Norme giuridiche, e istinti repressi

Ciao Claudio, 

in questi giorni ho parlato con alcuni veterinari ed addestratori esperti “della mente del cane”. Mi hanno detto che in questo periodo, di passaggio dal lockdown alla riapertura, molti cani stanno dando i numeri. Non riescono più a passeggiare serenamente, hanno paura dei rumori e delle persone, delle auto e addirittura di un po’ di vento tra le foglie degli alberi. 

Mi rivolgo a te per chiederti: se questi animali domestici soffrono così, fanno fatica a tornare a vivere normalmente, come se dentro di loro fossero profondamente inquieti, non è che anche le persone possono manifestare queste problematiche? Non è che anche dentro di noi c’è qualcosa che ci può tormentare e rendere difficile il ritorno alla normalità (se ci sarà…)?

Grazie Antonello

Ciao Antonello. Scusami se non ce l’ho fatta a rispondere a tempo, ma forse questi primi passi di riapertura ci offrono qualche informazione in più, da scambiare e rifletterci sopra.

Nel mondo dell’istinto (dominante negli animali e nel cane, per quanto addomesticato sia) il cambiamento è più lento che nell’uomo, i cui tempi sono fortemente condizionati da eventi  prodotti nel mondo della cultura e non della natura. Leggi, provvedimenti organizzativi, diffusione di opinioni, hanno per noi umani  spazi  e influenze maggiori che abitudini radicate, bisogni fisici, o riferimenti ai ritmi della natura.  Possiamo (come si è visto) anche chiuderci in casa per quaranta giorni, e poi uscire di nuovo, (apparentemente) come se niente fosse.  L’uomo ben strutturato risponde al suo Io, alla sua coscienza, che a sua volta si modella in gran parte sull’Io collettivo,  in cui hanno grande spazio le Autorità/Istituzioni, le leggi, gli orientamenti dominanti. Leggi il resto dell’articolo

Cosa di un uomo attira una donna?

Caro Claudio, alcuni anni fa lessi in un tuo libro (irrecuperabile causa trasloco) che le donne in un uomo guardano Qualità, Livello e Sicurezza che possono loro derivare da una relazione con quell’uomo. 

Potresti aiutarmi a comprendere l’origine di questa scelta femminile? E, per caso, questa affermazione rientra nel pensiero di Jung?

Grazie per la disponibilità e complimenti per i tuoi libri, di cui sono  avido lettore.

Henri

 

Ciao Henry, la sicurezza di vita delle donne e dei loro figli è sempre dipesa da queste qualità degli uomini. Quelli che non sono in grado di garantirle sono meno interessanti per la qualità della vita loro e dei loro figli.

Anche Jung pensava questo, ma non è una teoria né mia né sua, è una constatazione fatta da sempre. che viene dall’osservazione della realtà.

Claudio

 

Vedi  Claudio,  io mi sono separato (e poi divorziato) qualche decina di anni fa, quando ho iniziato a leggere la rubrica “PSICHE LUI” e successivamente ho approfondito l’argomento uomini-donne sui tuoi libri.

Da allora ad oggi, con un figlio allora piccolissimo, ho (come hanno fatto molti altri papà) tenuto duro e rigato dritto senza mollare mio figlio e vedendolo ogni volta che mi era permesso. Ora ha 30 anni, ha un’ottima professione e vive e lavora  con una ragazza in un’altra nazione europea. Recentemente ho concluso il rapporto post-coniugale con la mia ex-moglie con una transazione.

Il punto è che in questa trentina d’anni non ho mai abbandonato l’idea di costruirmi una famiglia, incontrando una donna con cui ci fosse reciprocità: “io piaccio a te, tu piaci a me”. Purtroppo questo non è avvenuto, pur avendo conosciuto donne a centinaia.

La domanda rimane più o meno sempre questa: cosa di un uomo attira una donna? Nessun psicologo o psichiatra ha saputo rispondermi in concreto, ovvero indicandomi comportamenti da mettere in pratica.

Al riguardo la risposta di Jung era: la donna in uomo guarda la Persona. La tua risposta è: la donna in un uomo apprezza Livello, Qualità e Sicurezza. Più o meno la stessa cosa. Leggi il resto dell’articolo

Corpo, polmoni verdi e libertà: oltre i divieti delle autorità!

