Lo Stato contro il padre, ci vuole tutti malati

padre(Recensione del libro di Claudio Risé, Il padre libertà dono, a cura di Paolo Marcon)

Fuori dal “sociologico recinto d’obbligo”. E’ lì che conduce, sempre, la lettura dei libri di Claudio Risé. Che non mirano direttamente a spiegare, definire minuziosamente, prima di tutto invitano a guardare con rispetto e curiosità alle esperienze di quella vita che origina dal padre e dalla madre, lungo tutto il suo sviluppo.

L’approccio qui adottato è multidisciplinare, non limitato al campo psicoanalitico: Il padre libertà dono (Edizioni Ares) è forse l’opera più radicale – perciò indubbiamente anti-politica –, dell’Autore.

E’ nei pressi di: libertà, salute, schiavitù , “malattia” (quest’ultimo termine, invero, adoperato con molta cautela da Risé, che nella sua riflessione cita anche orientamenti eterodossi, quali l’etnopsichiatria), che si sviluppano le argomentazioni appassionate di questo lavoro. Non si tratta, beninteso, di concetti astratti, bensì di fatti concreti, fenomeni di cui fare (facciamo) esperienza.

Libertà allora – ricorda Risé, non è un’astrazione, è la “sorgente viva dell’essere”, ciò che permette di correre l’avventura della formazione della propria identità. E’ sempre un fatto presente (o assente) in un essere umano, in un singolo essere umano. “Libertà” è un fatto personale, appassionarsi alla libertà è appassionarsi alla propria libertà, appassionarsi a Sé. Alla difesa della propria integrità/salute, dalle aggressioni esterne (mosse dagli “idoli collettivi”) e dalle pulsioni coattive interne (slegate dal principio di realtà, e finalmente dallo stesso principio di piacere), che minano la capacità di ricercare il proprio benessere. In una dimensione dinamica: perché “libertà” non è un “dato”, è un processo, un continuo “percorso di liberazione”.

Il disagio psichico, così drammaticamente diffuso oggi, è pertanto un indebolimento di questa capacità di essere presenti a sé stessi, con la propria libertà. E’ lo stato di chi “si sente agito”, invaso. Di chi è ridotto in schiavitù. Anche se spesso, suggerisce Risé, si tratta di “servitù volontaria”, fenomeno studiato nella modernità dalla scienza della politica (De La Boétie), ma da sempre minaccia presente nella psiche umana, quando l’essere si subordina alla pretesa “volontà” di un piccolo e spaventato Io, magari delirante d’onnipotenza.

“Il malato, come ricorda più volte C. G. Jung, è il più delle volte qualcuno che, per ragioni biografiche o fisiologiche personali, non è in grado di restituire al collettivo sociale le sue patologie, e ne rimane intossicato e travolto”. E’ nell’indagare questa relazione tra mal-essere individuale e disagio collettivo che l’Autore individua nella “dipendenza” il centro di ogni nevrosi, coazione a ripetere comportamenti che ci fanno male: “La resistenza e opposizione all’uscita dalla dipendenza, alla conquista della libertà e responsabilità personale, è oggi la più potente fonte di malessere”.

E’ diventato “politicamente scorretto” ricordarlo, ma ogni situazione di dipendenza, mancanza di libertà e responsabilità, è immagine di quella prima, comoda, relazione fusionale del figlio con la madre, governata dal principio dell’immediata soddisfazione del bisogno. La profondità e la completezza di questa relazione primaria è di fondamentale importanza, per il futuro benessere psichico del figlio (Risé gli dedica un intero capitolo di questo libro); essa tuttavia deve interrompersi, per far entrare nel tempo il figlio, dare l’avvio alla sua avventura di libertà. Se manca questo principio di individuazione, il figlio, anche adulto, è destinato a non uscire dall’universo infantile ed adolescenziale delle dipendenze: dalle persone che incontra, ama, dalle sostanze, dai bisogni indotti e, sempre con più evidenza, come osserva Risé, “dalle strutture tecnoscientifiche, forme organizzative o di conoscenza collettive”. Si tratta, anche, di quella Grande Madre-Stato cui il piccolo Io rivolge le sue “aspettative di tipo magico” (cit.), nel vano tentativo di placare le proprie angosce riversandole in strutture fuori dall’umano. Va da sé che siamo in presenza di un “circolo uroborico”: ad ogni fatale fallimento di queste aspettative riposte nel “collettivo”, riesplodono angoscia ed aggressività, che portano nuove ragioni al potere, e ai suoi organi di controllo.

Spezzare questo circolo vizioso della dipendenza, significa pensare un altrove che permetta di viversi in movimento nell’incontro con l’altro. Il padre – sottolinea Risé -, è il luogo di questo Altrove, è il terzo che rompe la fusionalità originaria con la madre, ed è quindi la risorsa (la “risorsa Padre”), cui l’individuo rivolge il proprio desiderio di indipendenza, autonomia e libertà.

