Uomini in movimento: quali spazi oggi?

Caro Claudio, riprendo il filo delle ultime lettere arrivate al blog, sulla nostalgia della forza maschile, ed il desiderio di ritrovarsi, come esperienza più o meno conscia, ma comune e diffusa.

Ernst Jünger parlava di “inquietudine della diminuzione”, per ciò che sentiamo esser perduto nella secolarizzazione: “E’ il tempo della ricerca, delle grandi peregrinazioni e delle partenze, dei profeti veri e falsi, degli attendamenti e dei campi militari, delle solitarie veglie notturne”. Difficile mantenere una direzione e – totalmente assorbiti dal lavoro quale forma dominante del nostro tempo – specie gli uomini rischiano di muoversi, confusamente, in solitaria. 

E’ come entrare in una foresta, facendosi largo col machete, con la segreta speranza che da un’altra parte qualcuno stia facendo lo stesso, per prima o poi incontrarsi.

Nella società matrizzata e senza padri (o peggio, con padri traditori), la tentazione di nostalgiche contrapposizioni, battaglie di retroguardia per fantomatici ritorni di immaginarie comunità è molto forte. Potenzialmente più attuale, mi sembra, il ritrovamento graduale di un’amicizia-alleanza maschile, come lega-Bund, in quanto categoria specifica a sé rispetto all’ideologica e per me abbastanza sterile contrapposizione comunità-società.

Certo si tratta di muoversi nell’ombra, riconoscendo valore a tutto ciò che è avvertito come pericoloso e interdetto dai poteri vigenti, senza negarsi il lusso (e il divertimento) di lanciare qualche freccia acuminata, ma assicurandosi di centrare il bersaglio.  

Quale spazio concreto può avere, oggi, una ricerca comune maschile? 

Paolo M.   

21 Responses to Uomini in movimento: quali spazi oggi?

  1. Paolo F says:

    Caro Paolo grazie per questa lettera che coglie alcuni temi centrali della questione maschile.
    È vero l’ “inquietudine della diminuzione” di cui parla Junger genera negli uomini un senso di disorientamento che viene spesso ignorato, in particolare dai maschi, gettandosi a capo fitto nel lavoro oppure, quando viene ascoltato, porta ad una oscillazione tra una solitudine a tinte depressive e una nostalgica ricerca di una comunità che non c’è più. Seguire la nostalgia rivolgendo lo sguardo al passato però non aiuta, spesso attiva invece depressione o false illusioni. Per fortuna però questa inquietudine costella anche nella psiche maschile il bisogno di relazione con altri maschi. Partendo da questo bisogno credo sia possibile superare quella sterile contrapposizione tra comunità e società di cui parli, per cercare di trovare, nelle condizioni attuali, uno spazio che consenta ai maschi di ritrovarsi, di costruire momenti di alleanza e amicizia, a me piace anche dire di fratellanza maschile. In una società senza padri i fratelli non sono necessariamente condannati alla competizione per il potere, ma possono trarre forza dalla consapevolezza del valore e della ricchezza che caratterizza il loro essere maschi.
    A Brescia un luogo del genere l’abbiamo trovato: ormai da sei anni è nato Campo maschile, un gruppo di uomini che, riprendendo anche l’esperienza dei Maschi selvatici (il movimento maschile nato nel 1966 grazie ai temi proposti da Claudio Risé) si è dato come obiettivo pratico e teorico, di riconoscere il valore esistenziale e simbolico dell’identità maschile. A partire da questa esperienza mi sembra di poter dire che ci sia, oggi, lo spazio per una ricerca comune maschile.
    Paolo F

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    • Paolo M. says:

      Grazie Paolo F, l’esperienza dei Maschi Selvatici, che ho conosciuto, nella mia percezione configura questa dimensione propria delle “leghe maschili”, che appaiono e scompaiono nella storia dell’uomo ricoprendo sempre un ruolo importante, fondato su propri legami affettivi.
      Uno studioso della materia, Herman Schmalenbach, ha individuato nella labilità una delle caratteristiche dei Bund (cfr. “La categoria sociologica del Bund. Comunità, società e sodalità”), sarebbe interessante comprendere le dinamiche che portano alla generazione organizzata della sodalità maschile e al suo periodico nascondimento.
      Grazie per il Campo maschile!

