Congedi di paternità oggi e domani

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 26 marzo 2012, www.ilmattino.it

I tre giorni di paternità obbligatoria stabiliti da Elsa Fornero nella riforma del lavoro sono importanti. Non solo perché quei tre giorni alleviano la fatica di tante mamme e consentono ai papà di sbrigare le pratiche e impegni familiari del dopo la nascita. Non solo perché fanno risaltare di più la distanza rispetto ai 15 giorni votati dal parlamento Europeo, e dai tempi ben più lunghi di molti paesi. Ma perché mettono i due genitori, insieme, di fronte all’altro: il bambino.
Un momento importante, che era finora impossibile per l’obbligata presenza della madre e per l’effettiva assenza del padre, spesso impegnato nel lavoro. Un’assenza che non lasciava spazio ai genitori per chiedersi, insieme: cosa serve davvero al nostro bambino, chi sarà meglio che stia con lui? Una domanda fondamentale, sia per la famiglia che per la società, la cui salute dipenderà domani anche dal benessere fisico e psicologico dei bambini che oggi nascono.
Questa riflessione, però, non si fa quando si ragiona sulla questione solo in funzione del mercato del lavoro: chi ha il lavoro meglio remunerato si dedica a quello; l’altro, che nella maggioranza dei casi in Italia è ancora la donna, sta a casa.
L’interesse dal bambino, inoltre, viene eluso anche quando si ragiona su “chi sta con lui” esclusivamente nella visione delle “pari opportunità”, giustamente preoccupata di non discriminare uno dei genitori; ma che, anch’essa, non mette il bambino al centro.
Sarebbe più giusto chiedersi: qual è l’interesse del bambino? La risposta non è automaticamente quella dei secoli passati: stare con la madre.
Occorre ricordare che nella società di oggi entrambi i genitori sono interessati a lavorare, e in qualche paese le donne cominciano a trovare più facilmente degli uomini lavoro, e anche meglio remunerato. Inoltre, nell’attuale società, i giochi sono continuamente aperti: può anche darsi che quando nasce il bimbo alla madre si offra una posizione significativa (tutti ricordano Rachida Dati, ministro di Sarkozy, che sbrigava affari di Stato col bimbo nella tracolla), e il padre sia invece in una fase di riconversione lavorativa, studio, o stia preparando una laurea.
Una madre imbronciata, che si occupa del bambino sognando la scrivania, fa male a tutti: a se stessa, al bambino (è ormai dimostrato il rapporto tra ambivalenza materna e molti disturbi, tra cui l’obesità infantile), al compagno, e alla società.
Fatto salvo il periodo dell’accoglimento materno, fisico e affettivo (che può diventare anche piuttosto breve quando tutti ne sono convinti), l’interesse del bambino è oggi quello di stare col genitore più motivato ad occuparsi di lui. Per questo sarebbe giusto che lo Stato accompagni la società e la coppia ad assumersi la responsabilità di decidere chi starà con il bambino.
L’Inghilterra ha già intrapreso questa strada col progetto del governo Cameron che sia la coppia ad indicare chi sarà il genitore “di riferimento”, utilizzando indifferentemente licenze di maternità o paternità con retribuzione al 90 per cento nelle prime sei settimane, poi a scalare fino al decimo mese.
Lo sviluppo dei giorni di paternità obbligatoria (che per ora in Italia sono solo questi preziosi tre), può in prospettiva aiutare le coppie ad entrare responsabilmente nell’attuale dinamica sociale, e decidere chi dei due dovrà essere il genitore di riferimento della prima infanzia del bambino, con maggiori soddisfazioni per tutti.
Si tratta di una decisone condivisa che può far crescere anche una vera, profonda intesa della coppia, rispettando la personalità e la vocazione di ognuno dei due.

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