La crisi e il rischio “depressione di massa”

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 7 maggio 2012, www.ilmattino.it

I suicidi delle persone rovinate dalla crisi, diversi tra loro, hanno in comune un elemento: la convinzione che “non farcela” sia una colpa, una lesione della dignità personale, come ha scritto Paganelli. Un’idea comprensibile, ma sbagliata, che genera gesti rinunciatari e autodistruttivi. È necessario che autorità e media la smentiscano con chiarezza.
Nell’economia di mercato affrontare il rischio d’impresa è una virtù, di cui lo Stato riconosce la dignità profonda, comunque vada.
Lavoratori ed imprenditori sono i veri eroi della Repubblica “fondata sul lavoro”, come dice la Costituzione. La loro qualità sociale non è condizionata all’esito positivo dei bilanci, ma deriva dall’aver scelto l’attività sulla quale si fonda il funzionamento di gran parte della società moderna: il lavoro in azienda, piccola o grande, con le sue fatiche e i suoi pericoli. Sia il rischio di un’impresa, anche piccola, sia quello che si assume il prestatore d’opera.
Anche chi cerca una lavoro, senza trovarlo, è un dignitoso lavoratore, anche se al momento sfortunato.
Questi aspetti però, che sono ovvii in società più dinamiche (non solo quelle anglosassoni, dove fanno parte dell’epica e dei miti nazionali, ma anche nei paesi emergenti), vengono molto meno sottolineati nella nostra attuale cultura. Il conflitto (forte già subito dopo la Liberazione) tra le culture favorevoli all’economia di mercato e quelle che preferivano un’economia controllata dallo Stato, non ha consentito che l’assunzione del rischio d’impresa venisse valutato anche nei suoi aspetti eroici: l’imprenditore era bravo solo se vinceva, riusciva. Allo scacco non veniva riconosciuta nessuna qualità: neppure l’impegno, neppure l’intuizione (magari geniale, e poi valorizzata da un altro).
Questa visione indifferente verso la funzione sociale dell’impresa, che per essere positiva doveva per forza avere successo, ne ha tra l’altro indebolito la vitalità, spingendola spesso a rifugiarsi tra le mille braccia dello Stato, alla ricerca di improbabili sicurezze. Ha indebolito però anche il lavoratore, che ha faticato più che in altri paesi, anche nei periodi favorevoli, a partecipare personalmente al successo ma anche al rischio dell’impresa, rimanendo intrappolato nella ricerca di una sicurezza impossibile, che toglieva forza a entrambi, imprenditore e lavoratore.
Dagli anni 80 in poi, inoltre, l’intrinseca dignità del lavoro è stata del tutto soverchiata dal mito del successo e dell’arricchimento non stop, che ha finito con l’intossicare la vita non solo degli italiani, ma di buona parte del mondo occidentale. Basato su una sciocchezza economica (la fine delle fasi recessive e l’ormai raggiunta possibilità di sviluppo continuo), il mito del successo garantito dal denaro ha un posto centrale nella gran parte delle nevrosi contemporanee.
Nelle fasi di crisi, dopo periodi di ricchezza prolungata artificialmente (attraverso lo sviluppo del debito), la comparsa improvvisa dell’insuccesso e della povertà assume un aspetto catastrofico, che toglie ogni capacità di orientamento, e cancella ogni autostima.
La mancanza di una cultura francamente positiva verso l’imprenditorialità e i suoi connaturati rischi, e la visione della vita deformata dal mito del successo e dell’arricchimento infinito, amplificano le difficoltà implicite nella crisi e impediscono alle persone di reagirvi con un atteggiamento psicologico costruttivo.
Su questi piani è indispensabile un accurato lavoro, forse poco “tecnico”, ma di comunicazione e trasmissione culturale, per evitare una “depressione di massa”, con esiti non prevedibili.

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17 Responses to La crisi e il rischio “depressione di massa”

  1. f.barzagli says:

    ..Ci comportiamo come la moglie che dopo anni di successo lavorativo del marito (anni che hanno posto importanti pietre nel percorso della famiglia) al primo incedere di un momento di crisi immediatamente lo lascia per un uomo più ricco (non prima di averlo ovviamente riempito di offese ed umiliato). Non sappiamo più far tesoro di ciò che abbiamo per rincorrere illusioni da film.

    Dobbiamo ritrovare il senso più sano della nostra Società civile, come ad esempio preoccuparci un po’ di meno dell’aumento della benzina e un po’ di più dell’aumento delle dissoluzioni famigliari (divorzi).