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  2. Der Wanderer says:

    (Da un Canto di uomini europei)

    Molte tende vidi ai margini del bosco
    E alte montagne si elevavano negli infiniti spazi lontani

    Molti fuochi vidi ardere sui ripidi pendii del monte
    E chiare scintille sprizzare nella notte oscura.

    Udii fieri canti che il vento portava lontano
    Li portava verso il basso, attraverso il tempo.

    Molte bandiere vidi garrire al rosso bagliore del fuoco
    E il gaio scoppiettio risvegliava nuovo coraggio.

    Molti giovani vidi marciare, e migrare lontano
    E seguire nel cammino i loro pensieri.

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  3. Gangleri says:

    “Difficile mantenere una direzione e – totalmente assorbiti dal lavoro quale forma dominante del nostro tempo – specie gli uomini rischiano di muoversi, confusamente, in solitaria.”
    Come sento vera questa frase. Scrivo un po’ di getto ma mi colpiva perché nella mia vita ci sono dei momenti in cui sento l’esigenza di fermarmi di portare avanti un discorso, un qualcosa, lasciato da parte per troppo tempo. Eppure solo raramente riesco davvero a lasciare da parte tutto il turbinio delle cose di tutti i giorni. Mi sembra di essere continuamente distratto da me stesso e il lavoro, con la sua pervasività sempre più insistente per cui a volte non basta nemmeno staccare il telefono, gioca un ruolo molto importante in ciò. Si crea così una situazione per cui i momenti di ricerca in cui mi sembra davvero di occuparmi di me stesso rimangono come frammenti non continuativi, momenti sparsi o poco più

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    • Paolo M. says:

      Mi fa piacere @Cristiano che tu abbia colto l’inciso nella lettera, che rappresenta in effetti una questione centrale. E’ il “dissidio con se stessi” in cui è precipitato il singolo che si trova nella situazione più avanzata di “lavoro e battaglia”.
      “Mantenere questa posizione e non esserne assorbiti, essere non solo materia ma anche supporto del destino, intendere la vita non solo come campo del necessario, ma, allo stesso tempo, di libertà, è una capacità che già basta a meritare la definizione di realismo eroico” (Ernst Jünger).
      Naturalmente il realismo eroico non descrive compiutamente la soluzione per uscire da questo dissidio, che può avere altri sbocchi, ma di sicuro il tema è inaggirabile, soprattutto per gli uomini, nel tempo in cui tutto è lavoro e tutti noi partecipiamo a questa mobilitazione. Anche questa comune fatica, forse, è una via per una nuova fratellanza maschile, Gangleri.

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  4. Gangleri says:

    P.S. sono Cristiano di due post fa, lo pseudonimo Gangleri “stanco del cammino” mi è venuto quasi automatico

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  5. Claudio Rise says:

    Caro Paolo M. e tutti, scusate l’assenza da questa importante questione, ma ho giorni intensamente impegnati. Appena riesco, arrivo. A presto, Claudio

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  6. Claudio Rise says:

