Norme giuridiche, e istinti repressi

Ciao Claudio, 

in questi giorni ho parlato con alcuni veterinari ed addestratori esperti “della mente del cane”. Mi hanno detto che in questo periodo, di passaggio dal lockdown alla riapertura, molti cani stanno dando i numeri. Non riescono più a passeggiare serenamente, hanno paura dei rumori e delle persone, delle auto e addirittura di un po’ di vento tra le foglie degli alberi. 

Mi rivolgo a te per chiederti: se questi animali domestici soffrono così, fanno fatica a tornare a vivere normalmente, come se dentro di loro fossero profondamente inquieti, non è che anche le persone possono manifestare queste problematiche? Non è che anche dentro di noi c’è qualcosa che ci può tormentare e rendere difficile il ritorno alla normalità (se ci sarà…)?

Grazie Antonello

Ciao Antonello. Scusami se non ce l’ho fatta a rispondere a tempo, ma forse questi primi passi di riapertura ci offrono qualche informazione in più, da scambiare e rifletterci sopra.

Nel mondo dell’istinto (dominante negli animali e nel cane, per quanto addomesticato sia) il cambiamento è più lento che nell’uomo, i cui tempi sono fortemente condizionati da eventi  prodotti nel mondo della cultura e non della natura. Leggi, provvedimenti organizzativi, diffusione di opinioni, hanno per noi umani  spazi  e influenze maggiori che abitudini radicate, bisogni fisici, o riferimenti ai ritmi della natura.  Possiamo (come si è visto) anche chiuderci in casa per quaranta giorni, e poi uscire di nuovo, (apparentemente) come se niente fosse.  L’uomo ben strutturato risponde al suo Io, alla sua coscienza, che a sua volta si modella in gran parte sull’Io collettivo,  in cui hanno grande spazio le Autorità/Istituzioni, le leggi, gli orientamenti dominanti.

Occorre però fare attenzione, in questa visione modellata sulla coscienza e le sue norme, a non “mandare nell’Ombra” (come diciamo nel gergo psicoanalitico junghiano) gli aspetti esclusi dagli automatismi giuridico-amministrativi: il nomade errante che viene ingessato nel confinamento, e il monaco-meditatore che viene scaraventato in strada con la riapertura. Sono anche loro parte importanti della personalità (anche se le Autorità preposte sembrano ignorarli), che proprio quando emarginati e negati  possono diventare malattie, sia psichiche che fisiche. 

Grazie per la tua lettera, che partendo dal cane spaventato dal vento ci squaderna davanti il mondo (ancora molto sconosciuto) del rapporto dell’uomo con il suo inconscio.

Claudio 

27 Responses to Norme giuridiche, e istinti repressi

  1. Mark91 says:

    Mi sembra una riflessione molto opportuna: che cosa ci è successo? Mia moglie amava tanto il suo lavoro e, dopo essere rimasta in quarantena per due mesi, dice che non vuole più tornare al lavoro!

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    • Eugenio says:

      Anche la mia, che si alzava ogni giorno alle 5:30 per tornare verso le 19, dice che non è più disposta a fare quei ritmi… Ma forse questa è un cambiamento positivo…
      Io sono tendenzialmente solitario… Adoro la montagna e da 3 mesi non la vedo… Non sto ancora uscendo di casa e non so dire come reagirò quando riprenderò a farlo… ma qualcosa sento che è cambiato… non so bene ancora cosa, ma di sicuro è cambiato…
      Eugenio

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      • Andrea says:

        Semplicemente ci siamo resi conto (io per primo) che la vita che conducevamo prima della quarantena aveva qualcosa che non andava. A cominciare dai ritmi assurdi. Io lavoro da casa e spero di tornare in ufficio massimo due volte alla settimana.
        Anzi mi piacerebbe che si parlasse anche degli effetti positivi della quarantena: chi ha saputo farla fruttare (internamente) ne uscirà avvantaggiato, a mio parere. Forse Claudio può dirci qualcosa in più in merito.

