Corvi ed inquietudine dei credenti

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 28 maggio 2012, www.ilmattino.it

Come reagisce il vasto e multiforme popolo cattolico allo svolazzare di corvi sui documenti riservati del Papa, ai periodici licenziamenti dei banchieri vaticani, all’inquietante ritrovamento all’interno delle Basiliche di tombe con resti imprevisti e assai sconcertanti? Nei colloqui di questi giorni con lo psicoterapeuta emerge subito la curiosità e lo sconcerto. Che non diventa gossip, ma si rivela invece materiale prezioso per la ricerca e la trasformazione psicologica personale.
La Chiesa è infatti per i cattolici, in modo più o meno chiaro, un’immagine del bene. Il cattolico la vorrebbe pulita, accogliente, perfetta. Come del resto vorrebbe essere anche lui (almeno quando si mette in discussione, andando in terapia): bravo, affidabile, apprezzato dagli altri e tranquillo dentro di sé. Ed è proprio sul volersi in un modo, e essere in un altro, voler essere impeccabili, ed essere molto discutibili (il volere le cose buone, e fare quelle cattive lamentato da San Paolo), che si organizza ogni nevrosi, con relativi malesseri e potenziali scissioni della personalità.
L’inquietudine e il disagio di ogni credente in analisi, di fronte alla Chiesa cattiva (anziché buona), risveglia dunque e attualizza il disagio personale per il proprio “essere cattivi”, invece che buoni come si vorrebbe. Il riflettore acceso sulla Chiesa illumina così, nell’analisi del profondo, anche se stessi, e si rivela un prezioso strumento di indagine psicologica personale. Che nella religione cattolica, e quindi nella sua psicologia è fortemente rafforzato rispetto ad altre religioni più orientate sull’”illuminazione”, la perfezione (come quelle orientali).
La questione è infatti stata affrontata fin dall’inizio da Gesù stesso, che sa perfettamente che Pietro l’avrebbe tradito per ben tre volte durante la sua prima notte di prigionia, e tiene a dirglielo. Forse proprio perché si cominci subito ad affrontare la questione: la Chiesa (che Cristo ha deciso di affidargli), tradirà, come farà Pietro. Meglio saperlo subito; infatti la questione si pone ancora prima che Gesù salga sulla croce.
E’ la coscienza della fragilità umana, che può rendere forte la personalità, non un’irraggiungibile perfezione. Così come la personalità forte non è certo quella che si vede come perfetta, ma quella che invece osserva le proprie devianze, debolezze, mancanze, senza rimuoverle (l’“analisi” è anche questo), ma cercando piuttosto di trasformarle in equilibrio e forza.
Per questo, paradossalmente, le “cadute” della Chiesa e dei suoi personaggi più in vista si rivelano spesso potenti strumenti di cura nel percorso terapeutico dei pazienti che credono. Anzi finiscono non di rado col ravvivare e rendere più autentiche anche posizioni di fede appesantite da formalismi e certezze ingiustificate su di sé e sugli altri.
La scoperta nella Chiesa di “corvi”, funzionari inadeguati e malversatori di vario genere provoca certamente dolore nei fedeli, ma questo può aiutarli a fare ciò che dal punto di vista psicologico è una “presa di coscienza” (e nella pratica cristiana un “esame di coscienza”), sulle tendenze alla scissione della personalità spesso suscitate da spinte inconfessabili, nascoste sotto un’apparenza impeccabile.
Non sempre queste deviazioni sono sollecitate da motivazioni ignobili. Spesso è invece l’ansia di perfezione ad ispirarle, il rifiuto della miseria presente in ogni forma umana: la Chiesa, come la personalità individuale.
Il corvo-traditore crede spesso che tradire la personalità-chiesa, con le sue miserie sia una missione divina. In analisi sono questi i casi più gravi.

