Come finirla col Principe azzurro

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 3 settembre 2012, www.ilmattino.it

Qualcuno dirà che è solo un prodotto commerciale, consumistico, e ci sarà anche del vero. Però ho l’impressione che in questa nuova eroina femminile della Disney, Merida, la protagonista del film Ribelle-The Brave in uscita nei prossimi giorni, ci sia molta attualità, e tutt’altro che sciocca. Questa ragazza che tende l’arco per colpire il bersaglio e dichiara: “sono Merida e gareggerò per ottenere la mia mano”, centra infatti un problema psicologico attualissimo, per donne e uomini.
Si tratta del fatto che “il principe azzurro”, l’immagine fiabesca dell’uomo attorno al quale si erano organizzate fino a ieri le fantasie sentimentali della donna dall’infanzia in poi, ammesso che sia mai esistito, non c’è più. Chi lo aspetta perde il suo tempo: non arriverà. Non solo perché si tratta di un’immagine fiabesca, e non di un grande mito, di quelli che descrivono le situazioni della vita umana di ogni tempo. Ma perché è una fiaba dell’ottocento, un secolo fortemente impegnato a tenere addormentate il più possibile, in attesa del principe, le donne che cominciavano a scalpitare.
Un’epoca comunque passata, perché le donne si sono svegliate dal sonno che aveva colpito Rosaspina (la protagonista dalla fiaba dei Grimm da cui Disney ricavò poi la sua Bella addormentata nel bosco), e anche gli uomini hanno oggi altro da fare che girare tra le spine a cercare belle sognatrici.
Il problema però rimane: non è semplice smontare un’icona centrale nella vita e costumi sentimentali di donne e uomini degli ultimi duecento anni. Che era, appunto, la durata del sonno obbligatorio della bambina, procurato dall’incantesimo scagliato da una fata cattiva che non era stata invitata al battesimo della principessa.
Le donne si sono svegliate, ma molte ragazze continuano ad aspettare il principe azzurro, come confermano ampiamente sia tutte le rubriche di posta del cuore, che la terapia. Ad essa ricorrono sia le donne dopo ripetute delusioni, preoccupate dallo scorrere della vita in attesa di un fantasma; sia gli uomini, spiazzati dalle aspettative idealizzanti e fiabesche che riempiono la mente delle loro innamorate.
Non si tratta dunque di robetta: quella del principe azzurro è una vera e propria sindrome, anche se non figura come tale nei manuali diagnostici internazionali. C’è in essa un aspetto di immaturità affettiva, ed ha a che fare con le idealizzazioni tipiche del narcisismo. Ma soprattutto è sempre alimentato da un (diffusissimo) complesso materno negativo, già presente del resto nella fiaba (la strega cattiva è l’”Ombra” della madre buona), ed anche nella storia della nuova eroina Merida.
Questa nuova versione “sveglia” dell’ex bella addormentata porta di suo, però (almeno per ciò che si può capire dal trailer), un’intuizione psicologica decisiva per la soluzione del problema. E cioè che la fanciulla deve, come dice Merida, “ottenere la propria mano”, deve insomma sviluppare equilibro, forza di volontà e “mira” molto precisi per centrare gli obiettivi (i bersagli) della propria vita e ottenere la stima dovuta a un principe, l’autostima di cui ogni ragazza ha oggi assoluta necessità per entrare nel mondo.
Vengono così finalmente superate le immagini proposte dai media alle ragazze negli ultimi decenni: dalle Lolite, alle Winx, alle Bratz, tutte giocate sulla seduzione del maschio da cui dipendeva la vita femminile.
Qui invece è la donna a diventare il proprio “campione”, a decidere della propria vita.
Tutto meno mieloso e forse più duro, ma probabilmente più costruttivo ed interessante. Per tutti: per le ragazze, ma anche per i loro possibili innamorati.

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6 Responses to Come finirla col Principe azzurro

  1. roberto says:

    Non ho visto il film ma mi prometto di vederlo: di solito i film Pixar non son mai banali.
    Per quanto riguarda il “Principe azzurro” entrambe le mie nonne (classi 1897 e 1900) hanno sposato reduci della grande guerra: uno privo di una gamba, l’altro così mal messo che morì a 38 anni lasciando mio padre e mia zia bambini.
    Eppure per questi uomini, bravi, secondo il loro racconti, ma tutt’altro che “principi azzurri” loro sono state un grande compagnia, hanno corso il rischio di fare figli, li hanno assisti nella necessità. Questo perchè le nonne avevano un loro equilibrio interiore che le faceva capaci di sfidare anche situazioni difficili.
    Invece mi lasciano perplessi quelli che aspettano anni “per sapere scegliere bene” e poi magari prima convivono per essere ben sicuri…. ma sicuri di un’altra persona non lo saremmo mai!

  2. Gabry says:

    @Claudio: non condivido pienamente questo articolo. Son d’accordo sul fatto che la donna debba farcela da solo così come l’uomo.. ma non credo che tutti i “luoghi” abbiano la stessa età, questo per dire che da qualche parte o in qualche persona siamo ancora nell’Ottocento. Inoltre, anche leggendo “Le Héros aux mille et un visages”.. in alcune fiabe da Campbell citate viene ripreso il prince charmant come “forza” importante per talune persone che non hanno risposto alla “chiamata” e son cadute in un sonno profondo…

  3. Roberto B. says:

    “fiaba dell’ottocento, un secolo fortemente impegnato a tenere addormentate il più possibile, in attesa del principe, le donne che cominciavano a scalpitare”.
    Condivido pienamente questo punto che chiarisce bene il ruolo repressivo di queste idee inculcate in età giovanile. L’aspirante principessa azzurra adotterà un comportamento estremamente passivo, non dovrà fare assolutamente nulla e non avere alcuna capacità particolare all’infuori dell’esser gradevole al futuro principe azzurro.
    L’inutilità della principessa non è un incidente di percorso o frutto di una pigrizia o incapacità. L’inutilità fa parte attivamente dello schema del principe azzurro. L’unica attività rilevante della principessa sarà quella di rompere le scatole quando il principe non soddisferà le sue aspettative. Nessuna relazione, solo adesioni ad idee stabilite a priori da far eseguire all’altro.

  4. Sandro says:

    Personalmente la vedo in un altro modo: ossia, questo film altro non è che un prodotto dell’odierno femminismo, alimentato dagli stessi uomini, che tende a dare un’immagine di femmina “forte e guerriera, nonché superiore agli uomini anche in combattimento”, ossia una vera e propria barzelletta…
    Per il resto, ben venga la fine del “principe azzurro”, visto e considerato che delle “dame” non vi è più traccia alcuna da decenni. E ben venga anche la fine della cosiddetta cavalleria maschile, poiché in tempi di parità – anzi, di “superiorità femminile”…- non se ne capisce proprio il senso.

  5. mercuriade says:

    Se mi permette una domanda, prof. Risé, anche la Biancofiore del “Perceval” di Chretien de Troyes fa parte di quelle “Belle addormentate”, dal momento che è prigioniera, assediata nel suo castello e non può far altro che attendere un cavaliere che venga a liberarla?

  6. stefano degli abbati says:

    caro professore sono tanto d’accordo con quello che lei dice che, prima che lo dicesse, c’ho scritto su una favola e poi sono andato avanti a lavorarci su, scoprendo cose forse interessanti nell’ambito della psicologia…come si fa a contattarla 1) per intervistarla e 2) condividerle? Un saluto…Stefano

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