deve tornare il dialogo

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 30 gennaio 2012, www.ilmattino.it

Difficili da raggiungere. Così appaiono agli adulti gli adolescenti di oggi. Chiusi nel «mondo dei pari» di età, ormai diventato sempre più un filtro difficile da superare per chi deve comunicare con loro, magari per proteggerli, educarli, o trasmettere informazioni indispensabili alla vita. I genitori, gli insegnanti impegnati, gli altri adulti che si trovano a comunicare con loro raccontano la stessa impressione, a volte dolorosa. I ragazzi comunicano quasi soltanto coi coetanei.
Vivono in una “città dei ragazzi”. I muri di questa fortezza che li ha resi a lungo “invisibili”, come li definì il sociologo Ilvo Diamanti, non li hanno però costruiti i ragazzi. Bensì i loro padri, delusi dal naufragio delle speranze di cambiamento degli anni 70, sconcertati dalla “fine delle ideologie” dopo la deflagrazione dell’Unione Sovietica, inquietati dalla globalizzazione.
La rete, il mondo dei balocchi del consumo adolescenziale, più di recente Facebook con la sua ossessione mitologica degli “amici”, sono così diventate le onnipresenti babysitter dei figli, che li prendono per mano alla fine dell’infanzia e non li lasciano più per tutta l’adolescenza. Età che d’altra parte, anche per questa assenza di comunicazione significativa, intima, col mondo adulto (che trasmette loro ormai poco), tende a non finire mai, estendendosi ben oltre i vent’anni e rinviando il più possibile le esperienze da “grandi”: il lavoro, la famiglia. O accettandole se proprio si deve, con uno stile, appunto, infantile: come giochi poco interessanti (e che infatti finiscono spesso male), piuttosto che come sfide di vita.
Negli ultimi decenni è andata così. Adesso però (finalmente) qualcosa comincia a non funzionare più in questa grande trappola, che permetteva ai “grandi” di “divertirsi” con gli ultimi brandelli della prosperità, e ai ragazzi di sognare di essere circondati dall’affetto di torme di “amici” (mentre erano sempre più soli), e di avere ricette infallibili su un mondo di cui non conoscevano nulla.
Ora i soldi sono finiti, e ognuno deve prendersi le proprie responsabilità.
I ragazzi (come sempre accade, a cominciare dalle fiabe), sono stati i primi, per certi versi, a svelare la nudità del re. Il loro impegno forte (già da anni) nel mondo del volontariato, il loro accorrere prontamente quando la terra tremava o i fiumi esondavano travolgendo le varie zone del paese, hanno nel tempo smentito la loro “invisibilità”, qualificando la loro presenza come quella di una risorsa umana realista e pronta anche a sacrifici per limitare i danni di una cattiva gestione di un territorio che avevano sempre più a cuore.
Tra gli adulti, d’altra parte, si sta finalmente prendendo atto che un paese dove non si trasmettono le tecniche e i saperi vivi, del mondo di oggi e domani, è destinato a perire. Questa consapevolezza spinge i “grandi” a riaprire un confronto vero e costruttivo coi giovani, sulle realtà produttive e sugli stili di vita positivi.
Non si può più continuare con le semplificazioni del “mi piace”, o dei linciaggi mediatici che si sostituiscono al riconoscimento attento della realtà: ormai lo riconosciamo tutti. Occorre educare ( e rieducarci) a i individuare problemi, a nominarli in modo esatto (e non con parole ad effetto: i “bamboccioni” di ieri, o gli “sfigati” di oggi). Trasmettere il sapere in una lingua che i tre quarti della popolazione conosce ormai male ci impegna a parlarla bene, senza nasconderci dietro scorciatoie adolescenti.
Abbattiamo in fretta i muri dietro ai quali abbiamo segregato i nostri ragazzi. Occorre lavorare insieme.

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