Noi soffocati tra pulsione al consumo e dittatura dei software

(Di Cesare Cavalleri, da “Avvenire”, 28 giugno 2017, www.avvenire.it)

Un’argomentazione centrale nell’illuminante dialogo tra lo psicologo junghiano Claudio Risé e il giornalista Francesco Borgonovo, intitolato Vita selvatica. Manuale di sopravvivenza alla modernità (Lindau, Torino 2017, pp. 160, euro 14,50) è a pagina 63, dove, in consonanza con gli studi di Slavoj Žižek, viene osservato che il capitalismo e la globalizzazione non sono più fondati sulla contrapposizione freudiana fra Io (il mondo della coscienza), Es (il mondo delle pulsioni) e Super-Io (il dover essere): «La società dei consumi ha per la prima volta creato un mondo in cui il Super-Io è alleato con l’Es. Pertanto, cedere alla pulsione è diventato un dovere, perché il consumo, non solo di prodotti fabbricati ma anche di comportamenti (sessualità, pornografia, stili di vita ecc.) è il motore principale dello sviluppo economico». Ciò «azzera le possibilità di crescita dell’Io, perché l’individuo non deve rinunciare a nulla, diventando così schiavo delle spinte pulsionali, variamente sollecitate».
Ottima diagnosi. In Occidente viviamo nella società del “passaggio all’atto” (acting out), della coazione alla soddisfazione immediata. In questo modo, scaricandola, «l’energia non viene mai trattenuta e trasformata, ma direttamente scaricata e persa». Peraltro, in psichiatria, il continuo ricorso all’acting out, cioè l’incapacità di contenere la pulsione, è considerato sintomo di psicosi. 
Sollecitato dalle pertinenti domande di Borgonovo, Risé può attingere testimonianze dalla letteratura: oltre agli archetipi della Cerca del Graal, qui viene convocata La terra desolata di T. S. Eliot, che fin dal 1922 descriveva una Londra desertificata come la nostra società, con il naufragio di Phlebas il Fenicio, fedele al principio del profitto e della perdita, profetico emblema dell’uomo di oggi, sempre in procinto di annegare nella “società liquida”.
Risé ha modo anche di sintetizzare i temi portanti del suo pensiero, espressi in molti libri di successo: in particolare, come ricordava Balzac, con la Rivoluzione francese, «tagliando la testa al re la si è tagliata a tutti i padri di Francia». Una decapitazione simbolica, nonostante i tardivi ripensamenti, esportata in tutto il mondo e giunta fino a noi, con l’indebolimento e quasi la cancellazione della figura paterna. Indicativo, in proposito, è che nelle leggi italiane sull’aborto (contrariamente agli altri Paesi europei) «non è stata riconosciuta al padre neppure la possibilità di essere semplicemente ascoltato». Di più: con le varie forme di maternità surrogata del “mercato riproduttivo”, attualmente viene cancellata anche la figura della madre.
Da sempre, Risé – molto severo il suo giudizio sulle teorie del gender – è schierato per la rivalutazione del ruolo maschile nella famiglia e nella società. Oggigiorno, con l’indiscriminata «criminalizzazione dei conflitti», si è arrivati «alla criminalizzazione e castrazione del genere maschile» e, con l’eliminazione dei «riti di passaggio», è stata distrutta l’età adulta, con questi 40-50-60enni di oggi, che si comportano come adolescenti e realmente lo sono.
Nelle ultime pagine viene esposta la visione di Derrick de Kerckhove, allievo e continuatore di Marshall McLuhan, il quale sostiene che la tecnologia sta trasformando l’uomo da soggetto che era (nel caso migliore) in un «nodo ipertestuale», un punto di collegamento tra una pagina internet e l’altra: «Come a suo tempo il leggere e scrivere ci liberarono dalla necessità di ricordare tutto, così oggi i nuovi media possono liberarci la mente dalla necessità di pensare, “perché i nostri software lo fanno per noi”. L’intelligenza artificiale non è più nella mente umana, organica, ma fuori di essa, nella rete».
Una visione che «spaventa parecchio» Francesco Borgonovo, e non lui solo. Intanto Risé, con Thoreau, Emerson e Junger, incoraggia «il passaggio al bosco»: «Devo andare nel bosco come luogo idoneo all’apprendimento di forze che sono presenti nella natura e dentro di me, perché io sono parte della natura», ricordando, con Gaston Bachelard, che «l’uomo non è una creatura del bisogno, è una creatura del desiderio». Desiderio, soprattutto, di trascendenza, di «tendere verso le stelle».
Cesare Cavalleri

Fonte: [Avvenire.it]

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