Caro Claudio, volevo condividere con te e con tutti un’esperienza che sto facendo in questi giorni di “clausura” forzata e solitaria a causa delle fin troppo note vicende che ci coinvolgono. 

A parte le cosiddette “distanze sociali” che servono, tra le altre cose, a produrre un iper vigilanza e un’ansia che ridonda da una persona all’altra (ad esempio, quando si è in coda fuori da un negozio), uno degli aspetti che più mi infastidisce e mi preoccupa è il fatto che sto perdendo la fiducia nel mio corpo. Non ho mai avuto un corpo super efficiente o particolarmente atletico, ma del mio corpo mi sono sempre fidato: basti dire che ho fatto 12 volte il Cammino di Santiago, 11 a piedi ed 1 in bicicletta. Non ho mai avuto particolari malattie, a 55 anni non sono mai stato in ospedale … eppure di questi tempi mi misuro la febbre tutti i giorni (come un orologio svizzero: 36,5; 36,4; 36,6 ecc.), mi sembra di avere cento piccoli sintomi, mi riguardo eccessivamente (non esco, non faccio ginnastica; salvo poi dover fare 3 ore di coda sotto il sole per entrare al supermercato e non succede nulla…). 

Penso che l’anima mi stia dando alcuni segnali:  immagini del Cammino di Santiago, luoghi, paesaggi, incontri passati e dimenticati, desiderio di viaggi … sfoglio guide e testi sul cammino fantasticando. Come se qualcuno mi dicesse: fidati, muoviti, riprendi ad allenarti, respira … Interpreto nel modo giusto? Succede solo a me ? 

Don Giorgio

 

Caro Don Giorgio, anch’io penso proprio che la tua anima ti stia spingendo a riprenderti il tuo corpo! Senza di quello, infatti, l’anima è perduta (come il corpo senza l’anima).

Uno degli aspetti peggiori di tutta questa tremenda vicenda è infatti stato  proprio il tentativo di scindere questi due aspetti fondamentali dell’umano: l’anima dal corpo. Mettendo entrambi in gravi difficoltà. Se tu ci pensi, anche il divieto della Messa va nella stessa direzione: quella che pensa che il corpo debba solo autoconservarsi e non ammalarsi, chiuso in casa e senza contatti personali (non virtuali) di nessun tipo. Se mi permetti l’invasione di campo, direi che una visione così crudamente materialistica (appunto: disanimata) del corpo è davvero diabolica. (Nella demonologia iranica – dello zoroastrismo, è quella che corrisponde ad Ahriman, il demone “intellettuale” che vuole la fine di tutto ciò che è vivente, dell’anima e dei sensi). 

Per mio conto, posso solo confermare la tua interpretazione dei messaggi dell’anima-corpo e esortarti a seguirli. Ti confermo anche che sì, moltissimi hanno provato questo senso di violenza di fronte alle modalità adottate nel lock-in. Che hanno avuto aspetti assurdi, come il terrorismo  verso l’aria aperta, il movimento, il frequentare gli ambienti naturali. Leggi il resto dell’articolo

Uomini in movimento: quali spazi oggi?

Caro Claudio, riprendo il filo delle ultime lettere arrivate al blog, sulla nostalgia della forza maschile, ed il desiderio di ritrovarsi, come esperienza più o meno conscia, ma comune e diffusa.

Ernst Jünger parlava di “inquietudine della diminuzione”, per ciò che sentiamo esser perduto nella secolarizzazione: “E’ il tempo della ricerca, delle grandi peregrinazioni e delle partenze, dei profeti veri e falsi, degli attendamenti e dei campi militari, delle solitarie veglie notturne”. Difficile mantenere una direzione e – totalmente assorbiti dal lavoro quale forma dominante del nostro tempo – specie gli uomini rischiano di muoversi, confusamente, in solitaria. 

E’ come entrare in una foresta, facendosi largo col machete, con la segreta speranza che da un’altra parte qualcuno stia facendo lo stesso, per prima o poi incontrarsi.

Nella società matrizzata e senza padri (o peggio, con padri traditori), la tentazione di nostalgiche contrapposizioni, battaglie di retroguardia per fantomatici ritorni di immaginarie comunità è molto forte. Potenzialmente più attuale, mi sembra, il ritrovamento graduale di un’amicizia-alleanza maschile, come lega-Bund, in quanto categoria specifica a sé rispetto all’ideologica e per me abbastanza sterile contrapposizione comunità-società.