    @ Paolo M, Gangleri, Cristiano, e tutti, mi sembra centrale il passaggio di Junger citato da Paolo:
    ” essere non solo materia ma anche supporto del destino, intendere la vita non solo come campo del necessario, ma, allo stesso tempo, di libertà “. Il maschile ha perso quasi interamente questa dimensione, lo ritrova a tratti (il Campo selvatico di Paolo F. ne è un ottimo esempio), ma ciò che sembra perso è il compito per ognuno di individuare costantemente la direzione (che naturalmente prende forme diverse nello scorrere della vita), l’impegno a verificare le forme che prende il destino, e condividerle – magari anche silenziosamente, ma fortemente – come impegno sacro con gli altri uomini. Una condivisione con gli altri della realizzazione del Sé personale come aspetto del destino, personale e di tutti: su questo è possibile stabilire il Bund.
    La pervasività del lavoro da una parte, e della coppia/famiglia (in crisi entrambe, dunque particolarmente bisognose oggi di aiuto e di energie), ha profondamente cambiato la situazione rispetto ai Bund. E lo Stato burocratico e materialista appena li annusa reagisce, e comunque fa di tutto, ( pronto anche a portarti a portarti la droga a casa gratis), purché non avvenga che gli uomini si incontrino davvero, per realizzare liberamente, insieme, il loro destino.
    C’è un enorme lavoro da fare, che tuttavia mi sembra più realizzabile oggi (proprio perché la situazione è ancora più estrema), che alla nascita dei Maschi Selvatici, circa trent’anni fa.

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  7. Paolo M. says:

    L’idea che gli uomini abbiano ancora un destino comune, ed un ruolo da giocare insieme a partire dalla propria identità, mi sembra affascinante specialmente in un periodo in cui tutto ciò che rimanda al mondo maschile viene comunemente svalutato, spesso per una retorica di maniera politicamente corretta, priva di sentimenti e contenuti.
    Le grandi tragedie politiche a partire dal Novecento si sono generate in questo modo, nella rimozione della forza maschile: una delle prime cose che fece il regime hitleriano, ma non si ricorda mai, fu lo scioglimento delle leghe maschili, per ricondurre le energie ivi espresse nelle organizzazioni totalitarie preconfezionate dai nazionalsocialisti.
    D’altro canto oggi rispetto anche a soli trent’anni fa (la nascita dei Maschi Selvatici) ci sono non poche novità, per esempio la mobilitazione del mondo è arrivata fino all’ambito del sesso scuotendolo in profondità (si pensi alle varie teorie del gender), inoltre è urgente un confronto pieno e senza pregiudizi con la modernità del lavoro in tutte le sue forme espressive, che per l’identità maschile in particolare, credo sia inevitabile.

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  8. Claudio Rise says:

    Caro Paolo M., il destino comune non ci è assegnato dall’una o altra ideologia ( che in questo campo, come tu ricordi, hanno fatto irruzioni pesanti e fortemente manipolanti), ma dalla natura: siamo uomini, maschi, e ciò rappresenta un fatto e un legame vitale. Poi, se vogliamo farci del male (come accade, anzi oggi è fortemente sollecitato) possiamo far finta di niente, ma ciò non migliora certo la nostra posizione nel mondo, e la nostra storia.
    In realtà, 30 anni fa la questione genere era alle porte (e infatti nel Maschio selvatico , 1 e 2, c’è un intero capitolo sul tema), ma certo non era così chiaro come gli Stati e il poteri forti, anche economici ( e religiosi) sarebbero entrati nella questione (come racconto nell’articolo su la Verità di oggi) per influenzare a loro favore gli sviluppi. La tua riflessione è preziosa e va approfondito. Anche quello che dici sul maschile nell’ambito del lavoro, potresti svilupparlo un po’? Grazie, Claudio

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  9. Paolo M. says:

    In generale penso anch’io che un movimento degli uomini possa svilupparsi solo su basi selvatiche cioè su legami naturali, perché perseguire l’unità su basi culturali, ideologiche o politiche oggi è impossibile: guardate quanto difficile è ritrovare l’unità nelle nazioni, nella società, essa appare oggi precaria persino nella Chiesa, e mi tremano le dita sulla tastiera mentre lo scrivo. I principi comuni sono stati sostituiti da valori individuali: per questo ritengo sterile vaneggiare di comunità, in quanto le uniche possibili sono comunità volontarie in società plurali. Persino i più reazionari sono figli del modernismo: Evola stesso poneva il problema della scelta delle tradizioni (senza fornire soluzioni convincenti, a mio avviso).

