Si è perso il padre. Torni a fare il liberatore

padre(Claudio Risé, da “L’Ordine”, Supplemento culturale de “La Provincia di Como”, 28 aprile 2013, www.laprovinciadicomo.it)

Il papà è (o dovrebbe essere) colui che mette la prole in contatto col trascendente, con l’al di là del quotidiano, con ciò che oggi si definisce rapidamente ma un po’ genericamente “i valori”

Si fa un gran parlare (finalmente) dei papà. Papà smarriti, papà in via di ritrovamento, papà mammizzati, papà “evaporati”. Si parla però ancora poco del padre. Eppure questa figura simbolica, storica e sociale, è il vero rifornitore di ispirazioni, direzioni ed energie al padre naturale, al papà. Rimanda, certo, a questioni diverse da chi metta i pannolini o lavi i piatti, cavalli di battaglia dei dibattiti sui papà. Tuttavia finché si evita il delicato confronto col padre ed il suo retroterra culturale e simbolico (come quasi sempre si fa), anche il papà non riesce a fare molta strada.
Il fatto è che la figura del genitore trae la propria forza dal contatto col suo Archetipo: il Padre con la P maiuscola, che il credente vede come Dio e di cui anche il non credente riconosce la presenza lungo tutta la storia dell’umanità, in miti, fiabe, leggende, immagini delle arti figurative. La sua assenza diventa anzi un guaio anche per gli Stati più liberal, come ha recentemente riconosciuto il presidente Usa, Obama, subito dopo la rielezione.

Non si parla più di lui
Tuttavia parlarne è oggi assai difficile, perché, come si dice nel dialogo poetico che introduce il mio “Il Padre Libertà Dono” l’ultimo dei miei libri su questo tema: “Del Padre non va detto, se non che non c’è più.
Attento! Stai per violare il tabù
Più grave: parlar del padre. Fermati”.
Convinto della necessità di romperlo ho scritto questo libro. Ma perché il padre è una figura così inquietante da non poterla affrontare se non nella versione “ridotta” del papà?
Il fatto è che il padre, in quanto controfigura terrena e familiare del Padre celeste, è rimasto l’unico vero “avventuriero” del mondo moderno, qualcuno che non si adatta ad essere un semplice “impiegato dello Stato”, un burocrate esecutore di direttive dei diversi ministeri che rivendicano competenza in materia educativa e familiare. Non lo accetta perché la sua storia e la sua funzione è proprio quella di mettere i figli in contatto con un “altrove”, una dimensione anche transpersonale e trascendente di cui i ministeri nulla sanno, perché fanno un altro lavoro.
Come sapeva bene lo scrittore francese Charles Peguy: “C’è un solo avventuriero al mondo: è il padre di famiglia. Tutto nel mondo moderno, e soprattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente… contro l’uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui… Gli uomini… la società; gli automatismi delle leggi economiche… Tutto è… contro il padre di famiglia; e di conseguenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia… Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura…”.
L’avventura del padre rappresenta da sempre un aspetto centrale della vita umana. Già (ad esempio) per Ulisse – Odisseo ritrovare la moglie Penelope e il figlio Telemaco diventa più difficile che fare sì che i greci finalmente conquistino Troia. È più complicato perché nel ri/trovare la famiglia sono in gioco gli affetti primari, le pulsioni sessuali, gli Dei, la natura e i suoi elementi primari: acqua, fuoco, terra, aria. Se non li conosci e non sai dominarli perderai tutto: casa, moglie, figlio. La famiglia non è affatto “semplice”. È una bellissima, grande prova.
A queste antiche difficoltà della formazione paterna la modernità ne aggiunge però un’altra, specifica. Ne parla Honoré de Balzac con la sua esclamazione: “Tagliando la testa al Re, la rivoluzione ha tagliato la testa a tutti i padri di Francia”.