Certo si tratta di muoversi nell’ombra, riconoscendo valore a tutto ciò che è avvertito come pericoloso e interdetto dai poteri vigenti, senza negarsi il lusso (e il divertimento) di lanciare qualche freccia acuminata, ma assicurandosi di centrare il bersaglio.  

Quale spazio concreto può avere, oggi, una ricerca comune maschile? 

Paolo M.   

Lasciare il superfluo per trovarsi

Caro Claudio, negli ultimi anni la mia vita è cambiata in meglio proprio perché ho abbandonato il piano orizzontale cui abbiamo accennato nel post precedente; non so se casualmente o per un qualche disegno destinale trascendente la mia volontà. La mia amicizia con te, iniziata   poco meno di un lustro fa, ha accompagnato questo progressivo allontanamento dall’orizzontalità bisognosa e dipendente, e il contemporaneo avvicinamento ad una dimensione che attingesse preziose energie più dall’interno. 

È stata una trasformazione radicale. Non lineare, beninteso. Ho avuto ricadute specie all’inizio di questo cammino. Sdrucciolamenti verso il basso che, però, per fortuna, si sono diradati nel tempo e sono divenuti sempre meno inconsapevoli. Adesso è come se osservassi continuamente questa sorta di forza di gravità che a volte riconduce infaustamente alla dimensione orizzontale, quando mi accorgo di prestare troppa attenzione agli oggetti, al cibo, e  mi sento dipendente da ciò che ho ‘immediatamente’ attorno. Allora mi sforzo con tutto me stesso di dare un colpo d’ala che mi riporti più in alto. 

Mi sentivo “repulsivo”, adesso invece sento che le persone desiderano la mia compagnia; con mia grande gioia  cercano in me calore, ed io con grande soddisfazione sono in grado di donarlo. Mi piacerebbe che tu mi regalassi ancora più consapevolezza rispetto a questa mia esperienza che mi ha cambiato la vita.

Con profonda stima e gratitudine ed eterna amicizia. Michele

Nostalgia (e necessità) della forza maschile

Ciao Claudio, sono un giovane uomo di 32 anni e da tempo leggo i tuoi scritti e il tuo blog; questa sera ho deciso di scriverti per raccontarti una mia esperienza. Stavo imparando una vecchia canzone tedesca che parla dei cavalieri teutonici, la canzone si chiama “Die Eisenfaust am Lanzenschaft – il pugno di ferro sulla lancia” (la puoi ascoltare qui: https://www.youtube.com/watch?v=kDVIm_Rb8Os). 

Leggendo il testo (che parla di bandiere, fratelli, armi, confini) ho avuto come un momento di commozione profonda che mi ha portato alle lacrime. Direi che era quasi una nostalgia di qualcosa che non riuscivo bene a definire, come un qualcosa che mi mancava pur non avendolo mai veramente vissuto… direi una compagnia di amici, di fratelli con il quale affrontare un’avventura, una missione (come appunto descriveva la canzone).

Mi sembra che nella vita di tutti i giorni, benché mi vengano chieste molte cose (ad esempio al lavoro) non vengo mai davvero messo alla prova, almeno non in modo totale. E a parte gli obiettivi lavorativi, non mi viene offerto nulla se non divertimento (serate varie con gli amici, vacanze etc). Però non mi basta. Mi sembra che a tutti manchi un obiettivo, una missione ben definita e che chi si pone la domanda sia lasciato a se stesso in questa ricerca.

Ma, come fare? Nel nostro mondo di oggi non ci sono più guerre, avventure, terre da scoprire o confini da difendere. Non c’è più qualcosa che possa impegnare completamente la vita di un uomo. Il rischio viene tolto di mezzo, e ogni attività viene vissuta come un hobby che può essere messo da parte quando si è stufi. Si dovrebbe essere contenti che non ci siano più situazioni rischiose, avventurose e potenzialmente mortali, ma allora perché mi mancano?

Forse sono stato un po’ sconclusionato, ma ho preferito scrivere di getto quello che sentivo invece che aspettare domani, lasciando magari perdere tutto con un “non vale la pena”. Grazie per l’attenzione e la pazienza. Cristiano

Ciao Cristiano, la tua lettera sintetizza con l’immagine  del gruppo di cavalieri, la lancia nel pugno di ferro, e il canto, la grande nostalgia ancora inconscia, ma sempre più spesso ormai anche conscia, del giovane uomo in Occidente.

