Privazione e resurrezione: chi non muore nemmeno vive

(Di Riccardo Paradisi, da “Tempi”, 20 luglio 2017, www.tempi.it)

Secondo Risé il destino dell’Occidente non è il trionfo della tecnica. “Noi siamo natura, solo il Selvatico si salva”.

Vita selvatica. Un libro-dialogo tra Claudio Risé e Francesco Borgonovo, esce in sincronia con l’estate, stagione evocatrice di “quelle forze profonde che spingono a un cambiamento positivo e vitale”, come le definisce Risé, dichiarando così l’intento di questo “manuale per la sopravvivenza alla modernità”.

Un discorso, quello di Risé, che muove dalla constatazione di aggirarci ancora nella terra desolata raccontata un secolo fa da Eliot. Desolata non solo sub specie ecologica ma nel senso più profondo e originario dell’esser tagliata via dalla partecipazione all’acqua di vita elargita dalla sofianica anima del mondo e dallo spirito.

A essere particolarmente investiti dall’archetipo della terra desolata, dice Risé in questo colloquio con Tempi, sono soprattutto i giovani.

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Sterile nell’anima e nel corpo. L’Europa è una terra desolata

(Di Claudio Risé, da “Il Giornale”, 29 giugno 2017, www.ilgiornale.it)

Il poeta Eliot profetizzò le malattie dell’inconscio dovute al materialismo. Guarire si può: con una «Vita selvatica»

E’ uscito il nuovo libro di Claudio Risé con Francesco Borgonovo, Vita selvatica. Manuale di sopravvivenza alla modernità. Quello che segue è un estratto rielaborato dall’Autore. Per maggiori informazioni visita il sito dell’Editore Lindau – clicca qui.

La più efficace rappresentazione della modernità occidentale: questo è La terra desolata di Eliot per Ezra Pound. Non si tratta infatti solo di un’opera poetica. I suoi versi hanno anche un contenuto profetico; non soltanto perché descrivono i morti sul London Bridge 96 anni prima dell’attacco di venti giorni fa.
Questi morti Eliot li vede camminare sul ponte con «gli occhi fissi ai piedi». Il loro sguardo (come il nostro oggi), vola basso. In un tempo ormai di post secolarizzazione, dove tutto il mondo torna a guardare verso l’alto, l’Occidente non sa più riconoscere di essere figlio di Dio e prendersi la propria quota di divinità. Così mentre ovunque Dio è forza, visione, obiettivi, noi lo viviamo come un peso da nascondere. Mentre per gli altri è energia (distruttiva se non governata), l’Occidente, come intuì James Hillman, ha trasformato Dio in malattia. La nostra visione è attirata dal basso, dove vanno gran parte delle nostre energie.
La terra desolata, però, non riguarda solo noi oggi. È un archetipo dell’inconscio collettivo, un’immagine da sempre presente nella psiche e storia umana, che si attiva in tempi di forte cambiamento. Attraverso di essa l’inconscio collettivo spinge l’uomo a ritrovare una forza vitale perduta, a guarire malattie che corrodono la sua anima, il suo corpo e la sua vita quotidiana. Era già presente, come racconta Eliot, nell’Europa del 1200, cui si riferiscono le leggende e i miti Arturiani. Epoca di ricerca, cambiamento e fondazione di quella che fu poi per cinquecento anni la civiltà occidentale, coinvolgendo nei suoi sviluppi gran parte del mondo. Leggi il resto dell’articolo

Scontri di inciviltà

sazi ok(Di Costanza Miriano, da “Il blog di Costanza Miriano”, 22/07/2016, https://costanzamiriano.com/)