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      • Silvia X. says:

        @Eugenio, ci credo che non voglia più fare questa vita! è disumano uscire di casa all’alba per tornarci solo la sera. Credo che per molti il lockdown abbia rappresentato un’occasione di ripensamento e valutazione della propria esistenza, delle priorità, dei bisogni essenziali e di quelli superflui. Di sicuro è un’esperienza di cui far tesoro per una maggiore consapevolezza. Abbiamo visto la fragilità della nostra impeccabile organizzazione, del voler tenere tutto sotto controllo, dell’illusione di poter frare progetti a lungo termine. Non voglio dire che non ci si debbano più porre obiettivi, ma che il tutto andrebbe visto nella giusta luce e con il giusto distacco.

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  2. SimoneZ says:

    In effetti questo problema dei cani l’ho sentito pure io. Mi risultano anche casi di gatti impazziti che hanno attaccato le persone mandandole all’ospedale. Tutto questo nei primi di giorni di riapertura dopo il lockdown.

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  3. Luca says:

    Ok per gli animali ma mi pare di capire che qui il problema siano anche le persone. Tutti belli ordinati in fila fuori dal supermercato e dentro, nel profondo, magari c’è Heart of darkness!

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  4. Mark91 says:

    In effetti non si spiega tanto muto ordine per due mesi e poi d’un tratto euforia incontrollata: gente che va fuori, ride e scherza nei bar o nelle piazze come se nulla fosse accaduto. Quindi: o non è accaduto in effetti nulla oppure siamo tutti pazzi.

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    • Claudio Rise says:

      @ Luca, Mark 91 e tutti. In effetti per gli esseri umani c’è stato il problema di una regolamentazione ossessiva data alla questione. Il supermercato è già stressante quando ci entri, ma se poi devi star fuori dieci minuti in fila, l’istinto ( se ancora ce l’hai) si ribella. Anche stare in casa 40 giorni di fila è completamente innaturale: è una regolamentazione che non tiene conto del fatto che l’uomo è dotato di istinto e senso di responsabilità: se fai come se non l’avesse crei una scissione della realtà e un conflitto per cui, o ti segue e si deprime, o si ribella e fa come se non l’avesse. Per non parlare della proibizioni di passeggiate, sport solitari all’aria aperta etc, completamente prive di senso, dato che il virus passa da persona a persona, e al chiuso. La questione è stato gestita quasi dovunque in chiave autoritaria e per nulla psicologica, ma da noi ancora di più. Provocando una regressione che lavorerà a lungo.

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      • Francesco Paolo Vatti says:

        “che non tiene conto del fatto che l’uomo è dotato di istinto e senso di responsabilità”
        Stamattina mi ronzava nel cervello questa frase, che condivido appieno. E’ stato un po’ quello che, a vari livelli, è mancato in chi ci ha comandato. Non ci è mai stata data un’informazione corretta, solo puro terrorismo per farci digerire le misure restrittive della libertà personale. Non che non fosse grave la situazione, ma continuare a insistere su ciò che distruggeva la speranza non mi pare sia stata una bella cosa. E ci sono state proibite attività innocue, come quelle cui faceva riferimento lei, solo per evitare le ulteriori proteste di chi, non sapendo che fare, guardava chi c’era per strada e lo insultava….Invece, mi sembra che i Paesi che hanno puntato di più sul senso di responsabilità, come la Svizzera, abbiano avuto un successo analogo (se non migliore), senza impedire nessuna attività e facendo sì che le misure fossero scelte consapevolmente.
        Devo anche dire che poi questa assenza di leva sul senso di responsabilità degli Italiani non sia stato giustificato dai fatti. Mi pare che le violazioni siano state davvero molto poche.

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  5. Francesco Paolo Vatti says:

    Personalmente, ho molto sofferto quanto è accaduto. Amo il mio lavoro, mi piace viaggiare e mi piace vedere gente. Ho passato da fine marzo a metà maggio lavorando da casa e cercando di ritagliarmi qualche ragione per mettere il naso fuori casa, perché non riesco a starci una giornata intera se non sto male… Mi è mancato persino il treno stile sardina che prendevo tutte le mattine. Tuttavia, per tutto il tempo in cui avevo paura di incontrare i vigili pure facendo un giro digestivo intorno all’isolato (senza il quale mi piglierebbe il riflusso gastro-esofageo, con risveglio in condizioni di soffocamento e successiva tosse), sono riuscito a reggere bene l’urto e ho apprezzato il tempo passato con mia moglie e mio figlio. Come ho potuto cominciare a uscire un po’ con maggiore tranquillità, per una decina di giorni, mi sono sentito depresso, con un peso di vivere che mi è normalmente estraneo…Grazie a Dio è passata, ma non è stato un bel momento.
    Spero che non ci ritroveremo mai più in situazioni come questa, dove ho patito la mancanza di libertà, un’informazione terroristica e l’intolleranza della gente, il tutto con notizie di persone care che si ammalavano….

