Quei bambini in rivolta contro i rumori

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 25 febbraio 2013, www.ilmattino.it

È un popolo silenzioso, che vive con noi, ma di rado ci parla, e poco ci ascolta. Sono i nostri bambini autistici. Uno su cento è così, ma il loro numero è in aumento: in Occidente raddoppia ogni sei anni. Anche perché lo “spettro autistico”, il campo di questi disturbi, si allarga sempre di più.
In generale, gli autistici sono quelli che non giocano il nostro gioco. Nel mondo della “comunicazione” e delle chiacchiere, loro tacciono. E sono loro a decidere cosa ascoltare, cosa guardare. In un mondo sempre più uguale e uniforme, sono i diversi per eccellenza.
Il loro codice genetico è soggetto a cambiamenti assenti nelle altre persone. Le loro aree cerebrali presentano diversità da quelle degli altri, ed anche molto variate da loro. Sono un vero rompicapo per la scienza, perché la diagnosi di cosa non va è in loro molto diversa da persona a persona. E’ certo però che sono nella stragrande maggioranza maschi: 8 a 1.
Non facili da trattare, come racconta ora Gianluca Nicoletti, nel libro dove descrive la sua tenera e competente esperienza di padre di un bimbo autistico (Una notte ho sognato che parlavi).
Per il resto, ogni storia è diversa.
Le spiegazioni scientifiche cambiano. Negli anni 60 del secolo scorso si dava alla “madre fredda” la “colpa” di generare la silenziosa protesta dei figli. Poi, con l’avanzare delle neuroscienze, si notò che in molte parti del loro cervello, da quelle più nuove come la “corteccia” a quelle più antiche come il sistema limbico, c’erano diversità significative, variabili tra l’altro dall’una all’altra persona.
Con gli sviluppi della genetica poi, si scoprì che anche lì accadevano processi particolari, che provocavano “riaccomodamenti” nel loro codice genetico (che potevano poi nuovamente mutare).
Nella gran parte dei casi, comunque, non c’è una causa specifica ma molte insieme. Insomma una “multifattorialità” come si usa dire con altra orrenda parola (e chissà se nel silenzio degli autistici non ci sia anche una protesta contro l’imbarbarirsi del linguaggio).
Il fatto è che questi bimbi sono diversi e che da quel che pare di capire “vogliono” fortemente esserlo.
Nella loro diversità, però, manifestano una presenza che molti bambini normali non sembrano avere.
Anche il loro rifiuto dei rumori, ad esempio, in un mondo infestato da suoni di ogni genere è come un programma di vita, e una richiesta non completamente insensata.
In generale, la caratteristica comune a tutti loro è il sottrarsi alla maggior parte dei condizionamenti esterni. Decidono loro cosa va bene. Alla fine fanno quello che interessa a loro, o che gli va di fare.
Possono diventare ottimi matematici, o rivelarsi straordinari pelatori di patate, o instancabili trasportatori di acqua nei secchi dalla fontana al lavello, al posto di tubi mancanti.
Nella loro intensità silenziosa, però, hanno altre capacità profonde e misteriose.
Nicoletti dice che non è niente, ma intanto, una volta che dovevano andare nella loro casa di campagna, in Abruzzo, il ragazzino si è opposto fieramente, sono tornati a Roma, e lassù è venuto il terremoto, e la casa è crollata.
Fernand Deligny, che portava i ragazzi autistici nel casolare di un’asciutta campagna francese, ha scoperto che le loro passeggiate preferite ritrovavano i percorsi sotterranei dell’acqua.
Certo, in un mondo costruito sul linguaggio e la comunicazione, loro ne tagliano il 90%, e lo buttano via.
Ma non ci sarà una ragione se questi bambini aumentano?
Forse abbiamo esagerato con parole, ragionamenti, e gesti stereotipati. Finalmente dei diversi che non vogliono essere come gli altri.

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2 Responses to Quei bambini in rivolta contro i rumori

  1. Telise says:

    Ricalchi pensieri pensati che dovremmo aver il coraggio di ascoltare profondamente.

    Mi discosto dal tema dell’autismo, per proporre uno spunto di riflessione legato alla mia esperienza.

    Mesi trascorsi senza “rapporto” con la televisione e altre comodità oggi alla portata di chiunque e feci ritorno a casa. La notte, quando andavo in camera per riposare un rumore fastidioso e continuamente in moto mi disturbava, arrivava dalla scatoletta-decoder collegata alla televisione, un nuovo acquisto. Staccai la spina e riposai. Così feci le notti successive.
    Entro breve mi venne fatto presente che- in tal modo- la televisione necessitava di alcuni minuti per sintonizzarsi nuovamente e, quindi, evitare di ripetermi. Per alcune notti seguitai col mio comportamento, insensato agli occhi della famiglia, questo volta stimolata da un senso primitivo di ribellione, di incapacità profonda di accettare, poi.. deposi le armi e mi misi di fronte alla televisione di nuovo. Nella quiete del nulla. Nella decisione “democratica” del canale da vedere. Tra i commenti di finzione che rendiamo reale.

    La notte, la scatoletta continuava a lavorare, sbuffare, registrare. Rappresentava qualcosa di più desiderabile di un riposo piacevole. Rappresentava decisamente qualcosa! E forse non è stato il rumore notturno a segnarmi maggiormente ma il condizionamento che esercita, su me medesima.

    La diversità in un mondo che sfrutta le potenzialità della standardizzazione, può presentarsi come nuova chiave di lettura, come accesso ad una comprensione più ampia, come volontà di un cambiamento sensato, protratto. Ma dobbiamo avere il coraggio di cominciare di nuovo a pensare e di ascoltare i nostri pensieri, e di comprendere quante cose entrino nei nostri pensieri e ci condizionano i comportamenti, i desideri, il senso di impotenza. Bisogna avere il coraggio di cominciare da se stessi, chiudendo il più possibile il rubinetto dei condizionamenti fini a se stessi e porsi in una condizione tale da poter pensare serenamente, perché se rimane difficile pensare serenamente, come possiamo scegliere in base al nostro volere e sentire?
    Penso sia veramente un ottimo stimolo esercitarsi alla libertà di pensiero, quella che può arrivare a mettere in discussione tutto, persino l’esistenza dei marcia-piedi, perché no? Possiamo pensare quello che vogliamo, questa è la verità.

    Il libero arbitrio concerne l’area della bocca,mi hanno detto, quello che entra e quello che esce. Amplierei, per modernizzare, il concetto: il libero arbitrio riguarda il nutrimento (quel di cui ci cibiamo in senso ampio, anche il cervello si nutre) cui ci esponiamo e la comunicazione che agevoliamo.

    Grazie dell’articolo. Con sensibilità e sperando di non essere stata indelicata o offensiva per alcuno nel parlare liberamente in risposta.

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