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  10. Paolo M. says:

    Sul lavoro quale cifra del nostro tempo credo sarebbe importante una riflessione maschile, perché – correggetemi se sbaglio – il lavoro, come fare e saper fare, ha sempre avuto un ruolo di indiscussa importanza nella fondazione dell’identità degli uomini. Oggi invece come dice sopra Gangleri/Cristiano e sento spesso anch’io, è avvertito dai più sensibili come un ostacolo, una distrazione alla formazione di Sé. Sono noti i cambiamenti nel lavoro ed il loro impatto sugli uomini dalla Rivoluzione industriale in poi (pagine bellissime a riguardo si ritrovano ne il “Maschio Selvatico” di Claudio Risé), ma è pur vero che la libertà si coniuga con la necessità, che oggi è tecnica&lavoro, nell’indistinzione tra tempo di lavoro e tempo libero, in cui si continua a “lavorare”, essendo partecipi della mobilitazione del mondo come consumatori o semplicemente ingurgitatori di notizie.
    Devo ancora sviluppare un pensiero ed un sentimento coerenti sul tema, ma sono piuttosto convinto che come uomini dobbiamo riconoscere nel lavoratore una figura non meramente economica ma metafisica, cioè partecipe di un movimento più ampio dotato di senso. Per non essere vittime e soffrire soltanto di questo processo, riconoscere anche quegli aspetti positivi della Zivilisation, che non sono il comfort, ma l’essenzialità, la durezza anche. Jünger parlava di “seconda coscienza” come via per uscire da un soggettivismo ripiegato su di sé. Un percorso che conduca anche l’uomo-lavoratore a quel punto di quiete in cui si incontrano altre figure di libertà (come il Ribelle-Selvatico che passa al bosco).
    Mi rendo conto dei rischi disumanizzanti di questa “ipotesi di lavoro”, ma non conosco una via per diventare uomini che non sia anche rischiosa.

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  11. Claudio Rise says:

    @ Infatti. I legami naturali però, essenzialmente riconducibili alla terra, in cui ha origine il mondo vivente, sono molto più forti di quanto abbiano considerato i due secoli successivi all’illuminismo, prevalentemente mentali e razionali. Non è un caso che oggi anche i movimenti più vitali siano, in tutto il mondo, quelli con forti riferimenti territoriali e regionali. Se accetta di impiantarsi sulla terra, anziché su teorie astratte, anche il movimento degli uomini può partecipare delle nuove forze di liberazione in evidente movimento nel mondo.
    Le identità di base fondate sui legami naturali sembrano oggi le uniche impegnate a costituire forme associative che non siano quelle finalizzate alla produzione/consumo.( Ciò ha a che fare anche, mi pare, con ciò che hai detto prima sul lavoro).
    Dopo due secoli di pensiero astratto però (ad eccezione di quello tecnico-economico ) diventa allora essenziale recuperare un pensiero e soprattutto un’esperienza e una pratica della natura, senza la quale anche il maschile rimane una categoria intellettuale, che difficilmente può dar luogo a un vero Bund. Anche la forza è diversa, se siamo nella e con la natura.

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    • Paolo M. says:

      La parte difficile è immaginare un “legame con la natura” che non sia un dopolavoro, e un lavoro che non sia staccato dalla pratica della natura.

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  12. Claudio Rise says:

    Il lavoro, nei suoi attuali aspetti fortemente legati alla tecnica, produzione, e diffusione del consumo, è il volto oggi assunto dagli aspetti della necessità e della fatica, indispensabili non solo alla produzione di risorse vitali, ma anche di forze che si originano proprio nelle esperienze di necessità e di fatica. La formazione maschile in particolare ha necessità di queste esperienze.
    Sulla cui qualità e forma è – mi pare – anche chiamata a intervenire. L’esempio più chiaro è fornito dall’indebolimento (sul maschile particolarmente evidente) prodotto dall’uso della tecnica come sostituzione progressiva di ogni tipo di fatica, che separando l’uomo da questa esperienza formativa finisce con l’indebolirlo gravemente. L’antropologia filosofica (da Gehlen a Plessner e altri) e le sociologia e psicologia del lavoro e della salute, documentano poi quotidianamente questo processo.
    Si tratta effettivamente di un tema fondamentale anche per il movimento degli uomini, chiamato- mi pare – a chiedere una direzione diversa allo sviluppo tecnico, che non può più essere solo sostitutivo della fatica umana, ma diretto ad accompagnarla, con interventi in altri campi ancora molto arretrati rispetto alle loro potenzialità, come quello (ad esempio) sanitario, dell’utilizzo e protezione delle risorse naturali, etc.
    Ciò richiederebbe però un altro sguardo sui consumi, bisognosi a questo punto di nuovi orientamenti. Su questo il maschile mi sembra chiamato ad intervenire, proprio in quanto genere. In questa riflessione diventa ancora più importante la relazione forte dell’uomo con la natura e le sue forze, l’immersione nelle quali ci dà uno sguardo più realistico sulla reale utilità del mondo tecnico e industriale.

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  13. Claudio Rise says:

    @ Paolo M. Il muoversi nell’ombra, nella società dello spettacolo e della recita obbligatoria e continua, fa solo bene. E’ terapia di quella buona.

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    • Paolo M. says:

      Muoversi nell’ombra può voler dire almeno due cose, rinunciare al potere, alla battaglia sociale con i suoi riflettori, come singoli o piccoli gruppi che testimoniano segretamente alterità e tradizione, o immergersi nella modernità lavorativa senza rinunciare alla visibilità della battaglia fosse anche di testimonianza, oppure indossando maschere, maschere, maschere come in un eterno carnevale.

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  14. Claudio Rise says:

    Quanto alla difficoltà nell’ “immaginare un “legame con la natura” che non sia un dopolavoro, e un lavoro che non sia staccato dalla pratica della natura” è certamente vera. Ma forse non insormontabile.
    Si tratta di sviluppare il più possibile la coscienza del nostro “essere natura” in tutti gli aspetti fondamentali della nostra vita (es. nascere e morire, il rapporto con il corpo -il vivere nelle stagioni, la sequenza notte-giorno, gli eventi atmosferici, il bios che è ben lontano dall’essere sopraffatto dalla tecnica, come dimostrano virus etc.), e anziché contrapporci ad essi cercare di integrarne le forze, o anche semplicemente meditarle (il che apre a ben altre meditazioni…). Una cosa che possiamo fare (certo con differenze importanti a seconda delle circostanze) dovunque ci sia un prato, un boschetto, un’acqua che scorra da qualche parte.
    E’ un po’ la rivelazione che ha l’antropologo Hans Peter Duerr quando torna bambino a Dresda distrutta dai bombardamenti, e vede le macerie della città coperte da erbe altissime (mi sembra di averlo citato nel Maschio Selvatico o da qualche parte). Assumere questa posizione ne mette in moto tante altre. Tra le quali un diverso rapporto con la propria identità maschile, che ha a che fare con la custodia della natura ( e di noi stessi, in quanto parte della natura) di cui ci parla la Bibbia, a partire dal Genesi.

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    • Paolo M. says:

      “Essere natura” anche quando siamo in ufficio o coinvolti nel mondo tecnico, sviluppare la consapevolezza che agiamo attraverso forze elementari e che queste stesse ci mobilitano, mettono in movimento, per poter governare questo movimento e processo lavorativo mi sembra un bel programma. Comunque quando gli uomini stanno vicini e non pagano tributo alle ideologie dominanti che li vorrebbero ridicolizzati o strumenti di potere, mettono in comune forze che trascendono ampiamente le debolezze dei singoli, si creano belle complicità con poche parole e legami che richiamano dimensioni irraggiungibili dai vari Leviatani.

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  15. Claudio Rise says:

    (scusate, il commento precedente si riferisce all’osservazione di Paolo M. del 12.2.) Claudio

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