Tra chi, di fronte agli atti di terrorismo di matrice islamica sostiene, in nome di un vago irenismo, che si tratti di gesti folli, come se non avessero un fondamento teologico, e chi sostiene invece che siamo allo scontro di civiltà, io mi colloco istintivamente più vicina a questi ultimi. Ma non sono certa che si tratti proprio di uno scontro: più esattamente, credo che siamo alla collisione tra una civiltà e una non civiltà. Dove la civiltà è quella musulmana, mentre la nostra, quella occidentale, è la stanca, satolla, assuefatta e imbarbarita discendenza della magnifica civiltà europea – occidentale e orientale – che era nata dai valori cristiani inculturati nella ragione greca e latina portate al massimo splendore dalla fede.
Quella stessa civiltà che però poi ha rifiutato Dio, ha messo al centro l’individuo con tutti i suoi desideri ma senza alcun senso del limite, e che poi, imbolsita dalla sazietà, ha deciso di suicidarsi. In questo quadro desolante la cosa bella è che quello che sta succedendo – terrorismo (di cui i media tendono ad ampliare le dimensioni), crisi di economia e di senso – può essere per noi un’occasione di conversione. Sia per le folle, quelle a cui Gesù guardava con tenerezza perché erano “come pecore senza pastore”, che per noi che forse il pastore lo abbiamo intravisto nella nostra ricerca. Tornare a essere cristiani come unica risposta possibile. L’importante è sapere che quello che noi dobbiamo difendere con orgoglio e con tutte le nostre forze non sono un’identità o dei valori (“valori cristiani” è un’espressione che non significa niente, o meglio, che non significa la cosa più importante): quello che noi dobbiamo cercare, con il cuore dolorante di desiderio, è un incontro con Cristo, che dia senso a tutto quello che viviamo, che salvi ogni cosa sulla terra, perché ogni cosa è redenta dall’amore di Cristo, se riconsegnata a lui. Così è nata la nostra civiltà, non dall’orgoglio identitario ma dalle catacombe, e più tardi da un incontro con Cristo che i monaci facevano nel silenzio e nella preghiera, ed era la ricerca di Cristo a far desiderare loro di curare i malati, costruendo gli ospedali, di tramandare la sua parola, creando biblioteche, di raffigurare Dio o il desiderio di lui, e così è nata tutta l’arte fino a quella contemporanea (che infatti è tendenzialmente brutta, perché un tempo era l’uomo che cercava, come poteva, di raccontare la sua ricerca di Dio, poi invece ha cominciato a raccontare la sua ricerca di se stesso, piccolo omuncolo che non può certo far battere di bellezza i cuori di generazioni nei secoli).  Leggi il resto dell’articolo

Malattie non trasmissibili ed isolamento consumistico

sazi okLa malattia del nuovo millennio è la bulimia. Di cibo, tecnologia, medicine e false relazioni

(Intervista a Claudio Risé, di Anna Tagliacarne, da “F”, n. 14, 6 aprile 2016, www.cairoeditore.it)

Siamo in preda a un delirio di onnipotenza che ha annullato limiti e regole. Vogliamo tutto, ci abbu amo di ogni cosa, chiusi in un mondo sempre più ristretto e incapaci di vero amore. Anche la salute è a rischio. Claudio Risé ci spiega l’inquietante legame tra le malattie non trasmissibili e il nostro “isolamento consumistico”

Chiuso in se stesso, iperconnesso, vive nel culto dell’abbondanza, dell’avere, del piacere, scivolando nella dipendenza, che non prevede sforzi, abolisce la fatica e favorisce l’iperconsumo di tutto: di cibo, di cose, di sostanze, di farmaci, di tecnologia, di esseri umani. Che diventano oggetti. È il ritratto dell’uomo moderno occidentale. In bilico tra delirio di onnipotenza e depressione. Di questo e molto altro parla Sazi da morire, l’ultimo libro dello psicoterapeuta, psicoanalista e scrittore Claudio Risé, che parte dall’osservazione dei dati riguardanti le malattie non trasmissibili, dal diabete all’ipertensione. Ne parliamo con l’autore.

Dove porta il bisogno senza freni di soddisfare ogni desiderio?
«A stare molto male dal punto di vista sico e psichico. Il limite è indispensabile allo sviluppo umano. Ci rafforziamo dandoci con ni entro i quali stare e all’interno di questi ci nutriamo sia psicologicamente sia fisicamente, allenandoci, esercitando il corpo e il pensiero. Il confronto con la necessità è fondamentale: Leonardo da Vinci la definì “misura e maestra”».

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Le malattie del troppo e l’unica cura

sazi ok (Di Claudio Risé, da “L’Ordine”, Inserto culturale de “La provincia di Como”, 20 marzo 2016, www.laprovinciadicomo.it)

Oggi l’emergenza sono le “malattie non comunicabili” dovute all’ansia di accumulare ricchezza e agli stili di vita sbagliati. Attenti a criticare quei giovani che scelgono di lavorare poco e di non possedere nulla: è solo così che si torna ad essere liberi e a capire che cosa è davvero importante nella vita

Diventiamo, sembra, sempre più ricchi. Nel mondo, tra una crisi e l’altra, il reddito medio aumen­ta. Anche se lentamente (oggi lo si vede meglio di qualche anno fa), e malgrado le diseguaglianze (non solo economiche) aumenti­no ancora di più. Ancora più ve­locemente, però, aumentano le malattie che accompagnano le nuove abbondanze e gli usi che ne facciamo.
Questi disturbi, ormai molto più diffusi e mortali dell’Aids e di tutte le altre malattie infettive messe insieme, oggi cominciano a preoccupare i diversi Istituti Nazionali di Sanità e l’Organiz­zazione Mondiale per la Sanità (Oms, l’agenzia Onu per la salu­te).

