Ritroviamo un linguaggio comune

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 14 maggio 2012, www.ilmattino.it

Bisogna parlarsi. Se non vogliamo che i bagliori degli incendi greci ci raggiungano, che la vita quotidiana venga inghiottita da risse e spari, dobbiamo ricominciare a parlarci, ad ascoltarci, a progettare insieme, gli uni con gli altri. I genitori coi figli, gli uomini con le donne, lo Stato coi cittadini, le Autorità con le persone comuni.
Occorre abbattere i muri che ci separano, trasformando in Comunità le attuali gabbie di individui arrabbiati e minacciosi, potenzialmente violenti.
La prima grande risorsa per tornare a crescere e far ripartire lo sviluppo è rappresentata dalle energie degli altri.
Ogni psicologo sperimenta come dietro la depressione e l’astenia psichica ci sia un deficit di scambio, di ascolto, di abbraccio dell’altro. Per ritrovare le forze perdute occorre abbattere molti muri: ogni malessere individuale, infatti, si nutre di un malessere sociale e lo alimenta.
Per esempio la scissione che chiude giovani e ragazzi nel loro “mondo dei pari” (anch’esso diviso al suo interno tra i vari e concorrenti social network, tendenze politiche etc.), separandolo dagli adulti con i quali (per la prima volta da sempre) i ragazzi non parlano quasi più. Non ne ascoltano più le esperienze (che spesso non vengono più neppure raccontate), non sapendo quindi più, per esempio, ciò che è già successo, e potrebbe ancora succedere.
Così genitori e nonni, avrebbero potuto raccontare (se qualcuno li avesse ascoltati), che l’economia non è fatta solo di cicli “alti” e sviluppo, ma anche di cadute e recessioni, e questo avrebbe in parte risparmiato ai giovani l’attuale sensazione di imprevisto assoluto e inaccettabile.
Bisognerà ricominciare a parlarsi e ascoltarsi, con rispetto e affetto, anche tra uomini e donne. Gli uomini non sono solo patriarchi prepotenti e le donne rancorose baccanti. Questi stereotipi, mediaticamente ancora molto frequentati perché fanno scandalo e inquietudine e quindi (sperano alcuni), audience ed elettori, sono devastanti. Perché separano, allontanano, riducono l’altro al silenzio. Mentre le sue energie, i suoi affetti, le sue idee e le sue storie di vita sono preziose per tutti.
Le altre gabbie che occorre aprire sono le molte separazioni, filtri, consuetudini, retoriche, che dividono il pubblico dal privato, lo Stato dai cittadini, l’Autorità dall’uomo comune. Se la politica, come dice oggi il sondaggista Mannheimer, interessa solo 3 italiani su 10 è perché il linguaggio politico pubblico appare al cittadino comune composto da messaggi cifrati che si lanciano i politici tra di loro, cercando contemporaneamente il suo consenso: ma non lo ascoltano, né davvero gli parlano.
Ogni separazione, però, fa mancare le energie che verrebbero prodotte in un vero colloquio e scambio.
La “debolezza” politica nasce da qui: chi vi si dedica è troppo spesso lontano dagli altri, lavoratori, produttori, commercianti, giovani, donne, se non per averne i voti.
I piedistalli su cui i politici si sono messi li separano dagli altri.
Boris Johnson, sindaco conservatore di Londra, è stato rieletto (mentre il suo partito ha perso) anche perché si muove in metropolitana ascolta tutti e parla a tutti.
La parola Autorità viene dal verbo latino: augeo, aumento, faccio crescere. Ma per far crescere bisogna aprirsi, ascoltare, non comunicare coi cittadini con lettere e cartelle pressoché incomprensibili, scritte in una lingua inesistente (per questo correntemente chiamata: burocratese), che richiede per essere capita un interprete specializzato e costoso (il professionista).
Ritroviamo un linguaggio comune, e parliamoci. O sono guai.

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3 Responses to Ritroviamo un linguaggio comune

  1. Paolo says:

    Bisogna parlarsi ed ascoltarsi, e per fare questo bisogna recuperare il senso dell’assoluta sacralità dell’uomo e della sua libertà.
    Non è che oggi non si sia consapevoli dell’energia altrui, è che tutte le relazioni (sul modello di quelle tipiche della politica che ha devastato ogni ordine liberale e comunitario spontaneo) tendono ad assumere connotati vampirizzanti ed oppressivi.
    I muri stanno per crollare da soli (non serve nemmeno picconare più di tanto), bisogna ricostruire forme relazionali basate sul rispetto personale e sul contratto.

  2. roberto says:

    Ottimo articolo.
    Mi permetto di fare un’aggiunta. Visto che il lavoro è una risposta ad un bisogno, allora occorre proprio imparare ad ascoltare per cogliere il bisogno degli altri.

  3. dottorantonioromano says:

    Dottor Risè, i suoi interventi sono sempre molto illuminanti. Ha la scrittura il dono raro di cogliere il nòcciolo delle cose e di dare le giuste priorità ai problemi. Penso che la comunicazione ed il linguaggio siano elementi importanti per potersi salvare. Se mi consente una aggiunta, sempre facendo affidamento alla sua formazione economica, direi che un altro campo nel quale parlarsi è quello delle aziende. Fornitori che hanno necessità di parlare con i clienti, clienti che hanno la necessità di parlare di più e meglio con attuali o potenziali fornitori. Ormai la comunicazione ed il dialogo fra aziende è limitato a tutto ciò di business di breve periodo. Molto spesso non si presta attenzione ad un collaboratore, professionista, fornitore che forse nel breve non ha quel che ci interessa ma che, nel medio lungo, può rappresentare una risorsa importante per l’azienda stessa. Perdendosi cosi per sempre opportunità di business e di vita per tutti. Mi auguro che le aziende, comunque bombardate da messaggi fra i più disparati, vogliano comunque prestare maggiore attenzione a quello spirito di ascolto e di cooperazione che può aiutare le aziende nel loro complesso ad affrontare al meglio le difficoltà ed, eventualmente, a venirne fuori. Grazie Antonio Romano

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