Il giustiziere che vendica la moglie uccisa

(Di Claudio Risé, da “Il Giornale”, 02 febbraio 2017, www.ilgiornale.it)

L’odio uccide. Ma anche ti uccide. Se non riesci a liberartene, ti mangia dentro, ti paralizza, non riesci a far niente tranne coltivarlo con cura.
Diventa il tuo demone. Fino a quando lo agisci, passi all’atto (come dice la psicologia, col termine acting out, usato in tutto il mondo per descrivere questo ultimo passaggio). Che, quando la pulsione/demone è l’odio, è spesso un omicidio. Più il tuo odio ha ragioni profonde, fondate, più è difficile liberartene. Le sue «buone ragioni», in realtà ben poco ragionevoli, diventano la sua forza, e aumentano la tua debolezza. Dargli forma con un’azione diventa la tua ragione di vita, il tuo impegno quotidiano. È così che nasce la vendetta, spesso vissuta come una missione. Così è stato per Fabio Di Lello, calciatore, atleta, uomo di principi. Che sa cos’è la disciplina, ma vi rimane anche intrappolato se lascia che l’odio diventi il mister, il capo.

Qui le ragioni per nutrire l’odio, la distruzione dell’altro, e la tua, non mancavano. Il grande amore, la tua donna uccisa appena sposata, anche un po’ più grande di te, quindi pure più madre di quanto ogni donna sempre sia. Quindi ancora più «famiglia» di quanto già sia ogni donna amata. Tutto travolto da un ragazzino che passa col rosso, e la investe. Togliendoti anche la tua identità appena costruita, neppure giovanissimo. Poi, sorprendente e inatteso, l’aspetto surreale e un po’ cinico dell’indagine con le sue procedure lente, inspiegabili, che non «fa giustizia». Tanto che quell’altro che ti ha ucciso la moglie continua a girare per il paese e non è neppure imputato di omicidio. Niente. Cio non è sopportabile per l’essere umano. Da sempre, versare il sangue richiede una punizione dalla società. Il sistema giudiziario è il grande contenitore che ogni società allestisce per placare con la punizione l’odio suscitato dalle violazioni del diritto (soprattutto quando è stato versato il sangue) perché altro non ne venga versato. Se la giustizia si perde in procedure autoreferenziali, l’odio non è più contenuto e diventa distruzione. Del colpevole, ma spesso anche di chi lo agisce. Così è stato per Fabio Di Lello. Che con un atto toccante, a suo modo leale che dovrebbe far riflettere un sistema arrugginito e apparentemente senza più cuore, è andato a salutare l’amata. Lasciando sulla tomba la pistola. Poi si è costituito.

Fonte: [IlGiornale.it]

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