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  6. Luca says:

    Io devo dire la verità: già ero solitario prima, adesso sono diventato quasi misantropo grave. Non credo sia positivo, non è possibile vivere senza relazioni umane, ci fa male

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  7. Paola says:

    Ciao sono un’addestratrice di cani.
    Mi sembra di aver capito che Risé, per quanto riguarda l’uomo, faccia riferimento alla capacità di accettare più rapidamente eventuali cambiamenti generati da regole istituzionali che sappiamo dover accettare e alle quali siamo soggiogati. Mentre nell’animale, cane in questo caso, la natura fa ancora molto parte delle sue risposte emotive e quindi i cambiamenti sono più lenti (come è lento ma inesorabile il ciclo naturale). Questo tipo di risposta potrebbe quindi essere più difficile da accettare proprio perchè regolato da leggi umane e non da leggi naturali.
    Infatti anche Risé parla poi di soggetti emarginati facendo riferimento a quei soggetti che per scelta di vita rispondono meno ai dettami istituzionali e vengono quindi emarginati.

    Il mio primo pensiero rispetto a quanto sopra, sempre che la mia analisi sia un po’ corretta, e un po’ preoccupata. L’idea di essere inglobato in un mondo di persone manovrate dalle istituzioni più che dal pensiero naturale mi spaventa.
    Per quanto riguarda i cani, posto che non ho visto nei miei nessun problema particolare, sono sempre molto convinta che le risposte emotive dei cani che vivono in famiglia siano strettamente correlate con le risposte emotive vissute dai componenti del loro branco famigliare. Non credo si sia potuto vedere alcun cambiamento nei cani ferali, randagi che in quanto tali non sono stati sottoposti ad alcun lock down.
    Certo che se io proprietario di cane ho vissuto e vivo questa esperienza nella paura sia della malattia che delle eventuali multe in caso di trasgressione, non posso pensare di non influenzare in tal senso chi vive con me e dipende da me.

    Ecco questo è il mio punto di vista , per quanto possa valere.

    Paola

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  8. Bianca says:

    Secondo me, se il ritorno alla “normalità”, o diciamo più semplicemente alla vita non in quarantena, è complicato, dovremmo riflettere su quanto andrebbe cambiato nelle nostre vite per renderle più vicine ai nostri desideri più veri.
    Non è questione di rinchiudersi in casa spinti dalla paura – sarebbe assurdo, è lo è – ma di recuperare abitudini, spazi, che la vita frenetica (per chi la fa) aveva tolto.
    Io penso che l’operazione di eliminare pian piano il superfluo per tornare all’essenziale che ci fa vivere sia importante, indispensabile.
    Certo, il problema è sempre: come fare? perché non si può modificare tutto da un giorno all’altro.
    Ma secondo me se una persona si è resa conto, in questi due mesi, che prendere un treno super-affollato alle 5 di mattina per rientrare a casa solo alle 7 sera è una cosa disumana, dovrebbe pensare serenamente a cambiare lavoro.
    Insomma, il periodo di quarantena dovrebbe paradossalmente regalarci più forza invece che paura.
    Tanto, come ci ha insegnato il virus, nella vita non possiamo controllare tutto.

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    • Francesco Paolo Vatti says:

      Interessante pensiero. Però, devo dire francamente che il sentimento prevalente in me era di essere in gabbia e di cercare di superare un momento difficile con i miei cari che mi stavano interno (mia moglie e mio figlio, visto che mia figlia era via). Forse una via di mezzo fra i ritmi forsennati e il lavoro e l’abitazione nello stesso spazio sarebbe una buona soluzione. In fondo, io ho finito per fare il pendolare (oramai sono 22 anni), scelta che mio padre non avrebbe mai fatto. Però, anche lui aveva una ventina di minuti di strada fra casa e ufficio, distanza che mi pare ottimale….

