La tentazione di chiudersi

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 5 marzo 2012, www.ilmattino.it

“Sei venuto a sparare?… Voglio vederti sparare”. Il monologo del militante No Tav sporto sullo scudo del carabiniere silenzioso non è solo provocazione. Più simile invece a quel particolare rovesciare la colpa e il male sull’altro, trasformandolo in nemico (potenzialmente assassino), che sta dietro alle tragedie storiche dell’ultimo secolo, l’ultima delle quali fu la stagione degli anni di piombo. Accade anche in drammi privati, raccontati al terapeuta di solito dopo che sono accaduti.
Gradualmente l’altro diventa un individuo pericoloso, che qualunque cosa dica, o faccia, ti vuole far fuori. Mentre le persone attorno a lui, quelli che condividono la sua posizione sono partecipi del “complotto”.
La prima caratteristica di queste costruzioni immaginarie, personali o collettive che siano, è che alla loro origine non c’è (nella stragrande maggioranza dei casi), nessuna specifica patologia. Sono invece presenti due caratteristiche che, insieme, possono generare problemi: un forte senso critico, e l’insicurezza.
Come osservava Freud non sono i pochi soggetti “profondamente disturbati” a preoccupare, quanto l’uso di modalità paranoidi in soggetti “più o meno normali”.
L’origine di questo comportamento è naturale. Lo psicologo analista junghiano Luigi Zoja (Paranoia. La follia che fa la storia), fa il caso del capriolo che vede un’ombra e fugge nel folto del bosco: di solito è un ramo, ma se è il cacciatore ne va della vita.
Tappe specifiche segnano però il passaggio da una grande prudenza ad un disturbo personale o di gruppo. Una di queste è la spinta a “separarsi”, dividersi, dall’altro, o da collettività più ampie. Non a caso la situazione dove più spesso si manifestano questi comportamenti è quella del diritto familiare, col suo tipico fenomeno della separazione-divorzio. Molti di essi sono del tutto giustificati, ma molti altri rivelano invece questa chiusura e sospettosità verso l’altro, che tende poi spesso a riprodursi in esperienze successive.
Non ci si riesce a fidare dell’altro. Si avvia così un processo di “separazione”, il cui esito è appunto, di solito, la rottura matrimoniale.
Anche nelle manifestazioni collettive di questi disturbi è generalmente presente una tendenza a rinchiudersi, a separarsi dal resto del mondo (claustrofilia).
Le grandi costruzioni paranoidi del secolo scorso si affermarono inizialmente accentuando la separazione tra i vari paesi caduti nella dittatura (Unione Sovietica, Italia, Germania, Spagna) dall’Europa e dal mondo.
E’ la stessa spinta a chiudersi che asseconda le insicurezze della personalità disturbata (individuale o collettiva), esaltandone (come già accaduto nei nazionalismi) le personali virtù, contrapposte ai rischi e ai “vizi” di un’ampia apertura all’esterno.
Si esprime qui anche la preferenza per ciò che è conosciuto e famigliare rispetto all’ignoto che mette a rischio un equilibrio sentito come fragile.
Il 90% delle centinaia di guerre combattute (senza che noi ce ne accorgessimo troppo, ma con migliaia di morti), negli ultimi 50 anni, riproduce (a volte con qualche ragione), questo stesso schema.
Ecco perché la Tav, il treno veloce che raggiunge una regione con una sua cultura, finora pessimamente collegata col resto d’Europa, è un perfetto “nemico” di queste potenti costruzioni psicologiche, simboliche e affettive. Il loro potenziale esplosivo è stato a lungo sottovalutato dai politici che trattarono la questione, digiuni dell’esistenza dell’inconscio collettivo.
La psiche invece c’è, ed ha categorie sue proprie, spesso in bilico tra equilibrio e patologia. Meglio tenerle d’occhio.

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One Response to La tentazione di chiudersi

  1. claudia says:

    “Non ci si riesce a fidare dell’altro”.
    Ma perchè è così, come avviene che una persona non sia (o non sia più) capace di fidarsi dell’altro? Cos’è che causa questa “sfiducia cronica” con cui si guardano gli altri?
    c

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