Il Dio dei sensi

(Claudio Risé a Paolo Rodari. Il Foglio, sabato 15 dicembre 2012, www.ilfoglio.it)

Spiega lo psicoterapeuta Claudio Risé che “la psicologia moderna, che si crede pratica e utilitaria, è poco abituata a vedere la trascendenza nei rapporti sessuali. Con l’eccezione del pensiero junghiano, che ha individuato il transpersonale “inconscio collettivo”, coi suoi Archetipi invarianti nel tempo, la relazione tra sessualità e trascendenza più che in psicologia è studiata principalmente nella storia delle religioni e dalla filosofia. E’ su  questi terreni che vengono esplorati  i sensi  come strumenti per rompere la chiusura dell’Io e arrivare all’altra persona, e di lì all’Altro, infinito.
Il cristianesimo esplicita tutto ciò con la sua particolare passione per l’Incarnazione. E’ la scandalosa religione in cui Dio prende il corpo di un uomo, muore e rinasce con quello.  Se l’essere umano, col suo corpo, è immagine e somiglianza di Dio, amarlo e desiderarlo è un’esperienza sensata e religiosa, mentre il disprezzarlo è irrazionale e blasfemo.
Anche nella mistica cristiana il corpo è importante. “La bellezza seduce la carne per arrivare all’anima” dice Simone Weil. L’esperienza religiosa è l’incontro con l’amante-Gesù, sia che a cercarlo sia una delle molte mistiche che l’hanno trovato, sia che sia Giovanni della Croce, in vesti femminili. Ma l’incontro corpo-trascendenza c’è anche in altre religioni, ad esempio nel buddismo tibetano (che si avvale di tutta l’esperienza tantrica), dove i sensi sono un campo illimitato di percezioni che attraverso le esperienze della vita quotidiana  ci permettono di comunicare col trascendente”.
C’è, dunque, nell’atto sessuale una tensione ad andare oltre?
“Certo, ogni gesto umano ha un senso (inteso proprio come direzione), tende verso qualche cosa. Anche nell’esperienza terapeutica la soluzione si fa strada quando chi riflette su se stesso, su ciò che fa e cosa prova, riesce a vedere verso dove lo portino le proprie azioni e i propri sentimenti. Decisiva è la comprensione del proprio materiale profondo, il riconoscimento di ciò che nell’intimo ci spinge ad agire, quindi anche nell’atto sessuale.
I materiali forniti dall’inconscio, i sogni, ma anche altre immagini spontanee (come quelle che emergono negli atti creativi) ci svelano l’origine dei nostri movimenti. Che ha fondamenti profondi.
Scopriamo così che l’altro verso cui andiamo è l’“agente trasformatore” (come lo chiamava Nietzsche), quello che ci consente di rompere la prigione di un Ego uguale a sé stesso (e quindi statico e destinato alla malattia), e di diventare una “molteplicità di forze”, di passare da una vita identica a una “vita vivente” (ancora Nietzsche, più che le psicologie).
Insomma l’altro, e la passione per l’altro (da chi mi sta di fronte fino a Dio), è il grande motore  dello sviluppo umano.
Certo, spesso non riusciamo a vedere questo sfondo più ampio del “tendere verso” dei nostri sensi e della nostra anima. E non solo perché le pedagogie e psicologie “secolarizzate” non ci aiutano, perché troppo strette rispetto agli ampi orizzonti umani.
Ma perché molto spesso qualcosa non ha funzionato col primo corpo con cui ci siamo uniti e che abbiamo appassionatamente amato: quello di nostra madre. E’ allora che si manifesta una coazione a ripetere infinite volte un abbraccio inappagante, meccanico, che non scalda il cuore, e non ci rassicura affatto.
Dietro la pornografia agìta o consumata insomma, l’origine complessuale c’è quasi sempre, e così il fantasma del corpo che l’essere umano ha incontrato nel suo formarsi: quello della madre.
Per Sigmund Freud la madre è l’involucro protettivo dal quale ogni piccolo trauma si ritroverà poi nei successivi rapporti col proprio corpo e il corpo degli altri. Spesso nel sesso compulsivo (come in altre manifestazioni ossessive, oggi frequentissime), si cerca di ripetere quell’unione ferita con la madre.
La psicoanalisi dell’infanzia ha fornito studi molto approfonditi su questo enorme campo di osservazione (compresa la vita prenatale). E’ quello il principale laboratorio del malessere contemporaneo.
Il dibattito mediatico e l’attività legislativa su donne e famiglia però se ne occupano poco, perché richiederebbe di ripensare a troppe cose, e non è facile”.  
La pornografia come lavoro, invece, perché?
“Non c’è un’unica motivazione. Oltre ai soldi, c’è chi la fa per esibizionismo, chi per aggressività verso l’altro, chi per plateale manifestazione di potere, e/o ansia di perderlo. Ma ogni individuo è diverso, non c’è una risposta comune. Ogni percorso ha il suo senso. E le sue dissennatezze”.

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