    F.Barzagli
    http://www.paternita.info

  2. dottorantonioromano says:

    Gentile Professor Risè,
    voglio davvero complimentarmi con il suo bell’articolo. Si vede la sua preparazione anche in campo economico, vista la notevole proprietà di linguaggio. La seguo sempre con immenso piacere su “il Mattino”. Visto che si parla di spirito imprenditoriale e di tenuta psichica dell’imprenditore, ovvero di una figura sottoposta a stress incredibili quasi sempre vissuti nella più profonda solitudine, penso che il gesto eroico da un punto di vista intellettuale l’abbia compiuto lei ricordando la valenza dell’imprenditore anche in una società come quella italiana che, da sempre intrisa di cultura cattocomunista becera, disprezza l’impresa e l’imprenditore.
    Non sono meno eroici gli imprenditori che falliscono rispetto a quelli che hanno successo, cosi come negli sport estremi quando muore uno sportivo non si pensa che non fosse all’altezza del compito. Bravo Professor Risè!!! Ho sempre avuto una stima incondizionata per il suo lavoro e per il modo in cui lo presenta. Non me ne vorrà se nei giorni precedenti ho preso il suo articolo dalla rassegna stampa della Camera dei Deputati ( non c’era ancora sul suo blog…) e l’ho fatto girare via email e via facebook presso i miei amici.
    Grazie ancora e buon lavoro
    Antonio Romano
    Ariano Irpino (AV)

  3. Paolo says:

    Grazie per questa bellissima riflessione che ci richiama al dovere di un’impresa quasi impossibile, in Italia, cioè al dovere di contribuire a diffondere una cultura positivamente favorevole all’intrapresa e al lavoro, nella sua reale dignità al di fuori delle retoriche costituzionali ed ideologiche.
    Vedo il dramma di chi si sente sconfitto, di chi deve scegliere se pagare i fornitori o i dipendenti, che spesso sono amici a loro volta in difficoltà, o le cartelle esattoriali di uno Stato che letteralmente non “guarda in faccia nessuno”, mentre su tutti i media nazionali chi fa impresa viene indicato come parassita ed evasore, dalla propaganda goebbelsiana dei veri parassiti che vivono alle spalle del lavoro altrui.
    E’ l’idea stessa di onore, nella mancanza di lucidità, che può diventare autodistruttiva
    Indispensabile – e titanico – anche il lavoro culturale/economico di destrutturazione dell’immaginario del successo continuo, del progresso economico ininterrotto.
    Come spiega molto bene tra gli altri Geminello Alvi, il problema non è la Crescita – cui contrapporre, aggiungo io, un’ideologia rachitica di Decrescita altrettanto mistificante e falsificante -, ma tutto l’immaginario che siamo stati educati ad associare abitualmente alla crescita obbligata (anche in termini di pretese di diritti sociali/politici), e che oggi si scontra con la realtà dell’impoverimento materiale, che segue quello spirituale.
    Questo immaginario è stato sostenuto da politiche economiche ben precise, ed ancora oggi non si vedono cambiamenti, basate sulla svendita della libertà per trenta denari, il furto legalizzato con la tassazione da rapina, il controllo sociale, la spesa pubblica e l’inflazione.
    Tutto questo lavoro culturale – se mai troverà respiro in questo paese di morti viventi che si chiama Italia – è di lungo periodo.
    Ma c’è una cosa che si potrebbe fare subito per arginare la “depressione di massa”: dare voce alla disperazione di imprenditori e lavoratori, cosa che a nessuno (tranne l’enclave di Oscar Giannino su Radio24, e le iniziative delle associazioni di categoria che nascono in ordine sparso nel paese) sembra interessare.
    Grida vendetta che il capo di questo Stato ladro Sig. Napolitano mandi corone di fiori alle esequie di giovani sportivi, e non alle vittime crescenti di questa crisi.
    Grida vendetta che chi rappresenta le istituzioni che non pagano i debiti verso i propri cittadini oggi non si senta in dovere di intervenire simbolicamente e concretamente per allentare la morsa.
    Grida vendetta che i vertici di questo Stato ladro che si chiama Italia non abbiano speso una parola di solidarietà nell’occasione del corteo dei famigliari delle vittime che si è tenuto venerdì scorso a Bologna.
    Grida vendetta che il primo ministro Sig. Mario Monti nel pieno dell’emergenza riduca il dramma a polemica politica, con battute ciniche in una conferenza stampa.
    Che Dio li perdoni.

