Per essere padri non basta fare i papà

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 26 novembre 2012, www.ilmattino.it

Qualcosa cambia tra lo Stato e i padri. A Firenze, un padre separato si è rifiutato di vedere la sua bambina solo tre ore alla settimana. Non avrebbe più potuto – ha detto – metterla a letto dopo il pomeriggio e raccontarle la fiaba prima di dormire. Ciò avrebbe deluso la bimba e distrutto la sua immagine di padre. L’ex moglie l’ha denunciato. Ha rischiato tre anni di prigione per poter continuare a fare, almeno un po’, il papà. Ma il giudice, donna, l’ha assolto, come chiedeva la pm.
Dare regole più giuste alla gestione dei figli dopo la separazione servirà, speriamo, a svelenire un po’ i difficili rapporti tra uomini e donne.
L’esercito dei padri separati, tra l’altro riconosciuti ormai come componente inquietante delle “nuove povertà” (anche per la perdita della casa da cui vengono colpiti), soltanto se trattato con umanità e non partendo da posizioni ideologiche può diventare risorsa di cambiamento, e non elemento di destabilizzazione.
Per sviluppare questo nuovo clima, più capace di ascolto, dovremmo, forse, abituarci tutti a non prendere posizioni “contro” i padri o le madri, gli uomini o le donne, come se queste categorie fossero composte al loro interno da persone tutte uguali. E soprattutto come se le loro responsabilità, i loro difetti, i guai da essi procurati non fossero ampiamente condivisi tra padri e madri, uomini e donne, tutti impegnati a fare con fatica il meglio che possono, spesso tuttavia clamorosamente insufficiente a far funzionare la famiglia, crescere bene i figli, sviluppare la società.
Per questo parlare “contro i padri”, o le madri, (come anche si è cominciato a fare, definite via via, nei titoli dei libri, cattive, cattivissime, terribili, etc.), rischia soprattutto di aggiungere nuove frustrazioni alle molte già presenti sul campo.
Quanto è utile, infatti, spararsi (a volte reciprocamente) sui piedi? Viene da pensarlo anche leggendo il recentissimo, e nei contenuti ottimo e stimolante “Contro i papà. Come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli”, di Antonio Polito.
L’autore descrive con precisione come gli uomini abbiano fatto i papà e non i padri, non opponendosi ai figli, non provocandone la rivolta favorendone così l’emancipazione.
Ma potevano fare altrimenti? Per rispondere occorre riflettere sulla colpevolizzazione che grava oggi sulla figura del padre.
Il giorno della festa della Sacra Famiglia sono molti i preti che insistono nel chiedere di non pensare a Dio come il Padre, che giudica e magari punisce, ma come un papà, affettuoso, tenero, comprensivo.
Fino a Noemi Letizia ne ho sentiti diversi spingersi a sollecitare i fedeli a pensare il Signore come papi (poi hanno smesso). Temo che ci sia una predica già “predisposta”, sull’argomento.
Ciò conta, perché la differenza che fonda le due figure del padre e del papà è lì, sul piano simbolico (quindi religioso).
Se il padre diventa una parola impronunciabile, nella vita quotidiana non sarà semplice essere qualcosa di più di un papà. Tant’è che quando provi a farlo, come quei padri che hanno cercato di non mantenere a vita figli nullafacenti e pocostudianti, la stessa Cassazione (come Polito ricorda), ti riporta all’ordine e ti condanna a mantenerli fino a trenta, quarant’anni, e anche dopo.
E le madri? Nelle istanze di separazione e divorzio accusano i “padri” di autoritarismo appena questi chiedono che il figlio faccia almeno uno sport, temerarietà perché gli organizzano un corso all’estero, indifferenza per la salute perché lo mandano a calcetto.
Il fatto è che il “padre” non è l’uomo. E’ una cultura. In Italia abolita. Per ora.

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One Response to Per essere padri non basta fare i papà

  1. JanQuarius says:

    Condivido l’articolo.
    Essendo io un non-appartenente alla cultura italiana, posso affermare che anche in altri paesi la storia dei padri è molto simile… purtroppo

    Saluti!

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