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«Vi spiego perché la società vuole cancellare i papà»

51Uc6Y0rU6L._SX315_BO1,204,203,200_ (Intervista a Claudio Risé, di Francesco Borgonovo, da “Libero”, 16 marzo 2016, www.liberoquotidiano.it)

Claudio Risé è uno dei più stimati psicoterapeuti italiani (tradotto nei vari continenti), e non ha timore di esprimere posizioni forti. Lo ha fatto in bestseller come Il maschio selvatico, dedicato alla figura – ormai in via di sparizione – del maschio. E lo fa di nuovo nel suo ultimo libro, Sazi da morire (edizioni San Paolo), in cui sferza la nostra civiltà faustiana, “ricca ma non felice”, “dedita al culto del troppo”. Una civiltà dei consumi ammalata di troppo benessere e bisognosa di rallentare, se non vuole costruirsi un futuro nero.

Ci avviciniamo alla festa del papà, come sta la figura del padre di questi tempi?
Nei guai, ma sempre più consapevole della necessità di un cambiamento e di un rinnovamento, recuperando le cose buone della tradizione paterna. A livello diffuso, mediatico e di sistema politico, c’è invece una crescente ignoranza della situazione che vivono le famiglie, della solitudine dell’infanzia e della giovinezza.

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Maschio in crisi, ce la farai

maschioselvatico(Intervista a Claudio Risé, di Fabio De Santi, da “L’Adige”, 28 gennaio 2016, www.ladige.it)

Confronto sui rapporti tra uomo e donna oggi: i due sessi sono sulla difensiva, c’è un’eccessiva razionalizzazione, ma i giovani sono più equilibrati dei loro padri

E’ possibile costruire una società diversa dove uomini e donne sono alla pari?
Direi che non solo è possibile ma a mio avviso è anche necessario, perché altrimenti si mette a rischio come sta accadendo anche nelle società occidentali, in Europa ma non solo, la continuazione della vita. Torniamo al problema cardine che è quello di rispettare la specificità di questo rapporto fra uomo e donna che non è equiparabile a quello del rapporto tra due categorie più o meno contendenti, ma di due categorie, se vogliamo definirle tali, che per la conformazione della specie umana sono chiamate a collaborare.

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Il maschio cerca l’identità

maschioselvatico(Di Antonia Dalpiaz, da “L’Adige”, www.ladige.it)

La “lettura” del terapeuta Claudio Risé

Esiste una crisi attuale del maschio? Come stanno i giovani d’oggi?
Risé ha risposto che i maschi di vent’anni fa stavano molto peggio (determinante il passaggio dalla società rurale a quella industriale che ha mutato i rapporti) e che attualmente c’è una maggiore sintonia tra uomo e donna.

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Anche Peter Pan si rassegna. E cresce

(Di Claudio Risé, da “Io Donna”, magazine femminile del “Corriere della Sera”, 3 ottobre 2015, www.iodonna.it)

Per gli “eterni ragazzi” non è più tempo di stare nelle favole. Hollywood disegna il nuovo modello, tra palestra e donne guerriere. Una cosa non cambia: la colpa è sempre di mammà

Come stanno i Peter Pan? Quei maschi più o meno grandicelli che quando le ragazze gli chiedono “Quali sentimenti provi per me?” (come accade nella fiaba originale, scritta da J.M. Barrie a 1900 appena iniziato), tossicchiano, guardano in aria e sospirano: “Mi sento ancora un ragazzo”?