  4. Pippo says:

    Anch’io considero questo articolo veramente centratissimo e che tocchi un punto nodale: in Italia chi osa viene, letteralmente, deriso da chi NON osa. Lo dico perché mi sono formato in Francia e al mio arrivo in Italia, a 12 anni, mi sono scontrato con una cultura Verghiana da Malavoglia e della cultura dello scoglio: se ti allontani, muori.
    Ho avuto moltissime esperienze dirette di questo atteggiamento vigliacco, ma davvero il paragrafo che riconosco di più è quello che dice: “tra le culture (…) che preferivano un’economia controllata dallo Stato (…) l’imprenditore era bravo solo se vinceva, riusciva”, che ho visto con i miei occhi durante gli anni “comunistoidi” del liceo in cui un gregge di pecore da fattoria degli animali faceva solo scelte collettive per non scegliere niente e i cui discorsi politici erano geometriche trasparenti ampolle di vetro, vuote: nessun concetto espresso, solo forma. Lunghi, lunghissimi dibatti “collettivi” in cui alcune parole chiave venivano ripetute come dei mantra svuotati di qualsivoglia significato residuo, pura forma.
    In quel contesto, letteralmente, chi osava dire un’idea non convenzionale, non trita e ritrita, veniva ostracizzato, perché toglieva, con la sua idea, la sicurezza, apparente, degli arzigogolatissimi (s)ragionamenti del gruppo.
    In quel contesto, l’iniziativa individuale, *con tutti i rischi che, soprattutto in quel gruppo, effettivamente comportava*, veniva vista come insubordinazione, più che come spinta e stimolo ad innovare: chiunque incrinasse quell’equilibrio inerte, fermo, veniva additato come la vera minaccia.
    E proprio quei capi branco ripetevano le loro maledizioni “woodoo”, le loro previsioni da cassandra, a coloro che si distinguevano, si davano un colore, una posizione, distinguibile e si muovevano con slancio, intuizione (che è davvero, solo il germoglio della crescita, ma non può essere stroncata subito, altrimenti non ha il tempo di attecchire, nè tantomeno di svilupparsi).
    O sei come noi, uguale, o te ne vai e *morirai*.
    E’ vero che chi investe su se stesso rischia, ma assolutamente, assolutamente, gli vanno riconosciuti gli onori delle armi, assolutamente e va accolto, se le cose vanno male, con gli onori del ferito in guerra, non deriso dai fifoni che si sono nascosti nelle cantine.
    Ho sempre trovato quell’orda di vigliacchi, assolutamente spregevole.
    “Allo scacco non veniva riconosciuta nessuna qualità: neppure l’impegno, neppure l’intuizione (magari geniale, e poi valorizzata da un altro)”. Mamma mia, che ribrezzo!

  5. Nathalie says:

    Riflessioni profonde alle quali non so rispondere ‘adeguatamente’, parola che uso non a caso talmente il discorso ‘imprenditrice di me stessa – ma con la paura di non farcela’ mi tocca.
    Qualche tempo fa ho subito un licenziamento e un rischio povertà che mi ha investito di una crisi profonda che, malgrado ce l’abbia fatta (praticamente), perdura ancor oggi.
    Come dire, se il lavoro lo hai ritrovato hai una paura FOLLE di riperderlo. Soprattutto se hai ancora davanti a te 35 anni di lavoro…e chi ci arriva,…? Appunto, pensieri negativi…

    Una recente ricerca svolta in non so che Paese europeo indagava sul fatto che se non avere il lavoro deprime, averlo sicuramente non aiuta a stare meglio oggi: a soffrirne sono gli uomini che sono pressatissimi dalle aziende per mantenere il lavoro, e a risentirne sono i figli piccoli…che diventano tristi.
    Insomma, se Atene piange, Sparta non ride……….

    A presto,

    Nathalie

  6. Luciano Dissegna says:

    Siete le persone giuste per interessarvi a questa richiesta
    Al PRESIDENTE del CONSIGLIO
    sen. Mario Monti
    ROMA
    Oggetto: richiesta di legge in favore del rischio d’impresa (e non solo)