L’urgenza di cogliere questo aspetto liberatore del volto paterno, sembra tuttavia richiedere la conquista di una posizione radicalmente critica, rispetto a tutti i poteri/saperi vigenti. Significa, per esempio, (attualissime ed utilissime le argomentazioni di Risé sul punto, in un momento in cui i giovani più intelligenti hanno infinite buone ragioni per sentirsi traditi dai padri), superare l’Edipo freudiano, che getta in una competizione di potere, tutta centrata sull’autoritarismo, padre e figlio. Ed ha portato ad interpretare le contestazioni degli anni Settanta come una “rivolta contro il padre”, quando invece proprio quelle vecchie classi politiche ingessate avevano contribuito a liquidare definitivamente il principio paterno.

In breve, il “passaggio al padre” esige l’oltrepassamento della sua freudiana identificazione nel garante della legge.

Scrive limpidamente Risé: “Il diritto non lo produce il «padre», ma il legislatore, che come vedremo in questo libro non ha attualmente per lui nessuna simpatia. E’ quindi ora di sfilare il padre dalla pesante responsabilità del diritto della modernità, prodotto da Stati e sistemi nazionali e internazionali fortemente burocratici e quindi ostili a un’autentica libertà personale”.

Lungi dall’essere  visto come rappresentante della legge, il padre nel diritto (im)positivo dello Stato, e specialmente negli ultimi quarant’anni, è sempre più un autentico “fuorilegge”, qualcuno da guardare con sospetto, mettere fuorigioco, nel diritto di famiglia come nella cultura dominante, per le possibilità educative  che incarna e i loro esiti emancipativi dell’individuo rispetto a strutture di potere burocratico.

Non sono le pulsioni individuali coattive e slegate a preoccupare l’organizzazione politica e sociale contemporanea: quelle, anzi, vengono legittimate ed eccitate, con l’incessante e molto liberal opera di regolamento e normazione, giacché indeboliscono l’individuo ed il suo potere su di sé, diretto alla cura di un progetto di vita personale, mentre ampliano il potere di controllo dell’organizzazione stessa. E’ la forza trasformativa del padre, che va messa (viene messa), letteralmente fuorilegge. Come illustrano drammaticamente e radicalmente le legislazioni abortiste, che sanciscono la totale irresponsabilità paterna, con la rozza pretesa di assoluta esclusione del maschio-padre dalla vicenda procreativa, e dal destino del figlio.

Che la nostra sia una “società senza padri” è, d’altro canto, un dato acquisito persino dalla sociologia degli anni Sessanta. Il padre libertà dono, di Claudio Risé, non si limita però a chiarire le dinamiche profonde che conducono una società senza padri ad essere una “società di eterni adolescenti”, per dirla con Robert Bly (ma in modo non dissimile il pensiero libertario, con H. H. Hoppe, parla di “società infantilizzata”). Ci fornisce altresì le piste delle possibili vie d’uscita, che si aprono dinanzi a noi proprio mentre tutto sembra comandato dall’abitudine, e dalla servitù. Per esempio gli sviluppi delle neuroscienze (che hanno ormai superato ogni tipo di precedente “nichilismo neurologico”) ci richiamano fortemente al nostro personale impegno etico nel progresso delle nostre responsabilità e libertà individuali. Ed è soprattutto in questo impegno etico che possiamo avvalerci di quella che Risé chiama: “risorsa Padre”.

Ma chi è, allora, il padre? Come possiamo incontrare questo “fuorilegge”, ed allearci con lui?

Il padre è una risorsa personale di carattere simbolico, che certo impegna direttamente anche i padri in carne ed ossa, biologici o spirituali che siano. E’ un archetipo, ossia un contenuto della psiche individuale di ciascuno di noi. Il padre libertà dono, attraversando le narrazioni del mito e della religione, ci avvicina alla complessità di questa “forza liberatrice”, che non sempre si è presentata in modo univoco e privo d’oscurità alla coscienza storica dell’umanità. Perché ciò che salva, liberandoci dalle nostre false rassicurazioni, non può che inquietare, finché non si è pronti ad accettare la perdita delle nostre più castranti abitudini, e modi di pensiero.

E’ in questa alleanza padre-figlio, che l’avvento di Gesù porta alla piena coscienza cristiana, che il figlio si riconosce creatura di un padre promotore ed amante della vita, e può dunque rinunciare ai deliri di onnipotenza, alle presunzioni fatali, ai “sentimenti oceanici” e alle visioni più disperate, per aprirsi finalmente con fiducia e realismo all’avventura della libertà. Un’alleanza profonda prima di tutto spirituale e psicologica, che non prevede imposizioni, ma si nutre reciprocamente in una sfida educativa ed autoeducativa in cui il padre stesso può avvalersi del sapere e dello sguardo nuovo del figlio, come insegna la bellissima saga nordica, citata nel testo, dell’Erlkoenig.

Il padre libertà dono chiarisce come il percorso di liberazione sia un Esodo personale, sempre infestato di insidie interne ed esterne, una via certamente scomoda, ma l’unica che permette di trovare il proprio senso per aiutare l’altro a trovare il proprio.

 Paolo Marcon

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