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Curare l’anima, l’emergenza dell’educazione

curare(Di Ennio Pasinetti, dal “Corriere della Sera Brescia”, 20 maggio 2015, www.corriere.it)

Nel dibattito sempre vivace sull’educazione oggi, sulla sua attualità e i suoi nodi critici, Paolo Ferliga e Claudio Risé intervengono con una scelta di campo tanto più preziosa in quanto esplicita: “Curare l’anima” (Editrice la Scuola, la presentazione domani 21 maggio alle 18 alla Libreria Paoline di Brescia, via Gabriele Rosa 57) è un titolo manifesto piuttosto che un titolo didascalia, quasi uno slogan. Esprime non solo il contenuto del libro, quanto la concezione che gli autori hanno maturato e argomentano riguardo l’educare e il suo fine.
Prendersi cura dell’anima è l’emergenza rispetto all’affastellarsi di informazioni che rischiano di confondere la capacità del singolo di decidere e orientarsi.

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Passa dalla selva il cammino della salvezza. Per lui e per lei.

maschioselvatico(Intervista a Claudio Risé, di Lorenzo Bertocchi, da “La Croce Quotidiano”, 24 marzo 2015, www.lacrocequotidiano.it)

Esce dopo vent’anni il sequel de “Il maschio selvatico”, il fortunato libro di Claudio Risé comparso negli anni ’90. Un aggiornamento, una revisione, un punto della questione, una conferma: l’uomo odierno «ha urgente bisogno di ritrovare il Selvadego che, diceva Leonardo, è “colui che si salva”»

Negli anni ’90 comprai un libro dal titolo straordinario. Era la scoperta che c’era ancora spazio per il maschio selvatico, fuori dai luoghi comuni e dalle “buone maniere”, dentro alla selva della mascolinità più autentica. Liberatorio. Una sensazione simile la provai con il “Braveheart” di Mel Gibson.
E così mi trovai a benedire le serate passate in garage a truccare il motorino, certe “scaramucce” in cortile, e la vecchia colonna sonora di Rocky IV (Ti spiezzo in due).
Costanza Miriano può prendere nota: il ritorno dei “maschi che amano la selva” è la vera soluzione per le donne che vogliono essere sottomesse. Per provare di capire abbiamo fatto qualche domanda a Claudio Risé, psicoterapeuta e psicoanalista, che in questi giorni è uscito in libreria con la versione riveduta e ampliata di quel cult book anni ’90.

Dottor Risé, Maschio selvatico/2. E’ un sequel come al cinema, o c’è altro?
Mi va bene anche l’idea del sequel. Tipo Vent’anni dopo (libro e film) ambientato da Alexandre Dumas vent’anni dopo I Tre moschettieri. Anche il Selvatico/2 viene vent’anni dopo l’altro. Tutti poi sono (tra l’altro) dei libri d’avventura maschili. Vengono utilizzati anche come manuali d’iniziazione alla maschilità, grazie a molte cose politicamente scorrettissime: avventura, lealtà, fede, coraggio, divertimento. Il maschio occidentale ha bisogno di avventure “buone”, che abbiano a che fare con la sua storia profonda e i suoi ideali. Anche per non ridursi a cercare di uscire da cinismo e noia arruolandosi nell’ISIS (nel Selvatico 2 si parla anche di questo), come fanno tanti disperati nel tentativo di liberarsi dal nichilismo post modern.
I moschettieri, già allora accusati di essere fuori moda, rischiano in quei libri di essere fatti fuori in ogni momento, un po’ come capita agli uomini oggi, accettati solo se si travestono da soft men, maschi dolci, pentiti di tutto, al rimorchio di ogni moda e convenzione. Oggi, il maschio occidentale è fisicamente e psicologicamente perduto, se con un guizzo di fantasia non fa come i monaci medievali, ritrovando la strada della selva e del Padre che ha creato la selva e anche l’uomo. Fa fatica a riprodursi, è afflitto (come del resto le sue compagne) dall’impennata delle malattie mentali, passa da zero autostima a momentanee esaltazioni, che poi finiscono negli abissi. Ha urgente bisogno di ritrovare il Selvadego, che, come diceva Leonardo da Vinci “è colui che si salva”.  Leggi il resto dell’articolo

Maschio selvatico

maschioselvatico (Costanza Miriano legge “Il maschio selvatico/2. La forza vitale dell’istinto maschile“, tratto da “Il blog di Costanza Miriano”, 18 marzo 2015, www.costanzamiriano.com)

Posso orgogliosamente affermare di avere fatto inorridire moltissime mamme sulla spiaggia, al parco, in piscina, perché i miei figli hanno girato sempre armati, almeno da quando sono stati in grado di tenere in mano oggetti. “Il sonaglietto tienitelo tu, dammi la spada” deve essere stata una delle prime frasi di senso compiuto che hanno pronunciato. E siccome i poliziotti americani sono dotati di moltissime qualità ma di pochissimo senso dell’umorismo, Bernardo quando aveva tre anni a New York fu bloccato e perquisito a causa della spada di plastica che teneva perennemente infilata nei suoi calzoncini a quadretti, con la punta che lambiva le scarpe tonde da gnomo. Schiere di mamme, poi, hanno malvolentieri permesso ai loro figli di giocare a soldatini con i miei, sempre specificando che quella era comunque una missione di pace, come si affrettavano a chiedermi. No, no, giocano alla guerra, rispondevo con una certa con soddisfazione.