    Gentile Presidente,
    in un paese, come il nostro, nel quale fare l’imprenditore è “un’impresa”, il grosso dell’evasione, anche se nessuno ha il coraggio di ammetterlo, serviva ad arrivare a fine mese e, in ogni caso, a far fronte al “rischio d’impresa”.
    Ragion per cui, milioni di piccoli e medi imprenditori, spaventati dagli enormi progressi del fisco dovuti all’informatica, stanno gettando la spugna con effetti devastanti per tutti, fisco compreso.
    Ciò potrebbe spiegare, tra l’altro, gran parte dell’attuale crisi.
    Neanche il cane, del resto, muove la coda per niente.
    Come se non bastasse, il numero e l’invasività dei controlli non fanno altro che aumentare i rischi di cui trattasi.
    Si deve tenere conto, inoltre, che tali soggetti sviluppano una quantità di lavoro (e di “non assenza” dal lavoro) semplicemente enorme; la qual cosa, considerato che, grazie al progresso tecnologico, ogni ora di lavoro vale sempre di più, si è rivelata vitale per l’economia italiana ed europea.
    Tornando al rischio è bene ricordare che l’insufficiente remunerazione dello stesso costituisce violazione del principio (“sostanziale”) di uguaglianza in base al quale gli uguali vanno trattati uguale e i diversi (in termini di rischio), in modo diverso.
    Se non c’è “pace”, non c’è nemmeno “economia” senza giustizia.
    Tutti difendono razze, lingue, religioni, salari e pensioni; nessuno il rischio.
    Le chiediamo di adoperarsi per tassare di meno chi rischia (di perdere tutto, di restare senza lavoro, di farsi male ecc.) e di più chi non corre alcun rischio.
    A tal scopo è sufficiente che i cittadini e le imprese vengano tassati in misura inversamente proporzionale alle uscite, dalle rispettive categorie, per motivi come il licenziamento, le dimissioni, la cessazioni di attività, il fallimento ecc.
    Tali uscite, causate da motivi diversi da quelli “naturali” (morte, pensione ecc.), sono rilevabili, con assoluta precisione, presso l’Inps e le Camere di Commercio.
    La capacità contributiva (art. 53 Cost.) verrebbe così (è il caso di dire “finalmente”) rapportata all’intera vita dei contribuenti, anni di vacche magre compresi.
    Questi gli innegabili effetti se tale (semplicissima) disposizione sarà attuata.
    La detassazione dei lavori a rischio (privati e “intermittenti”) comporterà l’aumento della domanda d’impresa e la riduzione del costo del lavoro.
    L’analoga detassazione dei lavori “umili” ridurrà l’immigrazione (determinata dallo scarso interesse dei connazionali per tali lavori).
    Le donne (soprattutto se precarie) saranno tassate meno degli uomini.
    La minor richiesta di posto fisso disincentiverà le raccomandazioni e i conseguenti favori, spesso illeciti, in cambio dell’impiego.
    Il forte aumento delle aliquote a carico delle pensioni d’oro penalizzerà perfino le raccomandazioni di “una volta”.
    Estesi alla pubblica amministrazione e alle cosiddette “società” pubbliche, tali principi favoriranno lavori e posti meno richiesti a spese di quelli più “gettonati”.
    Difficilmente continueremo ad assistere a casi di dirigenti, comodamente seduti al computer, retribuiti infinitamente di più dei “sottoposti” in prima linea.
    Non ci saranno più le scandalose differenze di reddito basate unicamente sulla maggior o minor “intelligenza” delle persone; è inaccettabile che, a parità di lavoro e studio, persone con lo stesso “quoziente” intellettivo registrino guadagni (al netto delle imposte) molto diversi tra loro.
    Non vi sarà più bisogno di imporre tetti alla retribuzione di gente che, per il potere che ha (e gli omaggi che è abituata a ricevere), andrebbe a lavorare anche gratis.
    I poteri forti non avranno più gente strapagata (e disposta a tutto) su cui contare.
    Nelle funzioni di comando vi sarà più spazio per coloro che intendono il potere come una missione.
    Nascerà una sorta di federalismo “orizzontale” tra tutti coloro, da Nord a Sud, che hanno voglia di lavorare, di impegnarsi e di rischiare.
    La sempre minore, a causa del continuo aumento della pressione fiscale, quota di reddito al netto delle imposte (cioè il necessario per vivere) sarà indirettamente determinata non tanto dai politici e dai loro sponsor quanto dai comportamenti lavorativi e dai reali bisogni dei cittadini e delle imprese; in omaggio, pertanto, agli stessi principi di democrazia e lavoro (art.1 Cost.).
    Sarà rivoluzione, ma liberale.
    Milano 15 agosto 2012 AVVOCATI FISCALI ref. l.dissegna@gmail.com

  7. Tyler Durden says:

    Gentile Avv. Dissegna una cosa è certa: non morirò depresso.
    Sono commosso da tanto impegno ma questo Paese di “capitalisti dalla sopraciglia pettinate” (Geminello Alvi) non potrà mai essere riformato da appelli a liquidatori fallimentari o politici delinquenti (ammesso che serva aggettivare).
    Io personalmente mi tengo le mani totalmente libere.
    In bocca al lupo.

    • Luciano Dissegna says:

      Grazie per la risposta e soprattutto per esser riuscito a cogliere l’impegno.
      Sostanzialmente non riponi nessuna fiducia nei destinatari dell’appello.
      Non hai tutti i torti.
      Anche nel 1862, però, molti schiavisti non avrebbero giurato che l’anno dopo sarebbe stata abolita la schiavitù.
      Tentar non nuoce.
      Non mi dispiacerebbe un commento nel merito della proposta.
      Grazie ancora.
      LD

      • Tyler Durden says:

        Caro Amico viviamo in un mondo dove ti fanno credere che Robin Hood rubasse ai ricchi per dare ai poveri, mentre si sa benissimo che rubava ad un governo rapace e criminale per restituire il frutto del proprio lavoro ai suoi legittimi proprietari.
        Viviamo in un paese dove fare impresa fino ad oggi era roba da eroi, da grandi avventurieri (come Peguy dice dei padri). Da oggi penso sia roba da scemi, in quanto non c’è alcuna ragione per continuare ad investire nel proprio paese (infatti dalle mie parti, quelli che non chiudono, se ne stanno largamente andando, chi può, in Carinzia, Slovenia, Serbia, etc.).
        Il fatto che la persona a cui lei rivolge questa lettera in questo momento si trova a passare le vacanze in Svizzera, suona come una beffa e l’ennesima presa per i fondelli di un popolo bue.
        La sua proposta mi trova in linea di principio totalmente d’accordo, inoltre da una vita dico “io non voglio il posto fisso (che esiste solo nei libri socialisti), voglio guadagnare di più”, come forma di rispetto per la proprietà del mio lavoro.
        I lavoratori dipendenti esclusi dalle mafie sindacali, discriminati per anzianità, sottopagati se non leccano i piedi ai “capitalisti dalle sopraciglia pettinate” (Geminello Alvi) non se la passano meglio.
        No, non c’è speranza (l’ha pure detto Monti stesso, per una generazione perduta, vds. commento all’ultimo post pubblicato su questo blog).
        Se vuole gliela porto io in Svizzera a Monti questa lettera, così poi resto lì, dopo averlo stretto forte!
        Grazie e cordiali saluti.