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      • Bianca says:

        @Francesco, io invece l’ho vissuta in modo diverso, cioè cercando di prendere qualcosa di buono, giorno per giorno, regolandomi sul “giorno per giorno”, proprio per evitare quella sensazione del sentirsi in gabbia, o come in una sala d’attesa in cui il tuo destino dipende dagli altri.
        Dopo aver avuto chiaro che per diverse settimane la vita di tutti noi non sarebbe stata la stessa – e senza possibilità di fare altrimenti – ho cercato di rendere fruttuoso il mio tempo a casa.
        No, non sono tra quelli che si sono messi a cucinare dalla mattina alla sera postando ogni passaggio sui social, non sono neanche ingrassata; non ho trascorso il tempo a fare aperitivi e incontri virtuali su facebook o altrove, per poi correre a scriverne il resoconto sempre su un social per “sentirmi meno sola”, non ho sentito l’esigenza di fare questo.
        Ho cercato di dirottare diversamente le mie energie e anche l’insofferenza che, inevitabilmente, mi ha colpita in certi momenti. Ho ripreso in mano qualche lavoro che avevo lasciato da parte, ho fatto ginnastica, ho riflettuto molto sulla mia vita facendo il punto su alcune cose che, infatti, ho deciso di cambiare un po’. Ad esempio, decisione forse banale per molti: appena possibile, mi iscriverò per prendere la patente, che ancora non ho perché, per un motivo o per l’altro, non mi è mai servita veramente, ma l’idea di imparare qualcosa che abbia a che fare con il “movimento” mi piace molto.
        Da parte della politica, non ho apprezzato quella confusione e quell’indecisione che credo non sia piaciuta a nessuno.
        Forse proprio per questo, avendo capito che da lì non sarebbe arrivato nulla, mi sono concentrata su quello che potevo fare io, per me stessa, o in generale per gli altri con i miei comportamenti.
        Devo dire che, più che la “chiusura” in se stessa – magari anche inevitabile – ho trovato assurde alcune regole applicate senza criterio e senza fare un distinzione tra situazioni diverse: mettere guanti e mascherina in un luogo piccolo e chiuso è un conto, ma imporli anche nei parchi, nei prati isolati, sulle spiagge, in tutti quei luoghi insomma aperti e vicino casa che avrebbero potuto rappresentare per molti una valvola di sfogo salutare, è stato a mio avviso stupido, privo di senso.
        Ogni applicazione di una norma senza tenere conto delle circostanze concrete è stupida e priva di senso.
        E’ mancata la flessibilità, e dunque l’intelligenza.
        Infine, @Francesco, per quanto riguarda il tragitto casa-lavoro, credo che non si possa valutare solo in termini di tempo impiegato: 20 minuti in metropolitana sono diversi da 20 minuti in bicicletta in una città medievale, o a 20 minuti di macchina tra la campagna e il mare…

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        • Francesco Paolo Vatti says:

          Non posso che dire: “Complimenti!”. Sicuramente è stato il modo migliore per vivere una situazione paradossale. Purtroppo,però, non a tutti è riuscita ed esiste gente che l’ha vissuta anche peggio (e molto) di me…

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          • Bianca says:

            Mi ha sostenuta l’idea del “dopo”, altrimenti la situazione sarebbe stata davvero paradossale e non sostenibile. Cmq, in generale ho una grande capacità di resistenza nelle varie situazioni, che però non vivo passivamente ma come un “attraversamento”.
            In questi due mesi, non avremmo potuto fare altrimenti, e non mi sarebbe piaciuto trascorrerli nell’insofferenza o lamentandomi continuamente.
            Li ho vissuti, ora sono passati. Questo è stato il mio spirito.

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            • Francesco Paolo Vatti says:

              Neanche io posso dire di aver avuto insofferenza e di essermi lamentato. Però, vedendo la serie TV di Don Matteo e pensando che Gubbio è su uno dei miei percorsi ricorrenti, avevo dei momenti in cui mi pesava non poterci andare…. Mi è mancato molto il contatto con le persone che conosco, la possibilità di prendere la bicicletta e farmi un giro nei boschi della vicina pista ciclabile. L’idea dell’attraversamento mi piace molto!