Una nostalgia innanzitutto di forza, come quella dei cavalieri dell’Ordine Teutonico, un ordine cavalleresco medioevale (ancora oggi esistente), celebrata appunto in questo canto. L’uomo occidentale, i cui compiti sono ormai quasi completamente eseguiti da macchine e quindi è sottratto ad ogni prova e fatica, è divenuto insopportabilmente debole e infelice (non perché sia “strano”, ma perché l’uomo ha, anche fisiologicamente bisogno di prove e fatiche per maturare e stare bene).

Per trovare se stessi è indispensabile mettersi alla prova. In questa ricerca maschile (rappresentata anche dal canto e dall’immagine da te citata), il rapporto con l’aspetto istintuale/animale (il cavallo), l’aggressività e la difesa (le armi), e la compagnia dei fratelli maschi è decisiva. Il territorio, fisico e psicologico (la cultura), è uno degli aspetti più importanti del campo d’azione maschile, così come lo è lo Spirito, sempre presente nel patto fra uomini (altro aspetto oggi largamente assente).

Non credo però che sia la società che deve necessariamente fornire tutte queste cose; l’uomo può benissimo cercarsele da sé (anche quella sarà una prova, generatrice di forza). E’ però necessario che la società non lo ostacoli né lo vieti, come invece oggi accade nell’Occidente contemporaneo. Il recupero di una libertà autentica, oggi resa molto difficile da una quantità di divieti, ostacoli, pregiudizi (tutti organizzati nell’obbligatorio codice del “politicamente corretto” e dalle norme da esso ispirate), è dunque il primo passo. Il “maschio selvatico”, annuncio ancora isolato e brado di ciò che diventerà poi il cavaliere, è una figura, inizialmente indispensabile a questa ricerca. Almeno, a me pare. Ciao, Claudio

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E’ lo smartphone il vero colpevole?

Ciao Claudio, leggo (La Verità) 8.12.2019 che sei anche tu tra quelli che sostengono che lo smartphone sia all’origine di molti degli attuali guai. Eppure, decenni fa, eri tra i pochi intellettuali che scrivevano che il computer non era poi così male, e che della tecnica non si poteva fare a meno. E – a quanto pare – l’hai usato abbondantemente.  Come mai questo cambiamento di rotta?

Per quanto riguarda me, insegnante, mi sono cautamente digitalizzato, ma anch’io sono abbastanza impressionato dai più vistosi danni dello smartphone sugli adolescenti, a cominciare dalla perdita dei freni inibitori, e dall’apparente caduta della capacità affettiva. Poi certo, come anche tu scrivi, questo pauroso restringersi e involgarirsi del vocabolario fa paura…

Ma come se ne esce (ammesso che si possa)? C’è davvero una via d’uscita?

Ciao, Enrico 

 

Ciao Enrico, lo smartphone è solo l’ultimo (per ora) passo sulla lunga strada dello strumento digitale come sostituto della scrittura, dell’incontro personale e della maggior parte della comunicazioni. Sta assumendo caratteri di emergenza, accelerando la crisi nell’educazione, nella vita personale e nelle aziende, perché è comparso molto in fretta, senza preparazione né negli utenti né nelle superstiti figure educative. Ha reso così più evidente e rapido il distacco dei giovani dalle mansioni loro affidate sia a scuola che in azienda, peraltro già in atto per ragioni più ampie, di “sistema” e della loro lontananza da aspetti costitutivi dell’umano.

Tuttavia la crisi è forte perché il cervello, ma anche l’essere umano in generale, aveva finora seguito un processo (quello analogico) di arricchimento e amplificazione dei propri contenuti, non di riduzione e semplificazione come avviene nel digitale. La situazione è drammatica, in particolare, nei bambini e adolescenti perché non è facile crescere e sviluppare le proprie facoltà riducendo l’approfondimento, il linguaggio e la partecipazione affettiva. E’ come crescere diventando però più stupidi: pericoloso, per sé e per gli altri.

E’ un tema di fondo di fronte al quale si trova la nostra civiltà “sviluppata”; in Occidente, ma non solo. Il sottotesto della questione è: la tecnica deve essere al servizio dell’uomo, o lasciamo che l’uomo diventi lo strumento, oltre che il finanziatore, delle tecniche?  Ma ora sentiamo cosa ne dici tu, e anche gli altri, ciao, Claudio

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