      • Luciano Dissegna says:

        Grazie a Lei, fossero tutti reattivi, pronti, brillanti, curiosi, costruttivi come Lei. E’ decisamente un buon inizio per la mia battaglia.

  8. Tyler Durden says:

    Gentile Avv. Dissegna, le racconto solo l’ultima saputa oggi per rendere l’idea di come lo “Stato italiano riconosce la dignità profonda del rischio d’impresa”.
    Un mio cliente/amico ha recentemente rilevato un bar con immensi sforzi personali ed un importante investimento. Ci sono volute settimane per passare da un ufficio all’altro per mettere in ordine tutte le licenze (avete presente quella puntata del cartone animato Asterix & Obelix dove li fanno andare su e giù da un ufficio all’altro per mettere un timbro, dando informazioni contraddittorie e contrastanti?; ecco, uguale).
    La prima settimana ha ricevuto la visita di: 1) Guardia di Finanza; 2) Carabinieri; 3) Vigili Urbani; 4) Vigili del Fuoco; 5) Ispettore della Siae. Mancavano solo i reparti speciali col passamontagna.
    I vigili urbani si presentano alle 19.00 (chi glieli paga gli straordinari?) e vogliono fargli una mega sanzione perché le carte per il plateatico non erano tutte a posto. L’amico gli fa presente che aveva presentato domanda (gliela fa vedere, timbrata dall’uff. comunale, che gli aveva detto che doveva aspettare solo che gli arrivassero a casa tutte le carte). Ne nasce un contenzioso, solo dietro minaccia di chiamare i Carabinieri, i vigili non levano la multa. La mattina dopo si rivolge in Comune (l’amico) e gli dicono che i Vigili non avevano capito cosa dovevano fare, dovevano solo prendere delle misure.
    I Carabinieri gli contestano che su una licenza il nome non corrisponde (l’impiegata dell’ufficio ha messo una “A” finale, anziché una “O”, ed il mio amico è inequivocabilmente maschio). Deve rifare tutte le carte.
    Un tardo pomeriggio arriva un uomo distinto. Si siede nel bar. Ordina da bere. Sta lì un’ora. Poi improvvisamente si alza e tira fuori un tesserino della SIAE. Chiede di visionare alcune licenze. Il mio amico tira fuori il pacco di documenti, è tranquillo perché sa di essere a posto, ma mentre cerca la carta giusta, gli viene detto di non preoccuparsi, ché anche se non è a posto con le carte ci si mette d’accordo.

    Poi dici, perché in Italia non nasce un Steve Jobs.
    Ha ragione Mario Monti. Siamo in guerra. E, per quanto mi riguarda, certamente lui è tra i miei nemici.

    • Luciano Dissegna says:

      so come vengono trattati i piccoli imprenditori, fino a poco tempo fa dirigevo un ufficio dell’agenzia entrate. La qualità del personale è ottima, quella del sistema un po’ meno.
      Sono qui per parlarne (e per dare qualche consiglio) se serve.
      LD

    • Luciano Dissegna says:

      Scusa Tyler Durden ma senza rischio (soprattutto in Italia) non c’è impresa.
      Senza impresa (e quindi senza rischio) non c’è economia.
      Senza guadagno le imprese non rischiano.
      A causa dell’attuale livello di tassazione, senza evasione, anche se nessuno ha il coraggio di ammetterlo, non c’è guadagno.
      Senza evasione, duole dirlo, non c’è né rischio, né impresa, né economia.
      Spaventati dagli enormi progressi del fisco dovuti all’informatica, milioni di piccoli e medi imprenditori, stanno gettando la spugna con effetti devastanti per tutti, fisco compreso; ciò potrebbe spiegare, tra l’altro, gran parte dell’attuale crisi.
      Come se non bastasse, il numero e l’invasività dei controlli non fanno altro che aumentare il rischio in parola.
      Si deve tenere conto, inoltre, che i soggetti di cui trattasi sono soliti sviluppare una quantità di lavoro (e di “non assenza” dal lavoro) semplicemente enorme.
      La qual cosa, considerato che, grazie al progresso tecnologico, ogni ora di lavoro vale sempre di più, si è rivelata vitale per l’economia italiana ed europea.
      Tornando al rischio è bene ricordare che l’insufficiente remunerazione dello stesso costituisce violazione del principio (“sostanziale”) di uguaglianza in base al quale gli uguali vanno trattati uguale e i diversi (in termini di rischio), in modo diverso.
      Se non c’è “pace”, non c’è nemmeno “economia” senza giustizia.
      Tutti difendono razze, lingue, religioni, salari e pensioni; nessuno il rischio.
      E’ ora (passata) di tassare di meno chi rischia (di perdere tutto, di restare senza lavoro, di farsi male ecc.) e di più chi non corre alcun rischio.
      A tal scopo è sufficiente che i cittadini e le imprese vengano tassati in misura inversamente proporzionale alle uscite, dalle rispettive categorie, per motivi come il licenziamento, le dimissioni, la cessazioni di attività, il fallimento ecc.
      Tali uscite, causate da motivi diversi da quelli “naturali” (morte, pensione ecc.), sono rilevabili, con assoluta precisione, presso l’Inps e le Camere di Commercio.
      La capacità contributiva (art. 53 Cost.) verrebbe così (è il caso di dire “finalmente”) rapportata all’intera vita dei contribuenti, anni di vacche magre compresi.
      Questi gli innegabili effetti se tale (semplicissima) disposizione sarà attuata.
      La detassazione dei lavori a rischio (privati e “intermittenti”) comporterà l’aumento della domanda d’impresa e la riduzione del costo del lavoro.
      L’analoga detassazione dei lavori “umili” ridurrà l’immigrazione (determinata dallo scarso interesse dei connazionali per tali lavori).
      Le donne (soprattutto se precarie) saranno tassate meno degli uomini.
      La minor richiesta di posto fisso disincentiverà le raccomandazioni e i conseguenti favori, spesso illeciti, in cambio dell’impiego.
      Il forte aumento delle aliquote a carico delle pensioni d’oro penalizzerà perfino le raccomandazioni di “una volta”.
      Estesi alla pubblica amministrazione e alle cosiddette “società” pubbliche, tali principi favoriranno lavori e posti meno richiesti a spese di quelli più “gettonati”.
      Difficilmente continueremo ad assistere a casi di dirigenti, comodamente seduti al computer, retribuiti infinitamente di più dei “sottoposti” in prima linea.
      Non ci saranno più le scandalose differenze di reddito basate unicamente sulla maggior o minor “intelligenza” delle persone; è inaccettabile che, a parità di lavoro e studio, persone con lo stesso “quoziente” intellettivo registrino guadagni (al netto delle imposte) molto diversi tra loro.
      Non vi sarà più bisogno di imporre tetti alla retribuzione di gente che, per il potere che ha (e gli omaggi che è abituata a ricevere), andrebbe a lavorare anche gratis.
      I poteri forti non avranno più gente strapagata (e disposta a tutto) su cui contare.
      Nelle funzioni di comando vi sarà più spazio per coloro che intendono il potere come una missione.
      Nascerà una sorta di federalismo “orizzontale” tra tutti coloro, da Nord a Sud, che hanno voglia di lavorare, di impegnarsi e di rischiare.
      La sempre minore, a causa del continuo aumento della pressione fiscale, quota di reddito al netto delle imposte (cioè il necessario per vivere) sarà indirettamente determinata non tanto dai politici e dai loro sponsor quanto dai comportamenti lavorativi e dai reali bisogni dei cittadini e delle imprese; in omaggio, pertanto, agli stessi principi di democrazia e lavoro (art.1 Cost.).
      Sarà rivoluzione, ma liberale.

      • Tyler Durden says:

        caro amico ma dove vive, qui vogliono tutti le mutande dolce&gabbana senza rischiare.
        Non penserà mica di dirlo a Monti che evadere le tasse è legittima difesa, vero?
        No, perché quello si è appena preso il tripudio di applausi dai ciellini dicendo che bisogna pestare a sangue gli sporchi evasori…………
        Ma mi faccia capire invece la sua proposta, se Tizio è lavoratore dipendente e si dimette volontariamente, ha uno sconto fiscale?

      • Luciano Dissegna says:

        Era proprio quello che volevo dirgli però facendo emergere la parte construens.
        L’idea è questa. Poniamo che i dipendenti vengano divisi in due grandissime categorie, quelli privati e quelli pubblici basterà calcolare quanti (per esempio nell’anno nel quale le tasse vengono calcolate) hanno cambiato lavoro per qualsivoglia ragione (che non sia la pensione).
        Ebbene, coloro che restano avranno una tassazione maggiore o minore a seconda della percentuale delle “uscite” dalla categoria. Chiaramente non vi saranno due sole grandi categorie ma molte di più. Per cui i carabinieri in servizio poniamo a milano, con tutte le domande di trasferimento che registra tale categoria, potrebbero essere trattati meglio dei dipendenti (privati) della ferrari che il posto non lo mollerebbero neppure se dovessero lavorare gratis. Rendo l’idea?
        Comunque se ti vai a leggere con un po’ di attenzione la mia proposta che ripropongo qui sotto nei termini esatti con i quali l’ho esposta oggi a monti sicuramente capirai il meccanismo.
        In ogni caso sono a tua disposizione all’indirizzo Segreteria@Avvocatifiscali.it.
        Grazie per l’attenzione e a presto

        Al PRESIDENTE del CONSIGLIO
        sen. Mario Monti
        ROMA

        Oggetto: richiesta di legge in favore del rischio d’impresa (e non solo)