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              • Bianca says:

                @Francesco, e questa è una delle cose che potremmo aver imparato dalla quarantena: se abbiamo attorno a noi cose belle, ricordiamocelo ogni giorno, troviamo spazio per il contatto con tutta questa bellezza, senza aspettare che sia inaccessibile per sentirne la mancanza.
                Una cosa da fare adesso potrebbe essere: un giorno a settimana devo dedicarlo a visitare qualcosa di bello attorno a me. Spesso non si fa perché, con la certezza che è lì vicino, pensiamo che il tempo sia eterno e possiamo usufruirne quando ci va.
                Invece no, il tempo non è eterno e gli imprevisti possono accadere, quindi godiamoci fino in fondo quello che ci rende felici, ogni giorno, senza aspettare chissà che cosa per farlo.

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  9. Paolo M. says:

    Per me invece il periodo di quarantena (benché personalmente abbia sempre lavorato, sotto forte stress) ha rappresentato l’esatto contrario di quanto è stato detto da molti qui sopra, non la liberazione dalle manie di controllo, ma anzi un esempio di ossessione di controllo da parte dei governanti, una situazione fortemente depressiva per come ha mostrato la facilità impensabile di accettare forme di schiavitù senza colpo ferire, addirittura con i pagliacci che cantavano sorridenti dai balconi l’inno di mameli in sud Italia mentre in alcune parti del nord venivano portate via le bare. Direi un bel popolo di schiavi, un po’ cialtroni. Praticamente ci hanno spenti con l’interruttore.

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  10. Claudio Rise says:

    Purtroppo ciò che avrebbe potuto essere una interessante esperienza di distanziamento dai lati ossessivi della società dei consumi, immagine etc. è stato utilizzato per sviluppare gli aspetti più nevrotici e perversi della “servitù volontaria”, con costi economici proibitivi ma soprattutto spezzando il “senso di Sé”, e quindi riducendo le persone a “gregge”, forse neppure immunizzato ma comunque piegato. Un guaio grosso, non semplice da rimediare. Claudio

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    • Francesco Paolo Vatti says:

      Già! Una cosa che, secondo me, si è sviluppata e sarà difficilissimo superare è la percezione dell’altro come pericolo. In fondo, tutti viviamo avendo paura dell’incontro con l’altro che potrebbe contagiarci o che potremmo contagiare… Questo, mi pare, vale soprattutto per la mezza età: gli anziani, in fondo, non si sono mai staccati del tutto dagli altri e per i giovani la compagnia degli altri coetanei è troppo importante e mi pare siano più propensi a recuperarla. Ma per noi di mezzo, questo è un problema e non so quando potremo superarlo….

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    • Bianca says:

      @Claudio, secondo te come avrebbe potuto essere gestita nel modo migliore questa emergenza, per evitare lo sviluppo degli “aspetti nevrotici e perversi della servitù volontaria, che spezza il senso di Sé”?
      Grazie.

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  11. Paolo M. says:

    Le forze dell’ordine nichilistico sono dotate di speciali occhiali per misurarvi la febbre a distanza, anche in una località turistica dove le persone dovrebbero prendere il sole facendo salire la temperatura del corpo. Ci porteranno via uno ad uno, separandoci dalle nostre famiglie e comunità, come già hanno cominciato a fare con i bambini piccoli per opera di magistrature democratiche. https://www.facebook.com/watch/?v=254958575955852

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  12. Diocleziano says:

    Già dai primi anni di vita i bambini si trovano a dover gestire le nevrosi e gli istinti repressi messi in moto dai loro educatori attraverso una serie di divieti (anche in ambienti intellettuali dove x esempio è vietato evitare di studiare)
    Parlo dell’Italia.
    In Svezia (e limitrofi) i metodi educativi non sono così restrittivi, non danno schiaffi ai bambini, con i quali, invece, si cerca di stabilire al piu presto un rapporto paritario nel rispetto dei propri ruoli. Di conseguenza i loro governanti sono di livello superiore ai nostri e il “lockdown” non è stato adottato.

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