Stato e vita privata. Una convivenza difficile

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 14 gennaio 2013, www.ilmattino.it

Quando lo Stato fatica a tenere i conti a posto, mette il naso nella vita privata dei sudditi, cercando nuovi spazi al proprio potere, e nuove categorie e tipi di “sudditi” da fidelizzare con apposite norme. Il filosofo Michel Foucault la chiamava “biopolitica”: quella che investiga e regola sessualità, natalità, stili di vita, alla ricerca di elettori e potere. Servono però precauzioni. Spesso, infatti, lo Stato o i suoi organi sanno poco di queste materie, estranee alle loro mansioni.
Il rischio è quello di seguire le indicazioni di consiglieri politici più interessati alla propria influenza personale che ad ascoltare ciò che pensa la gente. Si suscitano così reazioni scomposte, che disturbano la tranquillità e la vita privata delle stesse categorie che si pretendono di proteggere. E’ quanto sta accadendo in Francia a proposito della legge sul matrimonio omosessuale.
A quante persone serve questa legge? Agli omosessuali, che parteciperanno alla manifestazione anti matrimonio di Parigi con una loro associazione Plus gay sans le mariage (più contenti senza il matrimonio), non è certo che interessi molto. Sul milione di Pacs (Patto di solidarietà sociale), censiti nel 2010, le coppie omosessuali rappresentavano solo il 6%. Poiché però gli omosessuali sono molto di più (sembra il 6% della popolazione), forse non sono interessati al matrimonio.
Questa è stata del resto, fin dall’inizio del dibattito sul matrimonio tra persone dello stesso sesso la posizione di molti intellettuali omosessuali, da Pasolini a Zeffirelli a Testori, che mettevano in rilievo, in modo diverso, il maggior grado di libertà di quelle unioni e comunque le profonde diversità rispetto a quelle eterosessuali.
I dirigenti dei movimenti gay, occupati a tesserarli nei vari partiti, dissero che erano posizioni “vecchie”. Ma forse non era così vero, se oggi il leader dell’associazione francese più contenti senza il matrimonio, dice che la maggior parte degli associati “si sbellica dalle risate all’idea di sposarsi”.
L’impressione è che la biopolitica segua le orme della vecchia politica: ideologizzare i comportamenti umani in modo da farne delle piattaforme per poteri politici e burocrazie specializzate. Ma non è detto che riesca sempre; anche perché in tempi di crisi la gente si aspetta interventi governativi più direttamente utili alle persone, e non a nuove burocrazie politiche.
Tutto questo vale anche per il confuso discorso che si va facendo su come assicurare il “diritto” delle varie coppie ad avere bambini.
Questo diritto non esiste, perché il bambino non è “oggetto” di diritti. E’ lui il bambino, il titolare di diritti. Per esempio quelli (moltissimi) elencati nella Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e l’Adolescenza, approvata dall’ONU nel 1989 e ratificata due anni dopo dall’Italia (che la infrange spesso).
In quanto soggetto di diritti umani, il bambino non può, inoltre, essere “fabbricato” (come si fa invece con gli oggetti), assemblandone varie parti.
Benedetto XVI e il Rabbino capo di Francia Gilles Bernheim hanno detto e scritto in proposito testi che sarebbero utili ai politici, se non altro per la precisione terminologica e l’evidente competenza in materia.
Insomma, per produrre norme e sentenze sulla vita bisogna conoscerla direttamente, e studiarla in tutte le sue forme e implicazioni, con occhio ispirato dall’amore per l’essere umano e non da calcoli elettorali e progetti di potere.
La differenza tra biopolitica e marketing è precisa: il secondo si occupa di merci, la prima mette il naso nella vita e nell’uomo. Per questo bisogna tenerla d’occhio.

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