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5 Responses to Corvi ed inquietudine dei credenti

  1. eglepiediscalzi says:

    “E’ la coscienza della fragilità umana, che può rendere forte la personalità,
    non un’irraggiungibile perfezione.”
    Il problema è che non ci è stato certo insegnato a “osservare le nostre debolezze
    senza rimuoverle” per far si che questa coscienza le trasformi in “equilibrio, forza”
    e compassione aggiungerei. Anzi l’IDEALE DI PERFEZIONE permea tutta la nostra
    educazione (quando invece le migliori creazioni nascono da infiniti sbagli), e molte
    delle nostre relazioni.
    Le religioni tutte sono responsabili di aver creato questa ILLUSIONE mentre a noi
    resta la responsabilità di scendere da una scala dorata e mettere i piedi sulla nuda
    terra.
    egle

    • armando says:

      A me sembra che le religioni non abbiano creato nessuna illusione, tantomeno il Cristianesimo.
      Per le religioni trascendenti, infatti, la perfezione è solo di Dio. L’uomo può tendervi sapendo però già in partenza di non poterla mai raggiungere. E’ in questo spazio mai riempibile completamente che si giuoca e si consuma la vicenda umana, con le sue ansie e disillusioni.
      Tenere i piedi sulla nuda terra è la consapevolezza dello scarto irriducibile che tuttavia non rinuncia all’aspirazione. Senza la quale rimarrebbe solo l’immersione nel “fango” di cui siamo fatti, o la disperazione del non senso, entrambe manifestazioni del nichilismo contemporaneo.
      armando

      • E’ proprio la tensione tra un obiettivo irraggiungibile e la nostra natura di esseri incarnati ad essere la fonte di quelle ansie da cui poi vorremmo liberarci. Fare amicizia con quello che siamo realmente è l’unica base che ci permette di amarci ed eventualmente andare nella direzione di un cambiamento.

        Tenere i piedi a terra significa accettare la solitudine pienamente (non l’isolamento) e andare incontro a un mistero che non ci sarà mai dato conoscere. Accettare che tutti i nostri tentativi di comprensione e di dare un senso, avranno sempre un retrogusto di fallimento. Esporci alla ferita della disperazione di non essere il centro intorno al quale ruota l’universo. Nel caso in cui per noi un senso esista; non pensare che questo sia “il senso”.
        Infine tenere i piedi nel fango significa averli ben piantati nel materiale che qualcuno ha usato per crearci.
        egle

      • Grazie eglepiediscalzi! Potente questa intuizione: piedi per terra = piedi nel fango.
        Perfetto contrario di ogni tipo di narcisismo.

  2. Antonio Romano says:

    Caro Dottor Risè,
    leggendo l’incipit stavo quasi rimanendo basito, ma poi per fortuna ho letto tutto l’articolo e lo spavento iniziale è per fortuna venuto meno. Chi si scandalizzi di un Vaticano scandaloso non conosce in effetti nè la Chiesa nè la sua storia. Che da sempre è piena di santi e peccatori, parafrasando il sottotitolo di un importante saggio di Eamon Duffy. Senza arrivare fino alla vicenda umana di Cristo, ma fermandoci ancora alla storia recente, il grande pontefice Paolo VI aveva parlato del fumo di satana presente nelle alte gerarchie della Chiesa. Del resto anche durante qualsiasi celebrazione eucaristica si dice: ” Padre Non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà…. etc.” Chi vive attivamente la fede cattolica sa che il corpo mistico di Gesù ( la Chiesa) non è un organismo perfetto perchè del resto rimane un organismo umano. E come ogni organizzazione di uomini, è piena di pregi e difetti. Quel che deve avvicinare le persone alla Chiesa non è tanto la purezza o l’integrità dei suoi sacerdoti, ma la veridicità della Fede che si professa. Ed è la Fede condivisa che rende un corpo umano un corpo mistico. La Fede che avverma che Cristo è Dio fatto uomo, che la terza persona dello Trinità ( lo Spirito Santo) agisce nella storia fino alla fine dei tempi e che Maria, madre terrena di Gesù, è la nostra madre celeste, nostra mediatrice presso il Figlio.
    Che poi la Chiesa da molti venga vista come una forma di potere terreno è un fatto vero, ma non rilevante per quel che conta nell’Economia della Fede. Come giustamente sottolinea lei, la consapevolezza che deve muovere l’uomo è quella della propria pochezza. Ma purtroppo la nostra civiltà esalta il culto demoniaco di Prometeo, piuttosto che quello del povero uomo sempre bisognoso di aiuto. Un uomo che emancipandosi non ha bisogno nè di santi, nè di Dio, nè di padri. Chi invece sente l’esigenza di affermare comunque la necessità di una propria continua dipendenza dal padre, avvertendo tutta la propria precarietà esistenziale materiale spirituale, prima o poi non può non desiderare e alla fine trovare non un padre ma IL PADRE.
    E quindi la ragione profonda di una fede autentica.
    Grazie e a presto
    Antonio Romano

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