Nostalgia (e necessità) della forza maschile

Ciao Claudio, sono un giovane uomo di 32 anni e da tempo leggo i tuoi scritti e il tuo blog; questa sera ho deciso di scriverti per raccontarti una mia esperienza. Stavo imparando una vecchia canzone tedesca che parla dei cavalieri teutonici, la canzone si chiama “Die Eisenfaust am Lanzenschaft – il pugno di ferro sulla lancia” (la puoi ascoltare qui: https://www.youtube.com/watch?v=kDVIm_Rb8Os). 

Leggendo il testo (che parla di bandiere, fratelli, armi, confini) ho avuto come un momento di commozione profonda che mi ha portato alle lacrime. Direi che era quasi una nostalgia di qualcosa che non riuscivo bene a definire, come un qualcosa che mi mancava pur non avendolo mai veramente vissuto… direi una compagnia di amici, di fratelli con il quale affrontare un’avventura, una missione (come appunto descriveva la canzone).

Mi sembra che nella vita di tutti i giorni, benché mi vengano chieste molte cose (ad esempio al lavoro) non vengo mai davvero messo alla prova, almeno non in modo totale. E a parte gli obiettivi lavorativi, non mi viene offerto nulla se non divertimento (serate varie con gli amici, vacanze etc). Però non mi basta. Mi sembra che a tutti manchi un obiettivo, una missione ben definita e che chi si pone la domanda sia lasciato a se stesso in questa ricerca.

Ma, come fare? Nel nostro mondo di oggi non ci sono più guerre, avventure, terre da scoprire o confini da difendere. Non c’è più qualcosa che possa impegnare completamente la vita di un uomo. Il rischio viene tolto di mezzo, e ogni attività viene vissuta come un hobby che può essere messo da parte quando si è stufi. Si dovrebbe essere contenti che non ci siano più situazioni rischiose, avventurose e potenzialmente mortali, ma allora perché mi mancano?

Forse sono stato un po’ sconclusionato, ma ho preferito scrivere di getto quello che sentivo invece che aspettare domani, lasciando magari perdere tutto con un “non vale la pena”. Grazie per l’attenzione e la pazienza. Cristiano

Ciao Cristiano, la tua lettera sintetizza con l’immagine  del gruppo di cavalieri, la lancia nel pugno di ferro, e il canto, la grande nostalgia ancora inconscia, ma sempre più spesso ormai anche conscia, del giovane uomo in Occidente.

Una nostalgia innanzitutto di forza, come quella dei cavalieri dell’Ordine Teutonico, un ordine cavalleresco medioevale (ancora oggi esistente), celebrata appunto in questo canto. L’uomo occidentale, i cui compiti sono ormai quasi completamente eseguiti da macchine e quindi è sottratto ad ogni prova e fatica, è divenuto insopportabilmente debole e infelice (non perché sia “strano”, ma perché l’uomo ha, anche fisiologicamente bisogno di prove e fatiche per maturare e stare bene).

Per trovare se stessi è indispensabile mettersi alla prova. In questa ricerca maschile (rappresentata anche dal canto e dall’immagine da te citata), il rapporto con l’aspetto istintuale/animale (il cavallo), l’aggressività e la difesa (le armi), e la compagnia dei fratelli maschi è decisiva. Il territorio, fisico e psicologico (la cultura), è uno degli aspetti più importanti del campo d’azione maschile, così come lo è lo Spirito, sempre presente nel patto fra uomini (altro aspetto oggi largamente assente).

Non credo però che sia la società che deve necessariamente fornire tutte queste cose; l’uomo può benissimo cercarsele da sé (anche quella sarà una prova, generatrice di forza). E’ però necessario che la società non lo ostacoli né lo vieti, come invece oggi accade nell’Occidente contemporaneo. Il recupero di una libertà autentica, oggi resa molto difficile da una quantità di divieti, ostacoli, pregiudizi (tutti organizzati nell’obbligatorio codice del “politicamente corretto” e dalle norme da esso ispirate), è dunque il primo passo. Il “maschio selvatico”, annuncio ancora isolato e brado di ciò che diventerà poi il cavaliere, è una figura, inizialmente indispensabile a questa ricerca. Almeno, a me pare. Ciao, Claudio

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E’ lo smartphone il vero colpevole?

Ciao Claudio, leggo (La Verità) 8.12.2019 che sei anche tu tra quelli che sostengono che lo smartphone sia all’origine di molti degli attuali guai. Eppure, decenni fa, eri tra i pochi intellettuali che scrivevano che il computer non era poi così male, e che della tecnica non si poteva fare a meno. E – a quanto pare – l’hai usato abbondantemente.  Come mai questo cambiamento di rotta?

Per quanto riguarda me, insegnante, mi sono cautamente digitalizzato, ma anch’io sono abbastanza impressionato dai più vistosi danni dello smartphone sugli adolescenti, a cominciare dalla perdita dei freni inibitori, e dall’apparente caduta della capacità affettiva. Poi certo, come anche tu scrivi, questo pauroso restringersi e involgarirsi del vocabolario fa paura…

Ma come se ne esce (ammesso che si possa)? C’è davvero una via d’uscita?

Ciao, Enrico 

 

Ciao Enrico, lo smartphone è solo l’ultimo (per ora) passo sulla lunga strada dello strumento digitale come sostituto della scrittura, dell’incontro personale e della maggior parte della comunicazioni. Sta assumendo caratteri di emergenza, accelerando la crisi nell’educazione, nella vita personale e nelle aziende, perché è comparso molto in fretta, senza preparazione né negli utenti né nelle superstiti figure educative. Ha reso così più evidente e rapido il distacco dei giovani dalle mansioni loro affidate sia a scuola che in azienda, peraltro già in atto per ragioni più ampie, di “sistema” e della loro lontananza da aspetti costitutivi dell’umano.

Tuttavia la crisi è forte perché il cervello, ma anche l’essere umano in generale, aveva finora seguito un processo (quello analogico) di arricchimento e amplificazione dei propri contenuti, non di riduzione e semplificazione come avviene nel digitale. La situazione è drammatica, in particolare, nei bambini e adolescenti perché non è facile crescere e sviluppare le proprie facoltà riducendo l’approfondimento, il linguaggio e la partecipazione affettiva. E’ come crescere diventando però più stupidi: pericoloso, per sé e per gli altri.

E’ un tema di fondo di fronte al quale si trova la nostra civiltà “sviluppata”; in Occidente, ma non solo. Il sottotesto della questione è: la tecnica deve essere al servizio dell’uomo, o lasciamo che l’uomo diventi lo strumento, oltre che il finanziatore, delle tecniche?  Ma ora sentiamo cosa ne dici tu, e anche gli altri, ciao, Claudio

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