Psicanalisi e spiritualità
Il padre è infatti (dovrebbe essere) anche colui che mette i figli in contatto con l’al di là del quotidiano, con ciò che oggi si definisce un po’ genericamente: “i valori”. Vale a dire appunto i riferimenti che vanno al di là della vita quotidiana. Non limitati al pur importante “aldiquà”, ma riferiti anche al “di là” cui comunque tende l’animo umano. Come dimostra anche l’osservazione dell’inconscio svolta dalla psicoanalisi, pratica laica, ma che incontra gli interrogativi dell’uomo sull’aldilà, le sue speranze, e gli orientamenti che egli cerca nell’esperienza spirituale e religiosa.
La rivoluzione francese, cui si riferiva Balzac, decapitando la comunicazione tra il Re di diritto divino, il “padre” dei francesi e Dio, riduceva la vita di tutti alla dimensione del “secolo”, dell’aldiquà. Mentre una delle funzioni principali del padre è proprio quella di ponte tra vita quotidiana e mondo dei progetti, delle idee e dei valori transpersonali, di passaggio tra aldiquà e aldilà.
Questo aspetto del padre si rivela già all’inizio della vita: è lui che con un gesto d’amore ti mette, insieme alla madre, nel mondo. Un atto creativo che unisce il qui ed ora della vita al prima e al dopo (entrambe dimensioni dell’aldilà), instaurando per chi nasce un rapporto col tempo che caratterizza, assieme alla dimensione del divenire e del crescere, la relazione padre-figlio. Già da qui si coglie l’aspetto “perturbante” del padre rispetto ai modelli di cultura delle società secolarizzate occidentali.
Parlare di trascendenza, di aldilà dopo l’illuminismo con le sue pretese di “chiarimenti” universali che cancellino ogni zona d’ombra, riconoscersi “creature” in pieno prometeismo tecnoscientifico come l’ha chiamato Benedetto XVI, dove è forte per i laboratori di tecnologie procreative la tentazione di vendere un’immagine di uomo creatore di se stesso, può sembrare provocatorio. Eppure è semplicemente un bisogno (oltre che un diritto) dell’uomo. Il padre è oggi la figura che può e deve, tutelare questo bisogno e diritto.
In questo senso prima ancora di essere una figura di “autorità”, stereotipo che lo ha lungo confinato in una funzione “normativa”, egli è un “liberatore” delle energie e delle vocazioni dei figli, che potrebbero rimanere compresse nell’abbraccio avvolgente con la madre, o nei condizionamenti del collettivo (potentissimi oggi, nel mondo divenuto “sistema di comunicazioni” con relative suggestioni). La funzione paterna che la Bibbia mette in luce, dopo quella di “creatore”, è invece quella di “liberatore”, colui che chiama alla liberazione dalla schiavitù, all’Esodo dal paese dove si è prigionieri per ritrovare, attraverso una grande prova di formazione di sé e di ascolto del Padre, la propria terra.

Un’autorità necessaria
È in quest’attività di liberazione che si esprime l’autorità. Parola che viene dal verbo latino augeo, far crescere: è appunto per far crescere, sviluppare, dunque liberare da ciò che intralcia la crescita, che l’autorità paterna è giustificata. “Padre” non ha a che fare col “gusto” dell’autorità (che ha anche aspetti perversi), ma con l’attività educativa per l’individuazione dei figli, il loro diventare se stessi.
Questa funzione liberatrice viene intuita fin dall’inizio del secolo scorso dalla psicoanalisi, che individua nei condizionamenti esercitati dalla pulsioni non controllate dall’Io, l’origine del malessere psichico. È il riferimento al padre come principio di orientamento dotato di senso sovra personale che sottrae il soggetto alla schiavitù del proprio mondo pulsionale, consegnandolo ad una vita dotata di significato per sé e per gli altri, e caratterizzata da libertà e responsabilità. Ciò non piace alle correnti psicologiche che vorrebbero separare il malessere psicologico dalla ricerca di senso, anche trascendente, che caratterizza l’uomo. Da qui, anche, gli attacchi violenti all’esperienza psicoanalitica che ha visto subito come la guarigione psicologica si accompagni a un principio paterno positivo.
Chiarire gli aspetti e le funzioni della figura, anche archetipica, del padre, è indispensabile ai papà nel loro processo di riconoscimento della propria identità e funzione nella società di oggi, in continuo divenire. Il Padre che indica la strada è indispensabile oggi come sempre alla grande avventura della paternità.

Claudio Risé

L’AUTORE
Claudio Risé, milanese, psicoterapeuta, docente universitario e giornalista, ha inaugurato in Europa fin dagli anni Ottanta l’approfondimento della psicologia del maschile, in particolare con “Il maschio selvatico. Ritrovare l’istinto rimosso dalle buone maniere” (Red), diventato cult book nel movimento degli uomini, con numerose ristampe.
Ha quindi approfondito questo tema coi suoi lavori sulla figura paterna, che ritiene determinante nell’attuale crisi del maschile. Prima del recentissimo: “Il padre. Libertà. Dono” (Ares ed.), aveva pubblicato sul tema: “Il padre, l’assente inaccettabile“, e “Il mestiere di padre” (San Paolo), tradotti in numerosi paesi. Ha insegnato Sociologia della comunicazione all’Università dell’Insubria e Psicologia dell’Educazione a Milano Bicocca. Conduce per il Corriere della sera il blog: http://blog.iodonna.it/psiche-lui. Il suo sito è: www.claudio-rise.it.

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