Verità o ipocrisia

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 27 agosto 2012, www.ilmattino.it

L’odierno glorificare la trasparenza universale non coprirà un’ipocrisia degna dei tempi del puritanesimo più spinto? Le foto del principe nudo, fatte dal cellulare di una escort avida di dollari e pubblicate da giornali avidi di lettori, ricordano le costose sedie davanti al palco dell’impiccagione: un modo per soddisfare la morbosità a spese di trasgressori famosi.
In terapia del resto, l’ansia di scoprire l’intimità dell’altro si accompagna alla riluttanza nel vedere se stessi. Anche perché quando vediamo veramente chi siamo, diventa difficile non avere compassione delle debolezze altrui.
Rifiutare invece di confrontarci con la nostra ombra ci riempie di ansia, che cerchiamo di scaricare ispezionando accuratamente il lato oscuro degli altri. Soprattutto se hanno la disgrazia di essere famosi, magari anche ricchi, e quindi suscitano, assieme all’invidia, i nostri lati peggiori. Tra i quali appunto l’antica tendenza umana ad appassionarsi alle colpe altrui.
La tendenza a mentire, innanzitutto a se stessi, è infatti il primo motore di quella potente “fabbrica della verità”, che, come avvertiva il filosofo Michel Foucault, è la più diffusa e potente tecnica di controllo dei comportamenti della modernità. Ci si appassiona allo svelamento dei segreti, da quelli delle diplomazie (quasi indispensabili per tenere sotto controllo i conflitti), a quelli delle vittime sacrificali fornite dallo star system, per lasciare nell’ombra le proprie ambiguità, le proprie doppiezze. Che risaltano con evidenza negli eroi mediatici delle “fabbriche della verità”.
Julian Assange, il grande diffusore via Internet di segreti compromettenti, è accusato di stupro da due donne, ma rifiuta di farsi processare. E accusa due storiche democrazie come l’Inghilterra e la Svezia, dal balcone di un paese condannato un mese fa dalla Corte interamericana dei diritti umani per i popoli nativi, e in cima alle inchieste di Amnesty International e dell’ONU.
Quanto al gruppo Murdoch che pubblica le foto del principe, è stato processato per aver organizzato addirittura un proprio servizio di spionaggio della vita dei cittadini per impadronirsi di “verità” scandalose con conseguenti scoop mediatici.
Si tratta di un rito antico (perfettamente studiato dall’antropologo René Girard). Quando individui o gruppi di potere si trovavano in difficoltà individuavano un animale da presentare come responsabile per le sciagure dell’epoca. Era questo generalmente un capro (detto appunto “espiatorio” perché il suo sacrificio avrebbe purificato la città), che veniva allontanato, e spinto nel deserto.
Anche oggi le masse inquiete e spaventate che non vogliono riconoscere le proprie responsabilità chiedono capri espiatori, e i più spregiudicati manipolatori di informazioni glieli forniscono volentieri, passando anche per eroi.
Una dinamica simile, alimentata dall’ansia di “verità” nutrita dalle resistenze personali ad essere sinceri con se stessi, si riproduce nelle coppie, ed è oggi fra le prime cause di separazioni e divorzi. Qui i “leaks”, le fughe di notizie, hanno di solito un’origine digitale. Telefonino, computer, tablet della moglie o del marito vengono ispezionati o visti dall’altro con diverse motivazioni, rivelando spesso “verità” sconcertanti, di solito intuite più o meno consciamente già prima.
Raramente queste scoperte spingono chi li fa ad un esame della propria posizione, delle proprie mancanze e responsabilità verso l’altro. La strada abituale è quella dell’indignazione e della denuncia della “verità”.
I “leaks” passano dal cellulare al Tribunale. Si sa come finisce.

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