E sì, hanno avuto anche i videogiochi violenti, centellinati non perché fossero violenti ma perché videogiochi, e dopo il limite orario suggerivo sempre una bella giocata alla lotta tra fratelli, perché i maschi lo devono fare, e la mamma deve avere il coraggio di starsene da parte, finché i lacerocontusi sono consenzienti. Quando uno ha avuto un momento di crescita un po’ destabilizzante un amico lo ha portato a sparare, un altro a spaccare la legna in campagna, e a rimettere in sesto una vecchia moto tutta arrugginita. L’effetto terapeutico è stato rapido ed evidente.

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Crescere senza padri, la crisi del maschio

(Di Claudio Risé, da “L’Ordine”, Inserto de “La Provincia”, 15 marzo 2015)

L’uomo (non solo il maschio) non “è”, ma “diventa”. Per questo la trasmissione “di genere” è così importante.

E’ appena uscito per le Edizioni San Paolo “Il maschio selvatico/2. La forza vitale dell’istinto maschile“, di cui pubblichiamo uno stralcio dedicato alla paternità.
In questo libro Claudio Risé afferma l’urgenza di ridare centralità alla dimensione selvatica del maschio. Proprio il contatto con la natura può salvare l’uomo, fisicamente e spiritualmente. Senza chiedere aiuto a Stati, burocrazie, enti, ma assumendosi la responsabilità della propria vita.

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Donne Selvatiche, mito in crisi d’identità

(Di Claudio Risé e Moidi Paregger, da “L’Ordine”, Inserto de “La Provincia”, 8 marzo 2015)

L’istinto femminile sia liberato dalla condanna sociale

Claudio Risé, la cui fama è legata anche al cult book “Il maschio selvatico“, appena uscito in una nuova edizione, pubblica in questi giorni la versione ebook di “Donne selvatiche. Forza e mistero del femminile” (Edizioni San Paolo), scritto con la moglie Moidi Paregger, medico specializzato in omeopatia e medicina antroposofica. Ne pubblichiamo un estratto.

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Papa Bergoglio, Padre spirituale in aiuto ai padri

(Intervista a Claudio Risé, di Vera Fisogni, da “Papa Francesco. Due anni di pontificato”, Inserto de “La Provincia”, 12 marzo 2015, www.laprovinciadicomo.it)    

«Alcune forme di autoritarismo e, in certi casi di sopraffazione» nel rapporto padri-figli, hanno lasciato il posto «specialmente in Occidente» a modelli familiari e sociali in cui «i padri sono assenti». In un’udienza generale del 28 gennaio il Pontefice ha affrontato con schiettezza un nodo della società contemporanea, implicato a doppio filo anche con la fede cattolica. Ne parliamo con Claudio Risé, autorevole psicoanalista, autore di “Il padre. L’assente inaccettabile” (San Paolo, pag. 166, 10 euro, 7 edizioni), che affronta proprio il tema che urge al cuore di Francesco.

Professor Risé, l’ha sorpresa che il Papa abbia affrontato il tema dell’assenza del padre, da lei tematizzata in un saggio del 2013?
Mi ha fatto molto piacere, ma non mi ha sorpreso. È uno dei maggiori problemi della società attuale, all’origine di molti altri, cui il Papa si è mostrato da subito assai sensibile: le diseguaglianze, l’estendersi di quelle periferie esistenziali che chiedono aiuto e attenzione.

Il Papa ha criticato i due estremi: autoritarismo e lassismo. Questa polarità, quanto è sintomatica dell’incertezza, oggi, del ruolo paterno?
Il padre, quando fa il suo “mestiere”, di cui ho parlato nei miei libri, è una presenza calma e autorevole. “Auctoritas” viene dal latino “augeo”: far crescere. Deve dare delle norme, ma funzionali alla crescita dei figli, non per il gusto di esercitare un potere.  Leggi il resto dell’articolo