        Gentile Presidente, Lei ha dichiarato (“giustamente”) guerra all’evasione però è come se l’avesse dichiarata all’economia.
        Anche se nessuno ha il coraggio di ammetterlo, infatti, gran parte dell’evasione è destinata a far fronte al rischio d’impresa che, a causa dell’attuale livello di tassazione, non è remunerato a sufficienza.
        Neanche il cane, del resto, muove la coda per niente.
        Spaventati dagli enormi progressi del fisco dovuti all’informatica, milioni di piccoli e medi imprenditori gettano la spugna con effetti devastanti per tutti, fisco compreso; ciò spiega, tra l’altro, gran parte dell’attuale crisi.
        L’invasività dei controlli, poi, non fa altro che aumentare il rischio in parola.
        In altre parole, stiamo buttando il bambino (l’economia) con l’acqua sporca (l’evasione).
        Tra l’altro stiamo parlando di soggetti abituati a sviluppare quantità di lavoro (e di “non assenza” dal lavoro) enormi; circostanza vitale per l’economia, considerato che, grazie al progresso tecnologico, ogni ora di lavoro vale sempre di più.
        È bene ricordare che l’insufficiente remunerazione del rischio costituisce violazione del principio (“sostanziale”) di uguaglianza in base al quale gli uguali vanno trattati uguale e i diversi (in termini di rischio), in modo diverso.
        Se non c’è “pace”, non c’è nemmeno “economia” senza giustizia.
        Tutti difendono razze, lingue, religioni, salari e pensioni; nessuno il rischio.
        E’ ora (passata) di tassare di meno chi rischia (di perdere tutto, di restare senza lavoro, di farsi male ecc.) e di più chi non corre alcun rischio.
        Bisogna tassare cittadini e imprese in misura inversamente proporzionale alle uscite (rilevabili, con assoluta precisione, dall’Inps e dalla Camera di Commercio), dalle rispettive categorie, per motivi quali il licenziamento, le dimissioni, la cessazioni di attività, il fallimento ecc; per motivi, quindi, diversi da quelli “naturali” (morte, pensione ecc.).
        La capacità contributiva (art. 53 Cost.) verrebbe così (è il caso di dire “finalmente”) rapportata all’intera vita dei contribuenti, anni di vacche magre compresi.
        Alcuni esempi di ciò che succederà se tale disposizione sarà attuata.
        La detassazione dei lavori a rischio (privati e “intermittenti”) determinerà l’aumento della domanda d’impresa e la riduzione del costo del lavoro.
        L’analoga detassazione dei lavori “umili” ridurrà l’immigrazione (determinata dallo scarso interesse dei connazionali per tali lavori).
        Le donne (soprattutto se precarie) saranno tassate meno degli uomini.
        La minor richiesta di posto fisso disincentiverà le raccomandazioni e i conseguenti favori, spesso illeciti, in cambio dell’impiego.
        Il forte aumento delle aliquote a carico delle pensioni d’oro penalizzerà le raccomandazioni di “una volta”.
        Estesi alla pubblica amministrazione e alle cosiddette “società” pubbliche, tali principi favoriranno lavori e posti meno richiesti a spese di quelli più “gettonati”.
        Difficilmente continueremo ad assistere a casi di dirigenti, comodamente seduti al computer, retribuiti infinitamente di più dei “sottoposti” in prima linea.
        Non ci saranno più le scandalose differenze di reddito basate unicamente sulla maggior o minor “intelligenza” delle persone; è inaccettabile infatti che, a parità di lavoro e studio, persone con lo stesso “quoziente” intellettivo registrino guadagni (al netto delle imposte) molto diversi tra loro.
        Non vi sarà più bisogno di imporre tetti alla retribuzione di gente che, per il potere che ha (e gli omaggi che è abituata a ricevere), andrebbe a lavorare anche gratis.
        I poteri forti non avranno più gente strapagata (e disposta a tutto) su cui contare.
        Nelle funzioni di comando vi sarà più spazio per coloro che intendono il potere come una missione.
        Nascerà una sorta di federalismo “orizzontale” tra tutti coloro, da Nord a Sud, che hanno voglia di lavorare, di impegnarsi e di rischiare.
        La sempre minore, a causa del continuo aumento della pressione fiscale, quota di reddito al netto delle imposte (cioè il necessario per vivere) sarà indirettamente determinata non tanto dai politici e dai loro sponsor quanto dai comportamenti lavorativi e dai reali bisogni dei cittadini e delle imprese; in omaggio, pertanto, agli stessi principi di democrazia e lavoro (art.1 Cost.).
        Sarà rivoluzione, ma liberale.
        Milano 20 agosto 2012 AVVOCATI FISCALI

