Emergenza suicidio: ragazzi soli tra la gente

All’origine del disagio giovanile: famiglia in crisi, mancanza di rapporti, assenza del trascendente. Parla Claudio Risé. 

intervista di Simone Fausti a Claudio Risé 

 

I numeri dicono che in Italia si tolgono la vita circa dieci persone al giorno, in calo rispetto a vent’anni fa. Eppure questo dato lascia senza parole e si resta ancora più sconcertati quando a togliersi la vita è un ragazzo, cioè una persona in cui l’anelito per la vita è particolarmente intenso. Aldilà delle cifre si sa che recentemente la città di Monza ha dovuto fare i conti con due liceali che, nel giro di un paio di settimane, hanno deciso di uccidersi. I due ragazzi frequentavano la stessa scuola e, nonostante i due episodi siano slegati, l’intera comunità scolastica si sta interrogando, anche con l’ausilio di esperti e di psicologi.

“IFamNews” ne ha parlato con Claudio Risé, psicoterapeuta e scrittore, già docente di Psicologia dell’educazione nella facoltà di Scienze dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Professor Risé, qual è la causa principale del disagio e dell’alienazione che vivono i giovani, e che porta alcuni di loro a commettere un atto così estremo?

Ci sono una molteplicità di cause, profonde e fastidiose da guardare in faccia; infatti, spesso non le si vede e non se ne parla. Ma la ragione principale che concorre alla scelta di un giovane di togliersi la vita è la solitudine.

Eppure uno dei due ragazzi monzesi che si è suicidato era impegnato nel sociale, nella difesa dell’ambiente e nella politica locale…

Si può essere soli in mezzo a tanta gente. Il vuoto è anche nella comunità dei pari, è nei valori collettivi che ci tengono alla larga dalla questione centrale: il senso della vita. Senza un riferimento trascendente, anche le persone più impegnate e con una forte personalità soffrono la solitudine. Come mostrano i giovani d’oggi, apparentemente amati e curati. Sono i figli della prima generazione dove l’amore per la prole non è provato e coltivato a livello istintivo e diventa secondario rispetto ad altre preoccupazioni come il lavoro, l’apprezzamento sociale, il successo, la ricchezza e la sicurezza. Leggi il resto dell’articolo

Uomini in movimento: quali spazi oggi?

Caro Claudio, riprendo il filo delle ultime lettere arrivate al blog, sulla nostalgia della forza maschile, ed il desiderio di ritrovarsi, come esperienza più o meno conscia, ma comune e diffusa.

Ernst Jünger parlava di “inquietudine della diminuzione”, per ciò che sentiamo esser perduto nella secolarizzazione: “E’ il tempo della ricerca, delle grandi peregrinazioni e delle partenze, dei profeti veri e falsi, degli attendamenti e dei campi militari, delle solitarie veglie notturne”. Difficile mantenere una direzione e – totalmente assorbiti dal lavoro quale forma dominante del nostro tempo – specie gli uomini rischiano di muoversi, confusamente, in solitaria. 

E’ come entrare in una foresta, facendosi largo col machete, con la segreta speranza che da un’altra parte qualcuno stia facendo lo stesso, per prima o poi incontrarsi.

Nella società matrizzata e senza padri (o peggio, con padri traditori), la tentazione di nostalgiche contrapposizioni, battaglie di retroguardia per fantomatici ritorni di immaginarie comunità è molto forte. Potenzialmente più attuale, mi sembra, il ritrovamento graduale di un’amicizia-alleanza maschile, come lega-Bund, in quanto categoria specifica a sé rispetto all’ideologica e per me abbastanza sterile contrapposizione comunità-società.

Certo si tratta di muoversi nell’ombra, riconoscendo valore a tutto ciò che è avvertito come pericoloso e interdetto dai poteri vigenti, senza negarsi il lusso (e il divertimento) di lanciare qualche freccia acuminata, ma assicurandosi di centrare il bersaglio.  

Quale spazio concreto può avere, oggi, una ricerca comune maschile? 

Paolo M.