Scusa papà, ma dove sei finito?

padre(Intervista a Claudio Risé, di Angela Frenda, da “Io Donna”, 13 aprile 2013)

“Negli ultimi quarant’anni ci si è spesi con ogni mezzo per definire superflua la figura paterna. E questo indebolimento è alla base della crisi della società” dice Claudio Risé, che al tema ha dedicato un libro. E qui indica la strada per un nuovo equilibrio.

Glielo dicono i suoi pazienti in colloqui sempre più sofferti: «Il papà, con le sue assenze e i suoi disorientamenti, continua a essere uno dei più grandi elementi che causano disagio nei bambini/futuri adulti». Claudio Risé, 73 anni, scrittore e psicoanalista di orientamento junghiano, torna al tema che gli è più caro: i padri moderni. Dopo Il padre. L’assente inaccettabile (San Paolo Edizioni), tradotto in cinque lingue, è nelle librerie con Il Padre. Libertà Dono (Ares).
Risé ne è convinto: «Serve un padre, per differenziarsi dalla madre, per accettare le ferite e riconoscerne il senso, ed esprimere il proprio Sé. Entrando così personalmente nel tempo e nella storia».

Da dove nasce la sua urgenza di parlare dei papà moderni?
C’è bisogno della figura del padre, colui che mette il figlio nel mondo e lo aiuta a riconoscere le proprie capacità.
Non a caso Barack Obama nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione ha detto: «Ciò che fa di te un uomo non è generare un figlio, ma saperlo crescere. Famiglie più forti creano comunità più forti».
L’indebolimento di questa figura lascia dunque spesso le persone smarrite. In poche parole, la crisi del padre è all’origine della crisi della società.

Quali padri ci sono in giro, secondo la sua esperienza?
C’è un po’ di tutto. Diciamo che si è passati dai padri autoritari un po’ ottocenteschi, che credevano di avere la verità in tasca, a quelli di una ventina di anni fa, molto smarriti e stupiti dei cambiamenti sociali, che vedevano la figura paterna come meno importante. Per arrivare a delle figure, oggi, sicuramente più presenti, che hanno riscoperto l’importanza dei figli.

Lei riconduce alla crisi dei padri anche quella della figura materna…
Le statistiche dei malesseri psichici che colpiscono le attuali società senza padri lo provano ampiamente. Penso al disturbo narcisistico della personalità o allo spettro autistico. All’origine di tutto c’è l’assenza dei padri, gli unici in grado di aiutare i figli a uscire dalla simbiosi con la madre, caratteristica del periodo prenatale e poi nei primi anni di vita.

Ma quando si è cominciato a pensare che il papà non servisse più tanto?
Negli ultimi 40 anni ci si è spesi con tutti i mezzi possibili per definirlo superfluo: cancellandone la presenza (come nelle leggi sull’aborto) o rendendola facoltativa (in quelle sul matrimonio e l’educazione dei figli). E così, progressivamente, si è arrivati a un padre che non ha più diritti.
La colpa però sa di chi è? Dei padri. Che hanno dimostrato grande insensibilità su questo tema. Sono i parlamenti ad aver varato queste leggi, parlamenti a larghissima maggioranza maschile. Quindi è lì che c’è stata l’abdicazione dell’uomo a questa funzione paterna educativa.

Lei cita leggi che hanno significato tanto per la libertà e la salute delle donne e per le quali hanno combattuto anche tanti uomini. Tra l’altro, adesso, il ruolo dei padri sta cambiando…
I papà stanno riscoprendo l’importanza della paternità da quando hanno cominciato a essere buttati fuori di casa. Dopo le sentenze di divorzio che facevano sì che perdessero contemporaneamente figli, casa e moglie. Si tratta di un grande trauma e dramma sociale. Questo è un conflitto aperto, in cui siamo tutti coinvolti.
Trovo abbastanza stupefacente, per esempio, che per tutto il secolo scorso – mi viene in mente Melanie Klein – si sia approfondita l’importanza del rapporto madre e figlio. E poi, quando le donne sono entrate nel mondo del lavoro e servirebbe integrare questa riflessione, la si mette sotto il tappeto perché dà fastidio al femminismo storico. E pensare che sono partito proprio dal pensiero della differenza, per le mie riflessioni. Mi sono detto: guardiamo sotto questo padre barbuto cosa c’è, e mi sono concentrato sullo specifico maschile.

Antonio Polito, nel suo libro Contro i papà (Rizzoli), parla di una nuova categoria, quella dei papà orsetto. Condivide?
Mi sembra sia in corso un’evoluzione, che ha fatto anche degli errori, come quello della categoria dei padri troppo protettivi citati da Polito. Incomincia però a percepirsi il danno di questo maternage e quindi di questo indebolimento della forza reattiva e propositiva dei figli. Sono processi lenti.
Errori del passato verranno rivisti, e alla fine da tutto questo grande dolore si arriverà a cercare dei nuovi equilibri.

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