  9. Luciano Dissegna says:

    Caro Tyler Durden, premesso che a fare testo non sono i comportamenti individuali ma collettivi, i piccoli e medi imprenditori sono come gli zingari che sono costretti a rubare: checché ne dicano Monti e Passera sono costretti a evadere.
    Qualcuno potrebbe obiettare che, però, i piccoli e medi imprenditori girano in Suv; ma anche gli zingari girano in Mercedes.
    È assurdo, infatti, pensare che una persona costretta a rubare rubi poco; com’è altrettanto assurdo pensare che una persona costretta a evadere evada poco.
    Né è possibile impedire, sic et simpliciter, agli uni di rubare e agli altri di evadere.
    Nel primo caso, infatti, gli zingari morirebbero di fame (poco male, penserà sicuramente qualcuno) mentre nel secondo caso si fermerebbe l’economia; così, di fame, moriremmo tutti.
    È altamente probabile, infatti, che l’attuale crisi sia prevalentemente dovuta al fatto che milioni di piccoli e medi imprenditori, spaventati dagli enormi progressi del fisco dovuti all’informatica, stiano gettando la spugna con effetti devastanti per tutti, fisco compreso.
    I problemi, come al solito, vanno affrontati partendo dalle cause.
    Gran parte dell’evasione è causata dall’insufficiente remunerazione del rischio d’impresa.
    Molte persone, in una situazione di emergenza, accetterebbero di essere pagate meno. Nessun imprenditore accetterebbe di rischiare di perdere tutto se non a fronte di un adeguato guadagno. Neanche il cane muove la coda per niente.
    Con una pressione fiscale reale intorno al 70% (al limite, cioè, dell’esproprio) è normale che l’imprenditore faccia fronte almeno al rischio (se non alla scarsa “retribuzione”) attraverso l’evasione.
    Tra l’altro l’invasività dei controlli fa aumentare a dismisura il rischio in parola.
    In altre parole, il governo sta buttando il bambino (l’economia) con l’acqua sporca (l’evasione).
    È bene ricordare che l’insufficiente remunerazione del rischio costituisce violazione del principio (“sostanziale”) di uguaglianza in base al quale gli uguali vanno trattati uguale e i diversi (in termini di rischio), in modo diverso.
    Se non c’è “pace”, non c’è nemmeno “economia” senza giustizia.
    Tutti difendono razze, lingue, religioni, salari e pensioni; nessuno il rischio.
    E’ ora (passata) di tassare di meno chi rischia (di perdere tutto, di restare senza lavoro, di farsi male ecc.) e di più chi non corre alcun rischio.
    Bisogna tassare cittadini e imprese in misura inversamente proporzionale alle uscite (rilevabili, con assoluta precisione, dall’Inps e dalla Camera di Commercio), dalle rispettive categorie, per motivi quali il licenziamento, le dimissioni, la cessazioni di attività, il fallimento ecc; per motivi, quindi, diversi da quelli “naturali” (morte, pensione ecc.).
    La capacità contributiva (art. 53 Cost.) verrebbe così (è il caso di dire “finalmente”) rapportata all’intera vita dei contribuenti, anni di vacche magre compresi.
    Alcuni esempi di ciò che succederà se tale disposizione sarà attuata.
    La detassazione dei lavori a rischio (privati e “intermittenti”) determinerà l’aumento della domanda d’impresa e la riduzione del costo del lavoro.
    L’analoga detassazione dei lavori “umili” ridurrà l’immigrazione (determinata dallo scarso interesse dei connazionali per tali lavori).
    Le donne (soprattutto se precarie) saranno tassate meno degli uomini.
    La minor richiesta di posto fisso disincentiverà le raccomandazioni e i conseguenti favori, spesso illeciti, in cambio dell’impiego.
    Il forte aumento delle aliquote a carico delle pensioni d’oro penalizzerà le raccomandazioni di “una volta”.
    Estesi alla pubblica amministrazione e alle cosiddette “società” pubbliche, tali principi favoriranno lavori e posti meno richiesti a spese di quelli più “gettonati”.
    Difficilmente continueremo ad assistere a casi di dirigenti, comodamente seduti al computer, retribuiti infinitamente di più dei “sottoposti” in prima linea.
    Non ci saranno più le scandalose differenze di reddito basate unicamente sulla maggior o minor “intelligenza” delle persone; è inaccettabile infatti che, a parità di lavoro e studio, persone con lo stesso “quoziente” intellettivo registrino guadagni (al netto delle imposte) molto diversi tra loro.
    Non vi sarà più bisogno di imporre tetti alla retribuzione di gente che, per il potere che ha (e gli omaggi che è abituata a ricevere), andrebbe a lavorare anche gratis.
    I poteri forti non avranno più gente strapagata (e disposta a tutto) su cui contare.
    Nelle funzioni di comando vi sarà più spazio per coloro che intendono il potere come una missione.
    Nascerà una sorta di federalismo “orizzontale” tra tutti coloro, da Nord a Sud, che hanno voglia di lavorare, di impegnarsi e di rischiare.
    La sempre minore, a causa del continuo aumento della pressione fiscale, quota di reddito al netto delle imposte (cioè il necessario per vivere) sarà indirettamente determinata non tanto dai politici e dai loro sponsor quanto dai comportamenti lavorativi e dai reali bisogni dei cittadini e delle imprese; in omaggio, pertanto, agli stessi principi di democrazia e lavoro (art.1 Cost.).
    Sarà rivoluzione, ma liberale.

  10. Luciano Dissegna says:

    Caro Tyler Durden, dalla tua domanda “se Tizio è lavoratore dipendente e si dimette volontariamente, ha uno sconto fiscale?” del 20 agosto 2012 alle 17:03 è apparso chiaro che all’inizio non avevi chiara la mia proposta.
    Però all’inizio l’hai criticata, beninteso in modo garbato ed elegante.
    I casi sono due.
    1. Sono riuscito a spiegarla. Ma allora dovevi rettificare le tue perplessità iniziali.
    2. Non sono ancora riuscito a spiegarla. Ma allora dovevi tornare alla carica per chiedere ulteriori spiegazioni.
    Intelligenti pauca.
    LD

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