Oggi ai figli serve il padre. Per imparare a crescere

padre(Di Claudio Risé, da “Il Giornale”, 27 marzo 2013, www.ilgiornale.it)

Per oltre quarant’anni la figura paterna è stata definita superflua e autoritaria. Ma il malessere psichico di molti pazienti si spiega proprio con la sua assenza

La madre è indispensabile per nascere, ed entrare nella vita; il padre per crescere ed entrare nel tempo e nella storia. Entrambi per vivere, e imparare ad amare ed essere amati.
So bene che si tratta di un’affermazione scandalosamente sentimentale in tempi in cui i governi occidentali progettano di chiamare i genitori con le lettere dell’alfabeto (i numeri sarebbero già troppo personali, e gerarchici. Per quanto anche le lettere vengono una prima, l’altra dopo… Come la metteranno? Beh, se la vedranno loro).
Mi sento però di dirla, questa cosa impronunciabile, poiché da più di 35 anni mi aggiro (su loro richiesta) nella psiche di persone sofferenti, condividendone il dolore e la speranza. Che diventa molto spesso quella di uscire da un materno di cui si sentono tuttora in qualche modo prigionieri, e incontrare un «paterno» affettuoso e sicuro, che li aiuti ad affezionarsi alla propria libertà.
Naturalmente questo «materno» non è più la madre (almeno spesso, troppe volte però è ancora lei), ma è diventato ormai il modo di essere della persona (femmina o maschio che sia), in costante attesa di riconoscimento, accudimento e nutrimento. E quello che manca è appunto il maschile-paterno, capace di iniziativa, azione, e disposto ad assumersene la responsabilità. Manca (e abbiamo visto il perché) sia ai maschi sia a molte donne, comunque più attive, perché quasi mai la figura materna è mancata, mentre quella paterna è stata spesso assente.
Il risultato è una società malata. L’ultima valutazione letta, riferiva che il 38,2% della popolazione europea soffre nel corso della vita almeno di un disturbo psichico. È un dato impressionante, che conferma come il primo nemico del mondo occidentale oggi sia la sua stessa follia.
Dove si origina, questa malattia? La storia della psichiatria e della psicologia clinica ha ormai ampiamente illustrato come le principali forme – psicosi e schizofrenie – prendano forma all’inizio della vita umana. In quel delicato tempo dell’esistenza nel quale i discorsi e le «produzioni culturali» oggi tanto esaltate contano niente, e tutto si gioca su un piano molto più elementare e insieme profondo. Dove, invece, decisivi sono la presenza e il sentimento del legame. Certamente dominante è quello madre-bambino. Ma quindi tanto più importanti sono anche gli altri due legami: padre-madre e padre-bambino, indispensabili per aiutare in seguito il piccolo a uscire dalla totalità materna, con cui all’inizio è necessariamente identificato, facendolo così gradualmente passare dalla dipendenza alla soggettività e alla libertà.
Anche qui, però, stiamo già parlando di fatti che oggi è pressoché proibito anche solo nominare. Il legame, per esempio. Non solo nel discorso mediatico più superficiale, ma anche nel saggio, o nella lezione universitaria, oggi parlare di legami è imbarazzante. «Fa» retrò, oscurantismo, reazione.
Ci si è completamente dimenticati che i due legami fondamentali, quello con la madre, poi con il padre sono costitutivi della personalità, che senza di essi non prende forma, rimane «liquida» come è stata definita la stessa società di oggi. Solo che la personalità liquida, senza forme e contenimenti, scivola appunto nel malessere psichico.
I legami affettivi originari, costitutivi di identità, ci mettono al riparo dalla confusione e dalla malattia. E si esprimono, innanzitutto, attraverso i sensi: il tatto, lo sguardo, la manipolazione, l’abbraccio.
Tutta questa sfera, oggi, è in difficoltà profonda, a causa dell’intellettualizzazione dei rapporti, della fobia ideologica verso i legami, e della dimenticanza (o ignoranza) che senza di essi non esiste neppure la libertà. Vale a dire la condizione esistenziale e psicologica che questo libro considera la base necessaria al benessere psichico (e naturalmente anche fisico, giacché non esiste separazione tra psiche e soma, corpo).
La mancanza di questi legami originari, fondativi della stessa identità personale, impedisce che essa si costituisca anche dopo, più tardi. La madre che nessun marito innamorato ha aiutato a separarsi dal figlio/a, non lo lascerà neppure dopo, continuando a considerarlo una parte di sé, una proprietà personale.
Tutto perduto allora? Non credo. Anche se il cammino è lungo, la recente (febbraio 2013) manifestazione di Parigi, promossa da persone di ogni tipo e orientamento, ma riunite dal senso comune, contro la legge sul matrimonio omosessuale e la sostituzione di «genitore A» e «genitore B» a padre e madre è stata, per esempio, un segnale importante. La cancellazione dei due sessi, la «soluzione finale» contro il padre e la sostituzione della famiglia con burocrati senza passioni, nascosti dietro a una segnaletica di lettere dell’alfabeto, non avverranno domani, come non sono avvenute ieri, quando hanno provato a realizzarle sia il nazismo sia il comunismo.
L’essere umano vuole amare ed essere amato. Il bambino, la donna, l’uomo, vogliono amare ed essere amati. Il potere può, come è accaduto anche negli ultimi trent’anni, farli ammalare, anche gravemente, intrappolandoli nelle diverse forme del «prometeismo tecnologico» come l’ha chiamato il Papa. Vale a dire di un’onnipotenza che sottragga l’uomo al limite (e alla reale grandezza) della creatura. Tuttavia quando è debole e disperato, quando tutto sta per perdere senso, l’umano lancia, come fece il popolo ebraico, il grido d’aiuto al Padre (quello che conta davvero).
Da lì comincia l’Esodo, il cammino verso la libertà. È accaduto innumerevoli volte e sta accadendo ancora. In ognuno di noi.

Claudio Risé
(Fonte: Il Giornale)

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4 Responses to Oggi ai figli serve il padre. Per imparare a crescere

  1. Ciro Pica says:

    molto bello.grande nella conclusione!

  2. Marta says:

    Grazie Risé,
    il suo libro sarà per molti un prezioso dono di Pasqua, un augurio di una rinnovata vita insieme e accompagnati dal Padre.
    Buona Pasqua

  3. Pingback: “Papà dove sei?”: riscopriamo la figura paterna | Psicofisico

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